Winterbreed – A WEARY FADING SOUL

Winterbreed – A WEARY FADING SOUL

Winterbreed – A WEARY FADING SOUL

TITOLO: A Weary Fading Soul
ARTISTA: Winterbreed
GENERE: Symphonic Metal/Progressive Metal
ANNO: 2019
PAESE: Italia
ETICHETTA: Indipendente

Dopo diversi anni dall’esordio, i vicentini Winterbreed tornano con il loro primo full A Weary Fading Night, continuando concettualmente il lavoro iniziato in Facing The Void. La loro carriera è stata molto particolare e nonostante due validissimi lavori, la band ha annunciato lo scioglimento in contemporanea all’annuncio della release in questione, vedendo nel mezzo qualche cambio di formazione, sia in sede live, sia in studio.
A causa di queste peculiarità è doveroso a mio parere parlare brevemente dell’iter della band, in modo da rendere questa recensione un piccolo excursus, oltre che una recensione, al fine di creare una testimonianza concreta di una band che ha dato, a mio parere, qualcosa che non si realizza tutti i giorni nella scena italiana.
Il loro primo EP, Facing The Void (https://www.metalwinds.org/2017/recensioni/winterbreed-facing-the-void-ep/) vede in formazione i due founder Mattia Todescato e Martina Tomasoni, assieme al bassista Filippo Bergamin e alla cantante Irene “Eva” Scapin. Dopo alcuni live e il rilascio dell’EP, Irene esce dalla formazione: al posto suo entra Lucrezia Naj Fovino. Lucrezia registrerà A Weary Fading Soul e sarà la frontwoman di tutti i live sino allo scioglimento della band. L’ultima sostituzione della band riguarda la batteria: Martina ha registrato entrambi i lavori della band, tuttavia i live post uscita dell’album sono stati suonati da Samuel Sarappa. Chiarita la formazione, possiamo passare al disco!
L’Intro, caratterizzata da archi in primis, parti metal nelle seguenti sezioni sino a elementi doom, è il manifesto di un album che si presenta sempre più struggente durante la sua riproduzione. Giungiamo dunque a The Crown, seconda traccia dell’album, grazie alla quale avremo un’idea più chiara del sound dei nostri: un Symphonic Metal ben strutturato, che trae le sue soluzioni musicali sia dall’armonia moderna che da quella classica, il tutto condito da influssi progressivi. Questa scelta, oltre a dimostrare una buona competenza musicale da parte dei musicisti, aiuta la band a non cadere in quei cliché che a mio parere popolano il suddetto genere. Non appena giungeremo alla terza traccia, In Abscence, noteremo anche un’altra peculiarità della band: così come già evidente in The Crown, i ragazzi hanno particolare destrezza non solo nel comporre strutture chiare ed equilibrate, ma anche nell’inserire delle linee melodiche efficaci, funzionali e mai fuori contesto. In queste condizioni si pongono le basi per un lavoro davvero di buon livello. Betrayal: sorta dalle ceneri di un rapporto amicale terminato in modo aspro, è la reinterpretazione di un brano dell’EP precedente che risultava efficace già in precedenza. Il brano [del quale non spoilero il nome per chi volesse ascoltarlo in seguito]  si riconferma come valido e ancora più preciso nella struttura e nelle linee melodiche, elementi che fanno la differenza in un genere dove non è solo il riff ad avere importanza: soprattutto se si sceglie, come in questo caso, di sovrapporre molti elementi come sezioni strumentali dal mood Progressive senza cadere in virtuosismi musicali fini a se stessi -quasi sempre controproducenti-.
The Storm, simboleggiante le difficoltà della vita, mi ha strappato un sorriso in quanto esplicitamente un po’ più acerba delle altre, a tratti un po’ meno incisiva, ma a suo modo altrettanto valida. Siamo arrivati dunque a Ouroborus: catene che trattengono agli errori del passato -ancora così presenti da essere interlocutori attivi- danno origine ad un brano particolarmente forte, caratterizzato da ottimi fraseggi su tutta la strumentale ed eccellenti linee vocali da parte di Lucrezia. Glaciale, perforante, malinconica, ma non nostalgica. Verso la fine dell’album troviamo Lethe: il desiderio dell’oblio a causa delle ripercussioni nel presente degli errori del passato ispira un’altra traccia carica di emozione, dove la band riconferma la capacità di attingere esaustivamente talvolta dall’armonia moderna, talvolta da quella classica. Bleeding Void, dal mood critico, particolarmente cosciente e vagamente autopunitivo, contiene sezioni ritmiche interessanti e un interessante incrocio musicale del pianoforte con queste ultime; il tutto ci porta a Scars, seconda parte ideologica di Bleeding Void: oramai dentro l’abisso, viene praticamente impossibile risalire. Nonostante ciò, una luce appare in lontananza, lasciando la speranza che un domani, lottando, tutto andrà meglio.
Concluso l’album, passiamo ai pro e ai contro!
Pro: La composizione, le scelte armoniche, melodiche e ritmiche funzionano molto bene, davvero un ottimo lavoro;
Gli influssi Progressive qui, a mio parere, alzano il livello dell’opera. Di nuovo: “Ottimo lavoro”
Contro: Nonostante i suoni siano buoni, in produzione sarebbero potuti essere amalgamati in maniera più equilibrata.
Giudizio generale: ampiamente promosso!

VOTO:85/100

 

 

TRACKLIST:

01. Intro
02. The Crown
03. In Absence
04. Betrayal
05. The Storm
06. Ouroborus (Labyrinth)
07. Lethe
08. Bleeding Void
09. Scars

 

LINE UP: 

Mattia Alexi Todescato – Chitarra solista
Lucrezia Naj Fovino – Voce
Filippo Bergamin – Basso
Enrico Gazzetto – Chitarra ritmica
Martina Tomasoni – Batteria

 

WEB:

https://www.facebook.com/Winterbreed/

Ivo

ivano

Mi occupo da anni di recensioni e interviste (anche bilingue) in ambito Metal. Recensisco su Metal Winds solo previo invio del disco fisico in questione. Polistrumentista per Vereor Nox, Padulo, Breethoven e Social Media Manager per i Liquid Fear.

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