PINO SCOTTO – Dog Eat Dog

PINO SCOTTO – Dog Eat Dog

PINO SCOTTO – Dog Eat Dog

TITOLO: Dog Eat Dog
ARTISTA: Pino Scotto
GENERE: Hard Rock / Heavy Metal
ANNO: 2020
PAESE: Italia
ETICHETTA: Nadir Music

Non credo serva dilungarsi troppo con le presentazioni, a questo giro; dato che l’ospite di oggi è di quelli celeberrimi, il rocker nostrano Pino Scotto. A due anni dal precedente Eye For An Eye, il cantante torna in scena con un nuovo album e un progetto ancora una volta diverso dai precedenti lavori, proseguendo nella sperimentazione e nella contaminazione musicale; impronta stilistica ormai consolidata che che ogni volta, per dodici album, è stata sempre differente, quasi un progetto autonomo ad ogni nuovo “giro di giostra“. Questo nuovo capitolo s’intitola Dog Eat Dog (per i masticatori abituali della lingua albionica con lo sguardo sempre attento, no, non c’è alcun errore di scrittura) ed è composto da undici brani inediti attraverso i quali, secondo il gusto e il vissuto del suo autore, egli vuole raccontare una sua versione della storia del Rock partendo dai gloriosi anni ’70 fino ai nostri giorni. Un progetto ambizioso. L’album, mixato e masterizzato da Tommy Talamanca, è stato rilasciato il 27 Marzo, nuovamente per Nadir Music, con cui Pino ha da sempre un rapporto di solidissima collaborazione e amicizia. Si respira subito un’aria strana, un qualcosa di lontano ma che riesce ad attraversare il tempo; come una sorta dejavu, come se fosse una scena già vista. Un elicottero si alza in volo e si avvicina con fare poco amichevole, ci si aspetta di sentir giungere, da qualche angolo fuori dalla vista, le note della sinfonia più nota di Wagner per poi lanciarsi in una classica citazione: «Mi piace l’odore del napalm al mattino!». Invece no, tutto viene annullato da una chitarra acustica fangosa e acida che disegna paesaggi desertici e umidi. Un allarme e un ululato la mettono presto a tacere senza troppe cerimonie lasciando esplodere un Hard&Heavy carico che cresce con tutta calma di intensità, dal sound molto classico ma comunque accattivante e sanguigno con un solo finale molto aperto. Un assolo con la stessa intensità che muta poi in una corsa virtuoso lungo il manico della chitarra mentre la ritmica inizia ad imperversare è l’apripista di Not Too Late, impreziosita da sfuggenti interventi di piano che infondono un’aura Blues all’incedere martellante del Rock più duro; una mutazione che torna a mischiare Hard&Heavy con una chitarra molto tecnica e la tastiera ben presente nella seconda parte della traccia aumentandone la gamma di colori. Si passa per un saluto veloce negli anni ’80 con la terza traccia che, come da regola non scritta, è una power-ballad talmente carica di sentimenti personali che ti investe come un tir lanciato lungo una discesa senza conducente a frenarlo. Chitarre potenti, un piano sognante, assoli disarmanti, cori e vocals intimiste anche se graffiate e ruvide. Ingredienti dosati nel migliore dei modi che fanno di Before It’s Time To Go una canzone che ti lascia con la “furtiva lacrima” traballante sul ciglio inferiore anche dopo il ventesimo ascolto. Uno dei tratti indelebili della carriera di Pino Scotto è sempre stato l’inserire echi e rimandi al Blues più profondo nei suoi brani, talvolta confezionando dei singoli di Devil’s Music di grande impatto. Questi echi, con anche qualche rimando tra il Folk e l’Americana fungono da tappeto per Right From Wrong. Ma è solo un’introduzione per accompagnare, con stile, l’attacco elettrico del pezzo che subito infiamma l’aria. Forse l’unica pecca è nel chorus dove la voce del rocker viene quasi messa all’angolo dalle backing-vocals. Un terzo cambio avviene a metà traccia quando il tappeto sonoro iniziale viene ripreso e a seguire riprende la corsa elettrica con un nuovo attacco di tecnicismo e virtuosismo chitarristico solista coadiuvato da una ritmica forsennata e concludersi così come è iniziato… soft. Cambio di carreggiata, la seguente Dust To Dust parte all’insegna del Folk Rock di scuola Irish a cui fa seguito il più ferruginoso degli arrangiamenti Hard Rock sulla quale la voce si straccia e strappa senza ritegno continuando a ripetere questa formula per tutta la durata ma riuscendo, grazie alla verve di tutti i componenti e a sottilissime modifiche, a tenere alta l’attenzione di chi ascolta fino all’ultimo. Giro di boa. Dog Eat Dog, la title-track. Heavy Metal puro e semplice senza troppi contorni, giusto qualche cambio di tempo che ne aumenta la cattiveria e qualche macchia Hard Rock sparsa e un assolo centrale che rimescola le carte. Una canzone di puro sfogo generale per l’artista e la band al seguito. Rock This Town in alcuni punti assomiglia a diversi pezzi di Alice Cooper, specialmente durante la sezione ritmica delle strofe e One World One Life ammicca ad una grossa parte del Metal più moderno e radiofonico pestando quanto più possibile sulla densità dei suoni di basso e batteria e inserendo sax e cori in sottofondo nel ritornello e a sostegno delle parti soliste della sei corde che riesce ad emergere maggiormente rispetto al riffing portante (troppo marcato e spesso sfuggente). Quasi sulla stessa scia, ma decisamente più riuscita, più equilibrata e meno ammiccante alla modernità, è la successiva Talking Trash che trascina con grande facilità con pochi e semplici ingredienti puntando su velocità e aggressività. Nuovo cambio di percorso. Su un basso dai sentori Funky e una batteria cadenzata seguita a ruota da un Hammond viene tessuta la fitta trama di Same Old Story. Basta una sola combinazione di parole per descrivere questa traccia: grezza e strafottente. Come diceva qualcuno: «… e non finisce qui!». Si cambia ancora (mantenendo qualche ricordo della traccia appena passata) e ci troviamo di fronte ad un’altra power-ballad che spazia dall’Hard all’Heavy passando per il Melodic Rock a pezzi di storia del Funky e dell’R&B in una miscela denominata Don’t Be Looking Back che senza fare troppe distinzioni mischia ogni eco e riferimento in un unico pentolone scodellando una canzone che lascia piacevolmente spiazzati. Siamo giunti alle battute conclusive. Un ultimo pezzo nuovamente all’insegna dell’Heavy Metal puro e semplice sulle onde della title-track con pochi elementi a differenziarla.

Un rocker che ha ancora molto da dire, forse un po’ in debito vocalmente rispetto ai precedenti lavori, in qualche piccolo momento, ma che non accenna a calare in quanto ad attitudine e forza. Una band di grossi calibri della scena Metal che ha trasformato in musica ciò che il disco voleva comunicare con mosse rapide e senza strafare. Un sound classico? Sì, ma funziona!

VOTO: 80 / 100

TRACKLIST:

  1. Don’t Waste Your Time
  2. Not Too Late
  3. Before It’s Time To Go
  4. Right From Wrong
  5. Dust To Dust
  6. Dog Eat Dog
  7. Rock This Town
  8. One World One Life
  9. Talking Trash
  10. Same Old Story
  11. Don’t Be Looking Back [Bonus-track]
  12. Ghost Of Death

LINE-UP:

Pino Scotto – Voce
Steve Volta – Chitarra
Leone Villani Conti (Trick Or Treat) – Basso
Federico Paulovich (Destrage) – Batteria
Mauri Belluzzo (Graham Bonnett, ex-Rainbow) – Tastiere

WEB:

Sito Ufficiale

Facebook

YouTube

Avatar

daniele_vasco

Lascia un commento:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *