U.S. Metal – Heavy, fuckin’ Heavy (pt. 2)

U.S. Metal – Heavy, fuckin’ Heavy (pt. 2)

U.S. Metal – Heavy, fuckin’ Heavy (pt. 2)

Dopo una entusiasmante parte 1 ricca di nomi importanti, eccoci arrivati al secondo episodio di questo never ending excuuuursuuuuuus na na naaaa nana naaaaa… dicevo: la seconda parte di questo excursus infinito sulla storia del metallo statunitense. Penso di aver cavalcato un Falkor con la testa di Dee Snider, ma poco importa. Se nell’episodio precedente avevo dato risalto ai nomi Heavy più importanti e storicamente di peso, in questa sede ci occuperemo del secondo volto della medaglia acciaiosa a stelle e strisce. Dieci dischi “dimenticati” eppure incredibilmente validi, figli di band più o meno sfortunate eppure ancora capaci di dire molto, invecchiate benissimo, come una bella bottiglia di vino d’annata.
Se vincerai sarai il più forte, se perderai nell’ombra resterai“, come ben diceva la sigla di Yu-Gi-Oh!
Eppure, nel gioco del Metal, difficilmente si “perde” in toto. Per quanto la tua legacy possa finire sepolta nella polvere e nel tempo (i Mayhem, questi, per i profani) troverai sempre un matto, da qualche parte, pronto a rivalutarti ed a chiedersi: “perché BIIIP questi non siano diventati famosi, dico io”. Un matto è qui, presente e si compiace dell’offrirvi una bella carrellata di band “minori” dedite al più classico… metallo classico, appunto (da “dedite”, leggere con smaccato accento pugliese sino alla prima parentesi, grazie).

MALICE – …In the Beginning (1985)

Un esordio col botto, quello dei Malice, il quale confermò (dopo un pugno di demo particolarmente “calde” e note nell’underground losangelino dell’epoca) le più che importanti qualità di una band che sin da subito venne definita – forse esagerando – la risposta statunitense nientemeno che ai Judas Priest. Per quanto l’ugola di James Neal ricordasse incredibilmente da vicino quella del Metal God Rob Halford, il paragone risulta forse un tantino forzato a causa di una vena catchy che …In the Beginning sfoggia senza troppi problemi, a discapito di una maggiore durezza invece marchio di fabbrica dalla compagine di Birmingham. Si potrebbe magari dire che se Turbo avesse suonato proprio ed esattamente come questo disco, forse avrebbe ricevuto qualche consenso in più; ma questa, come si suol dire, è un’altra storia. Autentici animali da palcosenico, i Malice degli esordi mostravano una fame ed una voglia di sfondare non certo degne di una “riserva”. Tutt’altro, questo platter scalpitava come un puledro selvaggio, volenteroso di una maglia da titolare, con la precisa volontà di giocare a viso aperto contro i migliori della scena. I riff potenti e convincenti di Mick Zane (rip) e Jay Reynolds, la ritmica essenziale e precisa di Mark Behn (basso, sintetizzatori) e Clifford Carothers (batteria), linee vocali di assoluto livello, elementi ben amalgamati degni di una band compatta e decisamente sugli scudi. …In the Beginning ha praticamente tutto quel che serve per esaltare ogni tipo di pubblico, dai metallari più classicisti ed intransigenti (Air Attack, Stellar Masters) agli amanti dei motivi più orecchiabili e coinvolgenti (Rockin’ With You, la “crüeiana” Tarot Dealer). Un disco che vi consiglio sinceramente di recuperare.

ICON – Icon (1984)

Un debutto degno di nota per questi cinque metalheads dell’Arizona, capaci di coniugare in maniera perfetta l’essenza del sound tanto amato dal pubblico statunitense con dei flavours assolutamente british. Icon, omonimo debutto del gruppo nativo di Phoenix, racchiude entro i suoi solchi dieci tracce rispondenti perfettamente al diktat che più americano non si potrebbe: ovvero, gran gusto per un riffing generale sospeso a metà fra il catchy e la potenza metallica. Si potrebbe quasi azzardare un paragone con i britannici Def Leppard, in quanto gli Icon sembrano voler modellare il proprio sound su quello che fu il trascinante successo di Pyromania negli States, pur mantenendo il proprio Es saldamente legato ad un sound più assimilabile all’epopea dei Quiet Riot di Metal Health. Il risultato è un disco coinvolgente e divertente, ben suonato ed assolutamente anthemico sotto tutti i punti di vista. Brani come On Your Feet sembrano creati appositamente per essere scanditi a squarciagola da un pubblico adorante, il bellissimo gioco melodico che caratterizza World War strizza l’occhio ad una pelle più squisitamente radio friendly, Hot Desert rappresenta l’anima più massiccia ed oltranzista, Rock n Roll Maniac suona libera e selvaggia. Il tutto si lascia cantare ed ascoltare dalla prima all’ultima nota, senza mai annoiare, senza arretrare mai di un centimetro. L’ugola tagliente di Stephen Clifford, le chitarre magistrali di Dan Wexler John Aquilino, la ritmica precisa e potente di Tracy Wallach (basso) e Pat Dixon (batteria) fanno di Icon un platter assolutamente da riscoprire e rivalutare. Questi ragazzi… sì che meriterebbero una seconda giovinezza!

QUIET RIOT – Metal Health (1983)

Mi rendo conto del fatto che inserire i Quiet Riot in questa parte dell’excursus, per molti, possa suonare abbastanza coraggioso se non folle. Parliamo di un gruppo che ha certamente saputo dare quantità e continuità al proprio essere, pur non riuscendo mai a toccare definitivamente ed in maniera duratura le vette più alte, tanto da potersi garantire un posto fra i “grandissimi”. Certamente non parliamo di semplici meteore (pazzo chiunque lo pensi) ma neanche di un gruppo, ahinoi, capace di riconfermarsi a livelli importanti dopo l’incredibile successo di Metal Health, la cui esplosione non venne mai veramente bissata. Famosi a posteriori anche per esser stati “il primo gruppo di Randy Rhoads“, i Nostri erano dediti ad un Hard Rock abbastanza canonico sino ad arrivare, nel 1983 (in concomitanza dell’abbandono di Randy), alla definitiva consacrazione. Il loro terzo album, Metal Health appunto, fu capace di scalare tre per volta i gradini della scala del successo, trascinando la compagine di Los Angeles in vetta ad ogni tipo di classifica, sia “metallara” sia popolare. La risonanza della “Salute Metallica” fu tale da iniettare con prepotenza il nome dei Quiet Riot nell’immaginario collettivo, grazie a singoli d’impatto come la meravigliosa titletrack e la fortunatissima Cum on Feel the Noise, cover degli Slade capace grazie ai Nostri di rivestirsi di una nuova, aggressiva, sfrontata pelle. Le sfrenate Run for Cover Breathless fecero il resto, lasciando poi alla queeniana Slick Black Cadillac e alla suadente Don’t Wanna Let you Go il compito di arare i cuori del pubblico meno borchiato. L’indimenticabile voce di Kevin DuBrow (rip), la chitarra ruggente di Carlos Cavazo, l’ottimo basso di Rudy Sarzo, la scatenata batteria di Frankie Banali (rip)… elementi alla base di uno dei più clamorosi successi della Storia del Metal. Onore e gloria agli eroi!

PANTERA – Metal Magic (1983)

Una copertina pittoresca, quella di Metal Magic, esordio discografico dei Pantera. Di certo capace di far concorrenza al Johnny dei Riot e come in quel caso assolutamente in grado di farsi perdonare per via del bel contenuto dietro celato. E qualora ve lo steste chiedendo, sì, sono QUEI Pantera. Per dirla alla Troy McLure, forse vi ricorderete di loro per dischi come Cowboys From Hell Vulgar Display of Power, dischi pesanti ed in grado di ri-scrivere le sorti del Metal dai ’90 in poi. Se una considerevole fetta di appassionati ha comunque recuperato gli album degli albori, considerando all’unanimità Power Metal come un piccolo gioiello dimenticato, ancora in troppi ignorano l’esistenza di questo bell’esordio firmato Darrell e soci, l’inizio scoppiettante di un quartetto texano amante dei KISS e dell’Hard Rock. Già dall’opener percepiamo uno smaccato tributo a Destroyer ed in particolare a Detroit Rock City, in quanto Ride My Rocket ne recupera praticamente il riff principale, con l’aggiunta di un finto pubblico adorante in sottofondo. Brani come Latest Lover pongono sul piedistallo l’amore per band come Grand Funk Railroad Mountain, tenendo ben issata la bandiera a Stelle&Strisce, mentre pezzi in stile Tell Me If You Want It e Widowmaker porgono il fianco all’orecchiabilità, alleggerendo il carico di quando in quando senza mai “esagerare”. Metal Magic alla fin fine può considerarsi uno splendido tributo al glorioso Hard n’ Heavy che fu, fra riff catchy e chitarre sferraglianti, degno lavoro di una band di ragazzi all’epoca giovanissimi e perdutamente innamorati dei loro artisti preferiti. Terry Glaze canta esattamente come un wannabe Starchild, Dimebag Darrel (rip) mostra le sue doti pur peccando ancor troppo di “derivatezza”, Rex Brown è ancora lontano dal suo groove tipico pur suonando preciso quanto essenziale, Vinnie Paul (rip) pestava già duro. Per chi fosse interessato a recuperare gli esordi dei Pantera… ecco l’occasione giusta!

WILD DOGS – Wild Dogs (1983)

Diretti, essenziali, selvaggi, poco inclini al compromesso: per quanto il vero successo degli oregoniani Wild Dogs sia arrivato con la pubblicazione dell’ottimo Reign of Terror del 1987, molto più incline al Power all’americana che ad un Heavy Metal nel senso stretto del termine, è nell’omonimo esordio Wild Dogs del 1983 che l’essenza animalesca dei cagnacci di Portland viene fuori prepotente e rabbiosa. Un debutto che ben coniuga le formule Hard Rock dei vari AC/DC Rose Tattoo mescolandole ad un’indomabilità fieramente priestiana, mettendo sul piatto uno dei dischi migliori della sua annata. A differenza dei precedenti già citati, questo disco non vuole concedere troppi momenti “orecchiabili” per nessun motivo al mondo, poiché l’attitudine dei Nostri risiedeva esattamente nell’essere degli animali selvaggi non solo di nome, ma anche e soprattutto di fatto. Una radio “popolare” dell’epoca non avrebbe mai trasmesso brani come The Tonight Show o la splendida The Evil in Me, dotata di un assolo assolutamente memorabile. Sì, qualora non si fosse capito, ho sempre avuto un debole per questi ragazzacci. Massicci, affamati e fieramente incazzati: la loro epopea non è durata quanto avrebbe dovuto, pur lasciando ai posteri un terzetto di album di tutto rispetto, che ogni appassionato di Metal dovrebbe ascoltare e – qualora fosse possibile – custodire gelosamente. L’indemoniato Matt McCourt (lo ritroveremo quando verrà il turno dei Dr. Mastermind, non preoccupatevi) al microfono, l’ascia prepotente di Jeff Mark, la batteria spaccaossa di Deen Castronovo ed il basso frastornante di Danny Kurth (rip) fanno di Wild Dogs un disco eccellente, meritevole di ascolti su ascolti. Invecchiato benissimo, prova del tempo nettamente superata! Born To Rock!

TKO – In Your Face (1984)

Capitani di lungo corso della scena statunitense ed attivi sin dal 1977 dapprima con il nome di Mojo Hand, i TKO iniziarono a farsi conoscere come un “normale” gruppo Hard Rock dedito ad una proposta  – se vogliamo – nella norma, rocciosa eppure melodica. Il debutto Let It Roll del 1979, oltre a presentare una delle copertine più brutte della storia del Metal (quei due golem pugili farebbero venire gli incubi persino a Pacciani) fu un prodotto abbastanza standard, privo di quel mordente necessario a sfondare. Fu quindi qualche anno dopo, nel 1984, che il quintetto di Seattle irrobustì la propria proposta, tirando fuori gli artigli pur non rinunciando ad una verve tutta orecchiabile che di fatto sospese il buon In Your Face a metà fra l’Hard n Heavy più in voga in quegli anni (Van Halen su tutti) e l’attitudine festaiola dei Mötley Crüe. Trovata la quadra del cerchio, i cinque musicisti andarono ad infilarsi a meraviglia nel panorama statunitense, divenendo una piccola band di culto come successe in Gran Bretagna per i “cugini” Wratchild, smuovendo cerchie di fedelissimi e conquistando palchi importanti a supporto di vere e proprie leggende del calibro di AC/DCThe Kinks Cheap Trick. Brani come Into The Night ci fanno ben capire il perché del loro successo, mixando alla grandissima la furia iconoclasta dell’Heavy Metal con la voglia di smuovere e conquistare le folle, passando per veri e propri attacchi frontali come End of the Line, tosta, veloce e senza compromessi. Il vero centro di Brad Sinsel (voce), la coppia d’asce Rick Pierce / Adam Brenner, il batterista Gary Thompson ed il bassista Evan Sheeley, artefici di un disco scoppiettante, energico e vivace.

WARRIOR – Fighting for the Earth (1985)

Come per gli Wild Dogs, anche per i Warrior vale una sorta di “sospensione” fra due generi. Una critica sostanzialmente spaccata in due li vorrebbe molto più vicini alla corrente Power che Heavy nel senso stretto, pur essendo Fighting for The Earth un disco leggermente più assimilabile a quest’ultima, per le differenze sostanziali che presenterebbe se messo a paragone con pilastri come Soldiers of the Night o magari Ample Destruction, giusto per fare due esempi. Al di là di ogni discorso meramente “archivistico”, questo debut classe 1985 rappresenta un ottimo esempio di Metal americano, tutto incentrato su refrain anthemici e chitarre rombanti. Questa vena maggiormente “catchy” lo rende certamente più arrembante di molti altri prodotti di forgia Jag Panzer o degli stessi Wild Dogs, sfoggiando di contro un gusto per la melodia che di certo non passa inosservato ed anzi, rende ogni brano una potenziale hit molto più a suo agio nella dimensione live che prettamente in studio. Le linee vocali di Perry McCarty risultano eleganti e graffianti al contempo, intersecandosi a meraviglia con il lavoro chitarristico di Joe Floyd Tommy Asakawa, sempre sul pezzo e fautori di melodie trascinanti e riff al fulmicotone. Brani come la titletrack o la dinamitarda Ruler ben esplicano questi concetti, beneficiando di un’essenza massiccia e contemporaneamente istrionica, in cui la melodia la fa da padrona assieme all’essenza tonante dell’Heavy Metal. La possente ritmica di Liam Jason (batteria) e Rick Bennet (basso) confezionano alla grandissima tracce come Mind Over Matter, per un platter degno d’attenzione ed incredibilmente coinvolgente.

Q5 – Steel The Light (1984)

Ancora una volta, non parliamo di una band la cui carriera possa definirsi importante o comunque densa di uscite discografiche. Un vero peccato, visto e considerato che in seno agli Q5 troviamo personaggi la cui inventiva ha fatto sì che la storia della chitarra elettrica abbia potuto accrescere i propri capitoli in maniera decisamente importante. Qualora foste dei chitarristi, sicuramente il nome Floyd Rose dovrebbe dirvi più di qualcosa. Come reagireste, dunque, se vi dicessi a mia volta che l’omonimo inventore del famigerato sistema di bloccaggio del tremolo ha mosso i suoi primi passi in una band dai più dimenticata? Steel The Light, questo il nome del debutto dei Q5, compagine di Seattle capitanata dal carismatico chitarrista Floyd Rose per l’appunto, rappresentò per la band un esordio di grande impatto, tanto da meritarsi un posto nella classifica stilata da Kerrang! circa i migliori album “indie” del 1984. Termine, quest’ultimo, che rappresentava le band prive di un contratto con una major, foraggiate da etichette indipendenti. Nonostante la mancanza di “agganci”, i Nostri riuscirono a levarsi non poche soddisfazioni, addirittura condividendo il palco con mostri sacri quali Y&T Twisted Sister, dando on stage il meglio di loro stessi. Tracce come l’ottima titletrack, la scatenata opener Missing In Action, la tostissima Pull The Trigger rappresentano un ottimo connubio fra l’Hard Rock più roccioso ed un Heavy Metal molto vicino a sensazioni tipiche degli Accept, con un gusto niente male per il virtuosismo chitarristico, dando in pasto agli ascoltatori un disco di tutto rispetto. Ad accompagnare il bravo Rose troviamo anche membri di un’altra band citata qualche riga più in su, i TKO. Parliamo nella fattispecie del bassista Evan Sheeley , del batterista Gary Thompson e del chitarrista Rick Pierce; quartetto supportato dall’ugola à la Udo / Bon Scott di Jonathan Scott (curioso particolare!), frontman carismatico e vocalmente leonino. Good work, boys!

LE MANS – On The Streets (1983)

Uno di quei casi in cui un libro non deve essere giudicato dalla copertina. Assolutamente. Perché se è vero e più o meno oggettivo il fatto che i Le Mans somigliassero a dei wannabe glam rockers, coi capelli cotonati ed il viso angelico, tuttavia presi in pose strane e vestiti come se qualcuno avesse voluto creare ad mentula canis un personaggio in un qualsiasi videogame di ruolo… ecco, la musica interveniva certamente in loro aiuto, svelando On The Streets, il loro debutto discografico, come un gran bel prodotto di sferragliante Hard n Heavy. Al primo impatto visivo, una proposta musicale che potrebbe giudicarsi vicina ai Poison. Nel concreto, tracce muscolose e pungenti come la titletrackNervous BreakdownHard as A RockHells Halls, quest’ultima pregna di un virtuosismo chitarristico degna dei migliori Judas Priest. Proprio il combo inglese, come tutto l’Heavy tipicamente albionico (Tygers of Pan Tang e primi Iron Maiden su tutti) sembra citato più volte lungo questi solchi, nonostante il vero punto di riferimento del quintetto di Chicago possa essere ricondotto ai connazionali Van Halen, soprattutto prendendo in esame tracce come la conclusiva Computer Defense. Vero e proprio, piccolo capolavoro finemente incastonato in un platter in grado di dire e dare molto, vista e considerata la brevissima carriera dei Le Mans, fra le tante vittime sacrificali e sacrificate all’altare del tempo, alla fagocitante macchina del business. Un po’ più di coraggio e volontà avrebbero potuto trasformarli in degli Anvil statunitensi, un vero peccato. Rimane però il fatto che il lavoro svolto da Peter Marrino (voce), la coppia d’asce Josh Ramos Derek Frigo (rip) e la ritmica composta da Richard Burns (basso) e Kenny Stavropoulos (batteria) abbia compiuto un lavoro di tutto rispetto, un disco di culto da ascoltare ben più di una sola volta.

CULPRIT – Guilty As Charged! (1983)

Direttamente da Seattle, i Culprit. Una di quelle band che, al suo esordio, mise d’accordo tutti… nel vero senso della parola. Recensioni entusiastiche, difatti, accolsero alla sua uscita Guilty As Charged! rendendolo di fatto un piccolo “culto” rimasto impresso nella memoria collettiva. Peccato solo che le aspettative non vennero corrisposte, in quanto i Nostri rimasero fermi a quota “uno”, rendendo questo full-length l’unico della loro carriera, ancora oggi in proseguimento. Un pugno di demo e compilation ci fanno urlare “al peccato”, in quanto parliamo del platter più oltranzista e coraggioso del lotto, a pari merito con l’omonimo debutto dei Wild Dogs. Heavy classico, certamente, ma anche sensazioni di stampo Power e slanci eroici rimandanti ai Manilla Road, vista anche la complessità dei pezzi in generale, non propriamente radio friendly. Un disco solido come una roccia ed arrembante quanto un galeone pirata, potente, ragionato, ben scritto. Uno di quei piccoli capolavori dei quali non si può fare a meno e che merita assolutamente ascolti su ascolti. Il lavoro delle chitarre, magistralmente impugnate da John DeVol e Kjartan Kristoffersen, presenta complessi dialoghi ed intrecci degni di una band navigata ed esperta, Scott Earl (basso) e Bud Burrill (batteria) battono forte il martello sull’incudine della ritmica; eleva l’ensemble la voce di Jeff L’Heureux, riuscitissimo ibrido fra Marc Storace Shark Shelton. Provare per credere: brani come Steel to Blood cavalcano minacciosi verso la meta, mentre altri come Ambush diminuiscono il tiro, intrattenendo ma comunque celebrando un certo Hard Rock muscoloso e privo di compromessi facili.

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marek

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