U.S. Metal, pt.3 – Epic Metal, sotto il segno di Crom

U.S. Metal, pt.3 – Epic Metal, sotto il segno di Crom

U.S. Metal, pt.3 – Epic Metal, sotto il segno di Crom

“Crom.
Non t’ho mai pregato prima d’ora. Non saprei come farlo. Nessuno… neanche tu ricorderai se eravamo uomini buoni o cattivi. Perché abbiamo combattuto o perché siamo morti. No. Ciò che conta è solo che due si sono battuti contro molti… ecco, cos’è importante! Tu ammiri il coraggio, Crom… indi accogli la mia unica richiesta: FA SÌ CHE MI VENDICHI! E se tu non mi ascolti… allora, VA’ ALLA MALORA!”
– Conan il barbaro

Lo so, lo so. Ricondurre l’intero filone Epic Metal unicamente all’eroica epopea di Howard (non il papero, lo scrittore) è riduttivo. Dopo tutto, molti altri autori assursero, gruppo dopo gruppo e disco dopo disco, a veri e propri mentori per tanti musicisti coinvolti in una delle saghe più appassionanti del metallo statunitense. Basterebbe pensare alla venerazione per lo stesso Tolkien, o magari (trascendendo l’ispirazione letteraria in senso lato) riflettere su quanto uno scenario Sword & Sorcery e più in generale “vichingo” (per semplificare) abbia esercitato un ascendente notevole su tutta una generazione di gruppi. Ho scelto il Cimmero perché, giocoforza, la sua figura e gli scenari ad essa collegati rappresentano in toto – a livello di immaginario collettivo – tutto quel che fu l’Epic Metal statunitense: eroi, spade, battaglie gloriose, Dei, giganti, fuoco, fiamme, montagne dalle cime innevate… chi più ne ha, più ne metta. Le grandi gesta di guerrieri creati ex novo dalle penne di scrittori famosi o tratti dalla mitologia, dalle storie, dagli antichi canti. Sudore, muscoli, infide sacerdotesse ora accondiscendenti ora pronte a tramutarsi in serpenti velenosi, maghi crudeli, stregoni, tigri zannute. Mettere in musica determinati scenari era sicuramente stimolante, in quanto da sempre l’uomo ha mostrato curiosità verso tutto quell’avventurismo “esotico” e storicamente perduto in tempi arcani. Il mito di Atlantide, di Hyperborea, le terre selvagge di Aquilonia. Cos’è dunque l’Epic Metal? Un vero e proprio “sottogenere” creato ad hoc per ricondurre, abbastanza convenzionalmente, più gruppi sotto una medesima bandiera. Nonostante il loro sound presentasse differenze più o meno marcate (si pensi ai Manowar o ai Manilla Road), spaziando da palesi influenze Hard Rock ed in alcuni casi addirittura Progressive, che il sound fosse più diretto o più “oscuro” e cadenzato, tutte le band coinvolte risultavano ancorate ad una tematica comune. Con il modo di esprimerla che risultava a sua volta assai simile, di volta in volta. Eccovi dunque i dieci dischi più importanti (sempre a parer mio, ci mancherebbe. Per insulti e/o minacce di morte sapete quindi a chi rivolgervi) di questo fenomeno squisitamente statunitense. Postilla: agli Heavy Load, spessissimo inseriti nel contesto ma di fatto svedesi, dedicherò delle pagine a parte. Bene… ora che tutto è stato chiarito, sguainiamo la spada e tiriamoci su i mutandoni di pelle. La battaglia sta per cominciare e Thulsa Doom brama la nostra testa. In guardia, shbarbari!

MANOWAR – Into Glory Ride (1983)

Fisici scolpiti, abiti in pelle & pelliccia, spade, nebbia ed un tramonto imponentemente stagliato su di un paesaggio desolato e polveroso. Eccoli, i Manowar di Into Glory Ride. Belli e impossibili, a dire poco, “presi con pose da bellicosi” (cit.) sulle copertine di uno dei dischi emblematici per il Metal tutto e per l’Epic Metal in particolare. La compagine newyorchese aveva raggiunto, con l’uscita di questo disco, il suo assetto definitivo: la cosiddetta formazione “storica”, comprendente oltre che i pilastri Eric Adams (voce) e Joey DeMaio (basso a modo suo) il testosteronico drummer Scott Columbus (rip) e l’ex punk prestato al metallo, Ross The Boss (chitarra). Una delle sinergie più significative ed importanti della storia della musica, in quanto il quartetto avrebbe scaldato gli 80s a stelle e strisce a suon di dischi clamorosi. Prima l’America, poi il mondo, tramutando il nome Manowar in una rappresentazione antonomasica dello stesso Heavy Metal.  Soprattutto Into Glory Ride rappresenta, ancor più che il precedente Battle Hymns (bellissimo ma ancora leggermente “acerbo”), il meridiano di Greenwich di tutto il sottobosco Heavy di lì a poco venutosi a creare, divenendone paradigma e simbolo. L’opener, del resto, parla da sé: gemiti di piacere femminili seguiti da un “SHE’S ONLY SIXTEEN!!!!” e da i rumori di una fuga rocambolesca, degno preludio ad una cavalcata metallica incalzante e selvaggia. Warlord, manifesto programmatico di un album tutto pur essendo di fatto la traccia più “abbordabile”: il succedersi di pezzi presentato in seguito consiste infatti in brani dalla durata importante, carichi di pathos, figli di un “forte sentire” tutto classicheggiante, porgente il fianco all’amore che soprattutto De Maio mostrava per Richard Wagner. Secret of Steel e la sua cadenza eroica, la tagliente Gloves of Metal che praticamente fa crescere i peli sul petto solo ad ascoltarla, l’epico canto di guerra che risponde al nome di Hatred (a tratti addirittura “sabbathiana”), l’imponente March for Revenge. Ascoltare questo disco equivale a staccare un biglietto di sola andata per la Valhalla, ove sapremo (fieri ed altezzosi) rispondere alla fatidica domanda di Crom: “qual è il segreto dell’Acciaio?”

MANILLA ROAD – Crystal Logic (1983)

Mano sul cuore, lacrima facile. La scomparsa di Mark “The Shark” Shelton, così come quella di Mark Reale, ha lasciato un vuoto letteralmente incolmabile all’interno di ogni scena Metal, passata – presente – futura. Perché, inutile girarci intorno, la coerenza artistica e l’estro dello squalo in bandana non avevano eguali. Almeno, dal punto di vista di chi vi scrive. Basterebbe pensare agli esordi dei Manilla Road, quegli Invasion (1980) e Metal (1982), fra i primissimi e fulgidi esempi di Progressive Heavy Metal, due dischi da molti snobbati ed invece carichi di immenso significato e spunti ancora oggi ripresi, studiati. È con Crystal Logic però che il terzetto di Wichita (Kansas) inizia a ritagliarsi uno spazio sempre più importante all’interno della propria terra, optando per una proposta più “compatta” ma non per questo meno atmosferica, virtuosa ed affascinante. La durata dei brani si accorcia leggermente rispetto al recente passato e tutto suona più orientato verso un’unica direzione, quella dell’Epicità. La chitarra e la voce di Shark la fanno ovviamente da padroni, sia in tracce come la fulminea Necropolis sia nella splendida titletrack, ora incalzante e veloce ora cadenzata e sognante. Una voce nasale che per molti fu difficile da somatizzare, pur trovandosi ogni critico estremamente concorde sul talento di ogni musicista tirato in ballo. La sezione ritmica, curata da Scott Park (basso) e Rick Fisher (batteria) è precisa e vivace, donando colore e dinamicità ad ogni brano, senza mai risultare banale o troppo “lineare”. La battagliera The Riddle Master, la rockeggiante The Ram e la titanica Dreams of Eschaton, sospesa a metà fra il Prog più onirico e sognante ed il Metal più possente e battagliero, a tratti doomeggiante a tratti esortante, ricamano alla perfezione uno dei dischi simbolo di un’intera scena, di un’intera decade. Parliamo nella fattispecie di un platter magari “sporcato” da una produzione che praticamente nasce “vecchia” ma proprio per questo dona al tutto un sapore meraviglioso. Crystal Logic è l’antico grimorio impolverato carico di saghe fantasy perdute nel tempo, che stampato su carta pregiata e con i caratteri “moderni” perderebbe tutto il suo fascino.

CIRITH UNGOL – Frost and Fire (1981)

Nome tolkieniano per una delle band “capitane di lungo corso” della scena Metal statunitense. I californiani Cirith Ungol (moniker tratto da Il Signore degli Anelli, nella fattispecie un passo situato sugli Ephel Dúath che mette in comunicazione l’Ithilien e Mordor attraverso la valle di Minas Morgul) si presentavano, all’alba degli anni ’80, con il loro Metal epico e a tratti, come accaduto per i Manilla Road, fortemente debitore nei riguardi di molte sensazioni più squisitamente britanniche. Accenni al glorioso Progressive che fu ben mescolati ad atmosfere dure e granitiche, con un gran gusto per la melodia e comunque un amore per nulla malcelato nei riguardi del Rock meno progressivo e più diretto. Elementi ben rappresentati dalla voce sgraziata di Tim Baker, dall’istrionica chitarra di Jerry Fogle, dal basso pulsante di Greg Lindstrom e dalla tonante batteria di Robert Garven. La loro unione dà vita all’esordio Frost and Fire, uno degli album preferiti di un certo Tom G. Warrior e pietra miliare del Metal statunitense. Presentatosi con una copertina a dir poco strepitosa (un’illustrazione della leggenda dello sci-fi / fantasy Michael Whelan), questo capolavoro non fece solamente la gioia dello sguardo. Forte di tracce dirette e toste come la titletrack o l’anthemica I’m Alive, di momenti stranianti e bizzarri come la camaleontica What Does it Take, in cui Hard Rock e synth frastornanti (quasi psichedelici) si fondono per creare un’atmosfera degna della miglior spippata di drago magico, questo platter riesce a rimanere impresso nella mente di chiunque lo ascolti grazie all’estrema varietà e talento sfoggiati da ogni membro coinvolto. L’impalcatura generale può richiamare tanto un riffing duro degno dei migliori Ted Nugent Leslie West quanto le derive sperimentali di Uriah Heep Iron Butterfly, per un connubio francamente difficile da classificare in senso troppo stretto. Heavy Metal? Hard n Heavy? Progressive Heavy, a tratti? Nel dubbio… EPIC!

BROCAS HELM – Into Battle (1984)

L’anima più selvaggia del panorama Epic statunitense. Non solo perché i Brocas Helm (nome derivato da un antico elmetto militare conservato nella storica Torre di Londra) fossero chiaramente intenzionati a correre veloce, ma anche e soprattutto per la foga profusa in ogni loro composizione, a discapito della magniloquenza mostrata dai gruppi precedentemente citati. Fedeli ai dettami dell’Epicità, i Nostri non esitavano però a schiacciare l’acceleratore in maniera sconsiderata, arrivando molto spesso a sfociare in una sorta di confusionario Speed Metal. Qualità molto più visibili nel capolavoro Black Death del 1988 (dalla durata di SOLI ventisei minuti; record, per un album Epic Metal!), già presenti nello splendido debut Into Battle. Se vogliamo, addirittura più irruenti dei Manowar. Dovendo usare una metafora, i Brocas Helm erano come un furioso reggimento di mercenari a cavallo, intenzionati a razziare qualsiasi villaggio trovassero sul loro cammino; ogni volta, al soldo di questo o quel signore della guerra. Andare veloci talvolta a discapito di un’esecuzione non propriamente brillante e puntuale. La ritmica dei forsennati Jim Schumacher (bassista, nomen omen) e Jack Hays (batteria) fatica a contenere la folle esuberanza di Bobbie Wright, il quale dà sfoggio della sua indole mangia strada in brani possenti e tirati come Here To Rock Warriors of the Dark. Si tira comunque il fiato (per modo di dire) nelle più cadenzate Beneath a Haunted MoonRavenwreck e l’eroica Into the Ithilstone, mentre si trova il giusto compromesso nella splendida Dark Rider, gemma fra i tesori, forsennata eppure spruzzata qua e là di intermezzi più dilatati, sesquipedalmente maschi. Insomma, un trio di pazzi guerrieri dediti al Metal più veloce e scoppiettante. Nessun processo, per qualche nota persa per strada. Siamo pur sempre in guerra… o no?

OMEN – Battle Cry (1984)

L’eroica epopea degli Omen è in assoluto una delle più rispettate e riverite di tutte le band statunitensi rimaste celate alla lente del mainstream. Creatura eroica fondata nel 1983 da un Kenny Powell (chitarra) appena fuoriuscito dai Savage Grace, questa compagine di Los Angeles ci mise poco a farsi notare dagli appassionati, conquistandosi molto presto un contratto con la Metal Blade Records e sfornando, nel 1984, il possente Battle Cry; ritenuto, a ragione, una delle pietre miliari dell’U.S. Epic Metal, al pari di Into Glory Ride Crystal Logic. Niente male, per un gruppo lanciato praticamente grazie al passaparola di un appassionato di demo che, rimasto entusiasta dal loro sound, riuscì a presentarli alla prestigiosa etichetta pur non avendo i Nostri praticamente mai tenuto un concerto che fosse uno. Una scommessa, quella di produrli praticamente “al buio” seguendo l’entusiasmo di un manager “non professionale”, più un fan sfegatato che un attento critico del settore. Scommessa vinta in maniera più che netta, in quanto Battle Cry destò scalpore e animosità sin da subito. Brani dal piglio eroico come Dragon’s Breath o la prepotente e velocissima Be my Wench mostrano un amore abbastanza esplicito per i sempiterni Iron Maiden nonché per il grezzo Power d’oltreoceano di scuola Running Wild, particolarità mostrate a loro volta dalla titletrack e da pezzi come Bring Out The Beast. Nessun punto debole, nessun momento di noia. Assalti metallici uno dopo l’altro, in sequenza killer. Un’autentica guida all’ascolto di un genere, cavalcata impetuosa verso terre sconosciute, abitate da guerrieri valorosi e sanguinari. Uniamoci dunque alla sanguinosa brigata di KennyJody Henry (basso), Steve Wittig (batteria) e all’ugola pungente di J.d. Kimball (rip), per la razzia quotidiana. Lunga vita al Cobra!

GRIFFIN – Flight of the Griffin (1984)

Ero sinceramente indeciso circa l’inserimento dei grifoni di Frisco in questo elenco… poi mi sono detto: “al diav… ALLA MALORA”, possiamo tranquillamente parlarne in un contesto Epic Power dato sì che la loro proposta, pur essendo orientata verso lidi maggiormente più Speed dal successivo Protectors of the Lair, è di fatto mitigata ai loro inizi da un gusto per la melodia eroica tipica di band come le pocanzi citate. Oltre a condividere con esse tematiche ed “arrembanza” tipica del genere di cui disquisiamo. Ovunque inseriti, i Griffin possono tranquillamente dire la loro, senza vergogna e senza timori di nessun tipo. Flight of The Griffin è un piccolo capolavoro di velocità e potenza, queste ultime decisamente più ragionate e meno “ostentate” rispetto ad altre band della stessa forgia, preferendo i Nostri sempre bilanciare suoni e melodie, donando alla propria musica un quid battagliero decisamente più avvolgente di quanto mostrato da band più Speed nel senso stretto; leggasi Exciter Razor, giusto per tirar fuori due nomi illustri. Basterebbe la sola Heavy Metal Attack con i suoi cori di guerra a stabilire le coordinate di un disco coinvolgente e possente, per non parlare della inesorabile Submission, priestiana fino al midollo. Ed ancora la monumentale titletrack, aperta da un arpeggio incantato quasi vagamente vicino agli Yes di Fragile e dall’andatura lenta ed inesorabile, quasi ipnotica. La voce graffiante di William McKay, gli ottimi dialoghi chitarristici di Yaz (rip) e Rick Cooper, la ritmica precisa e marmorea di Rick Wagner (batteria) e Thomas “Hawk” Sprayberry (basso) rendono Flight… un continuo turbinio di emozioni, dalla velocità alla melodia, dall’eroismo alla meditabonda magia incantatrice. Gemma consigliatissima, tutta da scoprire e riscoprire.

MEDIEVAL STEEL – Medieval Steel EP (1984)

Quantità esigua, qualità altissima. E sfortuna, tanta sfortuna. Poche parole eppure assai significative, dato sì che la carriera di questo brillante quartetto di Memphis può essere tranquillamente riassunta in questa maniera. Nome di culto per qualsiasi appassionato di certe sonorità, quello dei Medieval Steel è un moniker arrivato a fatica sino ai giorni nostri, trascinando seco giusto qualche demo e compilation. Per il primo “vero” esordio abbiamo dovuto attendere sino al 2013, anno di inizio della “seconda giovinezza” di questi cavalieri del Tennessee. Dark Castle è infatti l’unico full-length ad oggi rilasciato dalla band, il cui esordio è datato 1984 e risponde al nome di Medieval Steel. Semplice e diretto, così come una copertina minimale in controtendenza circa il costume dei gruppi Epic Metal di quegli anni, i quali sfoggiavano “senza ritegno” ogni tipo di posa od illustrazione rimandante ad immaginari epici, mitologici e bellici. Medieval Steel conta esattamente diciassette minuti di durata, per un totale di quattro brani. Quattro pezzi che, per bellezza e potenza, possono tranquillamente rivaleggiare con tanti full-length eccessivamente prolissi e privi di mordace. Proprio la capacità di impattare deciso contro le nostre oreccihe, contro il nostro immaginario, fa di questo EP un tesoro più unico che raro. Una cura maniacale per la melodia, dovuta anche dalla voce eroica e cristallina di Bobby Franklin, rende ogni brano coinvolgente e scorrevole; aggiungiamo gli ottimi virtuosismi di Jeff Johnes (rip) e John Roth, una coppia d’asce capace di trovarsi a memoria nonché di ricamare ogni volta intriganti trame chitarristiche (assoli da manuale, ritmica solidissima). Basso (Jack Holder [rip], accreditato come turnista) e batteria (Bill Jones) essenziali e mai fuori luogo, in grado di sostenere perfettamente l’estro dei compagni. Ogni traccia rasenta la perfezione… anche se una menzione d’onore va fatta per la conclusiva Echoes. Ammaliante, avvolgente, travolgente, un trionfo di melodia e pathos in grado di guardare dritti in faccia i Manowar dei tempi d’oro, al grido di “ci siamo anche noi“.

WARLORD – And the cannons of destruction have begun… (1984)

La Storia degli Warlord sembrava praticamente essersi scritta da sola, quando nel 1983 la Metal Blade Records pubblicò il loro EP d’esordio Deliver Us: un lavoro che esaltò critica ed addetti ai lavori, catapultando questa valida band di Los Angeles in cima alle vette. Cambi di formazione ed avvicendamenti vari portarono dunque i Nostri ad incidere un vero e proprio full-length appena un anno dopo, quando And the cannons of destruction have begun… vide la luce trasformando i Nostri in un quintetto di successo. Un disco che di fatto sancì la loro fine, in quanto insoddisfatti dei termini contrattuali proposti dalla Metal Blade e vittime di continui cambi di line up. Tutta una serie di sfortune che li portarono a trovare una continuità degna di questo nome solo a partire dal 2002. Il tempo è tuttavia un galantuomo e sebbene il gruppo abbia visto in quel fatidico 1984 la fine di una promettente carriera (o almeno di una sua prima parte), riuscì comunque a toccare l’apice con un disco decisamente sopra la media. And the Cannons… è difatti un platter compatto e variegato, capace di esprimersi ad altissimi livelli nell’arco di 30 minuti abbondanti di durata. Una intro che sembra recitata da Mago Merlino in persona lancia l’assalto iniziale, quella Lucifer’s Hammer turbinante e cadenzata, arricchita da un uso meraviglioso delle tastiere (appannaggio totale della bravissima Diane “Sentinel” Kornarens) ed impreziosita dall’ugola di Damien King II, pseudonimo adoperato per ogni cantante avvicendatosi nel gruppo (che i Ghost non abbiano preso spunto per i vari Papa Emeritus?). Si approda verso lidi ancor più melodici e sognanti con la successiva Lost and Lonely Days, si inciampa nell’oscura e sabbatica  Black Mass… sino ad arrivare a veri e propri “assalti neoclassici” nei virtuosismi di Aliens. Menzione d’onore per Child of the Damned, brano velocissimo e spericolato di purissima scuola Power, riproposto anni dopo dagli Hammerfal nel loro esordio. La chitarra di William J. Tsamis ha dunque ispirato più di quel che crediamo, ben sorretta dalla ritmica intricata e possente di Archangel (basso) e Mark Zonder (batteria).

VIRGIN STEELE – Guardians of the Flame (1893)

L’estro di Jack Starr, personaggio creativo e chitarrista incredibilmente dotato, avevano sicuramente spinto i Virgin Steele verso lidi assai più particolari e se vogliamo “coraggiosi” rispetto a tante altre band sue coetanee e simili per tematiche ed approccio. Il primo e seminale, omonimo esordio mostrava infatti uno spiccato gusto per il virtuosismo solista e per un gioco di melodie particolarmente accattivante e per nulla scontato. È tuttavia con Guardians of the Flame che il quartetto di Long Island inizia a migliorare il tiro, trovando una strada maestra da seguire e perseguire. Il sentiero che li avrebbe portati verso autentici masterpieces come Noble Savage o i più intricati e “concettuali” The Marriage of Heaven and Hell parte 1&2, per intenderci, nonostante l’abbandono di Jack esattamente dopo il disco di cui parliamo. Un’esperienza breve, quindi, alla quale il buon David DeFeis dovette il definitivo guizzo, la scintilla che permise il delinearsi di un’identità eroica: trionfante ma non sfacciatamente grezza e “testosteronica” come quella dei Manowar, giusto per scomodare un archetipo fondamentale dell’Epic Metal. DeFeis (voce e tastiere) e Starr, duo sorretto da Joe O’Riley (basso) e Joey Ayvazian (batteria) rendono i Virgin Steele una sorta di unicum del panorama Metal statunitense proprio per tutta una serie di accorgimenti rivelatisi  – a posteriori – più che peculiari di una solida proposta musicale. Anzitutto, un uso centellinato e sapiente delle tastiere, splendidi rinforzi nei brani più elaborati del lotto, come The Redeemer Guardians of the Flame appunto. Due brani dall’importante durata, sostenuti dal virtuosismo di Starr e dall’ugola istrionica e cristallina di David (vero e proprio maestro della voce), autentiche cavalcate di istrionismo ed eroismo musicale. Il platter non cala, anzi dà ancor più battaglia anche nei brani più “radiofonici”, come l’opener Don’t Say Goodbye (Tonight) o magari nell’esaltante Metal City, aperta da dei veri e propri ultrasuoni. Spade che danzano pur risultando fatali in fase di stoccata: Guardians of the Flame è una splendida sinfonia di Metallo e romantici duelli, da ascoltare ad ogni costo.

LORDS OF THE CRIMSON ALLIANCE – Lords of the Crimson Alliance (1986)

Far Cry (voce, tastiera, chitarra), Cutterjon (chitarra), Zan Zan (batteria) e Grom (basso). Cosa sappiamo di loro? Oltre al fatto che i loro soprannomi siano fra i più brutti della storia del Metal e che il loro unico disco risulti un omonimo del 1986. Risposta? Una leggenda metropolitana indicherebbe i Lords of the Crimson Alliance come un side project degli Aftermath Grudge di New York e che quindi l’identità del quartetto possa essere ricondotta a quella di Richard Shayka (Far Cry), Cliff Finey (Cutterjon), Rick Von Glahn (Zan Zan) e Joe Nutt (Grom). Tesi avvalorata dal fatto che il bel Lords of the Crimson Alliance è stato effettivamente rilasciato dalla Grudge Records, piccola etichetta statunitense da tempo chiusa. Sia quel che sia, i misteriosi quattro ci sanno fare ed è evidente, pur quanto distanti da certi territori, quanto le atmosfere Epic li esaltino e li spingano a realizzare un platter di tutto rispetto. Sebbene quest’ultimo possa essere a tutti gli effetti considerato un divertissement messo in piedi in maniera spensierata per cimentarsi con un genere comunque amato e rispettato. Brani come Death Crusade, ritmata, incalzante e carica di groove, del resto, parlano da soli. L’atmosfera è a metà fra il fantasy e dello sword and sorcery in brani come DragonslayerThe Dungeon, in cui le sonorità grezze e feroci di gruppi come Omen vengono “spalmate” lungo slanci U.S. Power, il tutto caratterizzato dall’ugola di Far Cry, decisamente un King Diamond wannabe. Si corre, si combatte, ci si esalta, si vibrano colpi d’ascia bipenne. I sovrani dell’Alleanza Cremisi dimostrano di essere un gruppo sin troppo scafato e sul pezzo, per potersi definire unicamente “una band messa su per puro spirito di cazzeggio”. I brani hanno una loro identità, vivendo di trovate proprie e non allacciandosi troppo al panorama Epic, ripresentandone certo i topoi ma non parodiandoli o copiando di sana pianta da altre situazioni. Fra le più belle dichiarazioni d’amore mai rivolte ad un genere musicale, perla rara da dissotterrare!

Avatar

marek

Lascia un commento:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *