KARNIVORE – Dödsriket

KARNIVORE – Dödsriket

KARNIVORE – Dödsriket

TITOLO: Dödsriket
ARTISTA: Karnivore
GENERE: Death Metal / Melodic Death Metal
ANNO: 2020
PAESE: Svezia
ETICHETTA: Southcoast Productions

Questa storia inizia nel 2002, a Nässjö, nella contesa svedese di Jönköping. Mattias, Jens e Martin, rispettivamente batterista, chitarrista e cantante decidono di fondare una band, i Karneywar. Il primo lavoro auto-prodotto, una Demo, …Another Day In Fear, viene pubblicata nel 2003, faranno seguito altre due Demo nel 2005 e nel 2007 (anno in cui alla band si unisce il bassista Timmy Persson). Nel 2010, al quartetto si unirà un secondo chitarrista, Jimmy Sjöqvist. Nello stesso anno la band cessa ogni attività come Karneywar e muta il suo nome in Karnivore. Questo cambio di nome andrà a coincidere con due cambi di formazione, il primo vede l’abbandono, quasi immediato, del secondo axe-man appena aggiunto alla line-up e il secondo avviene successivamente alla release del primo full-length a nome Karnivore nel 2012, The Triumphant Khaoz (Scarecrow Music Group), anche il bassista Timmy Persson lascia la band. I tre componenti originali della band rimangono soli e riassegnato il ruolo di bassista al chitarrista Jens Englund, il trio pubblica il suo secondo album dal titolo In the Halls of the Wicked (Lake Of Fire Productions, 2014). A distanza di sei anni dal secondo full, il trio svedese, sotto l’egida della svedese Southcoast Productions, rilascia il suo terzo album: Dödsriket. Un album presentato come Death Metal puro e semplice ma che però già dall’iniziale Hinterkaifeck tradisce subito una forte tendenza all’uso di parti di chitarra molto aperte e melodiche, ritmiche miste che passano in scioltezza dal blast al marziale al cadenzato e inserti orchestrali (specie nell’intro strumentale appena citata). Il growl delle vocals dirige i giochi nell’impronta Death diretta e scarna della band insieme alle ritmiche principali mentre la chitarra si lascia andare a sprazzi di tecnicismo e aperture che contrastano con la ferocia del cantato e si trascinano dietro come cagnolini ammaestrati basso e batteria che cedono senza battere ciglio al passo melodico della sei corde cercando di riprendersi ogni volta che si presenta l’occasione e tornare ad essere distruttivi. La successiva Empire Of Filfth è un chiaro esempio di questo continuo moto compositivo ondoso e mai lineare. War Is Coming, terza traccia, mantiene inalterato lo stile costruttivo delle prime tre canzoni ma inasprisce i toni più prettamente Death del trio e li mantiene maggiormente in risalto rispetto alle precedenti lasciando alla controparte melodica minor spazio di agire e prendere il sopravvento. Brano più “scuro” e aggressivo sia nelle linee vocali che nella ritmica; la chitarra, senza potersi divertire a colorare di tonalità più vivide il pezzo si fa più distorta nel riffing togliendosi qualcosa in fatto di tecnicismo e “arieggiature“. Una piccola modifica che riesce a mantenere vigile l’ascoltatore. Tutto prosegue con maggior impeto e maggiori dosi di violenza con Slice ‘N Dice No Freak; i suoni si fanno più pompati e la batteria diventa più muscolosa prendendosi tutta la scena mentre la chitarra si affila e distorce maggiormente, il volto melodico dei Karnivore resta presente all’interno dei brani ma si mostra in maniera minore. Un secondo cambio che non solo fa rimanere attenti a ciò che succede ma che fa rizzare i peli sulle braccia e sul collo e scatena l’headbanging più selvaggio. Dopo tutte queste note positive, la nota stonata doveva pur apparire anche se se ne farebbe sempre volentieri a meno: Murder Dungeon puzza di quello che gli Amon Amarth avrebbero sempre voluto fare senza riuscire mai ad arrivarci; un Death melodico dalle eco Folk in lontananza in stile Ensiferum; un turbinio di chitarre aperte e virtuose, batteria e basso più pomposi, voce in growl che non libera troppa aggressività, velocità e rallentamenti in una spirale infinita… prima della metà della canzone lo sguardo e già passato a contare le ragnatele sul soffitto e la mente si sta chiedendo come mai a quella discussione del millenovecentosessantatré non avevi risposto come davvero volevi e ti eri limitato ad una risposta di circostanza. La seguente Black Flames prosegue sulla stessa rotaia e finisce per provocare lo stesso effetto anche se inizialmente fa sbattere ritmicamente il piede per terra imitato dai movimenti del collo. Ma la ferocia iniziale diventa presto una litania priva di interesse e la virata arriva repentinamente e il volto della traccia cambia e il coinvolgimento scema in un battito di ciglia. L’inizio di The Antfarm sembra essere stata strappato da una costola di Empire Of Filth e il leitmotiv pare un miscela di No FixWar Is Coming. Il mix non è male ma non regge il confronto con le tracce menzionate e appare come un mero riempitivo. Stesso discorso per Woodshed Disfigured Man (a cui però va il merito di un’interessante intro acustica) che più che canzoni scritte per dare corpo alle tematiche del disco sembrano, come The Antfarm, aggiunti per allungare il brodo e chiudere l’album con un certo numero di pezzi.

Terzo album che riesce solo a metà, cinque ottimi pezzi contro cinque pezzi che forse era meglio accantonare e provarne altri magari scartati inizialmente.

VOTO: 70 / 100

TRACKLIST:

  1. Hinterkaifeck
  2. Empire Of Filth
  3. War Is Coming
  4. Slice ‘N Dice
  5. No Freak
  6. Murder Dungeon
  7. Black Flames
  8. The Antfarm
  9. Woodshed
  10. Disfigured Man

LINE-UP:

Mattias Johansson – Batteria
Jens Englund – Chitarra / Basso
Martin Holmqvist – Voce

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