NILE – Vile Nilotic Rites

NILE – Vile Nilotic Rites

NILE – Vile Nilotic Rites

TITOLO: Vile Nilotic Rites
ARTISTA: Nile
GENERE: Brutal Death Metal
ANNO: 2019
PAESE: Usa
ETICHETTA: Nuclear Blast Records

Il primo novembre scorso, a distanza di quattro anni dal precedente What Should Not Be Unearthed, i Nile sono tornati alla carica con un nuovo lavoro in studio. Gli ultimi anni, per Sanders e soci, non sono stati particolarmente felici: cominciati con la ristampa della demo Worship The Animal (1994 – The Lost Recordings), proseguiti poi con At The Gates Of Sethu, ovvero l’ingrata pecora nera di una discografia dal livello medio alto. Passo falso seguito dal suo successore, sin da subito gravato dall’ingrato compito di rialzare la band dopo un goffo capitombolo, riuscendoci però solo in parte. Senza contare poi l’abbandono di una presenza storica qual era il buon Dallas Toler-Wade, situazione ancor più spinosa. Insomma, i dubbi sull’effettiva capacità di ripresa c’erano eccome.
Dunque, la domanda che ci poniamo è: questo Vile Nilotic Rites, in definitiva, come possiamo definirlo? Molto semplicemente, parliamo di un album nel quale gli elementi che contraddistinguono questo gruppo sono presenti ed evidenti, pur seguendo la scia dei due lavori precedenti: canzoni in generale più corte e concise, con delle strutture più semplici rispetto al loro “solito”; dopo due album discutibili per diversi motivi, possiamo tuttavia giudicare vincente l’operazione “ritorno alle origini”.
Sono parecchie, le canzoni particolarmente “in your face“: Long Shadows of Dread, il primo singol,o è un’ottima opener con le sue percussioni incessanti e la sua atmosfera poco rassicurante. The Oxford Handbook of Savage Genocidal Warfare, la Title Track o Snake Pit Mating Frenzy sono pezzi quadrati e feroci, che spingono parecchio sulla velocità, non facendo prigionieri tra riffs taglienti e ritmiche tritaossa.
Canzoni come That Which Is Forbidden, Revel in Their Suffering e We Are Cursed sono invece brani che giocano parecchio sui rallentamenti e le ritmiche marziali, rivelandosi dei pezzi forse meno grintosi e riusciti, ma dotati di un discreto fascino, specialmente nelle parti più cadenzate. Peccato solo che We… si trascini stancamente fino alla fine, risultando essere uno spiacevole riempitivo.
Seven Horns of War invece è una mini suite dai connotati epici decisamente ben fatta, nei suoi otto minuti e mezzo ritroviamo tutto ciò al quale i Nile in passato ci hanno abituato, con il Brutal Death Metal tecnico e vario, con i suoi momenti atmosferici che possono ricordare velatamente Unas Slayer Of The Gods, tra blast beat, marce forzate, litanie e inserti sinfonici.
Thus Sayeth the Parasites of the Mind, in meno di due minuti, si rivela essere un piccolo intermezzo acustico particolarmente misterioso e lontano grazie alle sue atmosfere orientali molto evocative: non avrebbe di certo sfigurato in uno dei due lavori solisti del buon Sanders, in bilico tra Dark Ambient e Folk mediorientale.
Where Is the Wrathful Sky è forse la punta di diamante del lavoro, grazie ad una parte acustica azzeccata che dà quel pizzico di dinamicità in più tra breakdown e blast beat vari.
Menzione particolare anche per The Imperishable Stars Are Sickened, che risulta essere più melodica del solito (per i loro standard s’intende) grazie all’uso delle clean vocals, un altro dei pochi pezzi più lunghi del lotto.
Alla fine, dunque, cosa rimane da dire? Innanzitutto, che la catastrofe è stata ampiamente evitata. Dopo un disco assolutamente disastroso e un altro che rialzava in parte la china, Sanders e soci sono riusciti a superare un periodo non molto positivo con un disco potente, solido, ispirato e che  – a parte poche canzoni non troppo riuscite – va al punto senza tanti complimenti, in maniera decisamente diretta.
La prestazione dei singoli membri è, come da copione, inappuntabile; specialmente per quanto riguarda quell’elicottero ambulante dietro alle pelli che è Kollias: tra blast beat, rullate rapide e precise, rallentamenti e marce marziali, il Nostro compie un lavoro parecchio vario e ispirato, donando una particolare dinamicità soprattutto ai pezzi più violenti. La produzione dell’album risulta migliore degli ultimi due lavori, molto pulita e formalmente perfetta, anche se a volte si avverte la necessità di chitarre più massicce che avrebbero di certo esaltato alcuni frangenti. Magari, anche delle atmosfere più morbose e sonorità più torbide e meno cristalline.
Arrivati a questo punto, possiamo dire che il primo album realizzato dopo la separazione con il tanto amato Dallas Toler-Wade è un lavoro riuscito e convincente. Pur non rappresentando più una novità assoluta, la proposta dei Nile continua a recare interesse dietro di sé, risultando un forte elemento caratteristico e distintivo in una scena forse, a volte, persa dietro un mare di virtuosismi e tecnicismi fini a loro stessi. Possiamo quindi augurare al buon Sanders di produrre altri album di livello, con la speranza però di prendersi qualche rischio in più e di non dover attendere altri quattro anni per un seguito.

Voto:75/100

TRACKLIST:

1. Long Shadows of Dread
2. The Oxford Handbook of Savage Genocidal Warfare
3. Vile Nilotic Rites
4. Seven Horns of War
5. That Which Is Forbidden
6. Snake Pit Mating Frenzy
7. Revel in Their Suffering
8. Thus Sayeth the Parasites of the Mind
9. Where Is the Wrathful Sky
10. The Imperishable Stars Are Sickened
11. We Are Cursed

LINE UP:

Karl Sanders – voce, chitarra, basso, tastiere, altri strumenti
George Kollias – batteria, percussioni
Brad Parris – basso, voce
Brian Kingsland – chitarra, voce

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Sebastiano Dall'Armellina

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