Tool: viaggio nella discografia che ha reinventato il Progressive Metal

Tool: viaggio nella discografia che ha reinventato il Progressive Metal

Tool: viaggio nella discografia che ha reinventato il Progressive Metal

Il 30 agosto 2019 tornano sulle scene i Tool con le inevitabili discussioni e polemiche scoppiate per i più disparati motivi: dall’arco di temporale intercorso tra Fear Inoculum e 10.000 Days (e sappiamo bene come tredici anni in questo ambiente così dinamico e frenetico siano un’eternità), dal prezzo di pubblicazione dell’edizione fisica deluxe che per i primi tempi è stata l’unica disponibile in formato fisico; per giungere agli inguaribili detrattori e fans che tanto hanno avvelenato discorsi e dibattiti attorno a questo lavoro. In tutto questo vespaio, noi di Metal Winds cogliamo l’occasione per imbastire su un bell’excursus e per parlare dei vari lavori realizzati da questa band peculiare, cercando di mantenere il faro acceso sulla questione più prettamente musicale senza scadere in altro.
Parliamo nella fattispecie di una delle band più importanti degli ultimi trent’anni della scena Rock mondiale, che nonostante sia sempre andata contro ogni logica commerciale è riuscita ad avere un gran successo “in generale” oltre a riscuoterlo (giustamente) da parte della critica specializzata.
Dagli esordi smaccatamente Alternative/Grunge la band poco a poco si è sempre più avvicinata a lidi sperimentali, progressivi e psichedelici, andando incontro ad un’incredibile evoluzione stilistica e creando un sound di difficile categorizzazione e molto criptico. Impossibile da decifrare in toto, oltre che per la musica anche per i testi e il packaging usato nei vari lavori; quest’ultimo un aspetto quasi sempre considerato secondario dalla maggior parte dei gruppi in circolazione. Non certo dai Tool, fedeli ad un’usanza tipica del Progressive Rock anni ’70 poi pian piano caduta in disuso.
Fatte le dovute premesse, possiamo addentrarci nei meandri distorti, spirituali e sperimentali di questa band, una band che da sempre ha fatto discutere, con una proposta unica e assolutamente non convenzionale, fautrice di una nuova chiave di lettura del Progressive Metal e dell’Alternative Metal. Buon viaggio, cari lettori!

Genere:
Alternative Metal 
Progressive Metal 
Rock Psichedelico 

Periodo di attività: 
1990 – ancora in attività

Partiamo dalle origini di questa bella storia, dalla line up primordiale formata da Maynard James Keenan nelle vesti di cantante, Adam Jones alla chitarra, Danny Carey alla batterie e in fine Paul D’Amour al basso.
Questi baldi giovani, nel 1992, si presentarono al mondo “nascosti” da una copertina spirituale e psichedelica, illustrazione di un ottimo Ep di ventisette minuti, Opiate. Quelli di Opiate sono dei Tool diversi a quelli che saremo abituati ad ascoltare successivamente: il quartetto in questione, infatti, si presenta al mondo con Ep all’insegna dell’Alternative Metal, certo non con una proposta musicale convenzionale, seppur le strutture siano abbastanza classiche. Un sound decisamente grintoso e diretto, con un guitar work decisamente Heavy.
Quattro song in studio che già mettono in bella mostra la potenza del gruppo, più due esibizioni live decisamente incisive con un Keenan piuttosto irruento. Sorpresa, alla fine della normale tracklist è presente una hidden track, elemento che lasciò intravedere l’eccletticità dei Tool che seguirono.
Un lavoro piccolo, fatto decisamente bene, che nella sua ingenuità (unita ad una produzione un po’ “casereccia”) risulta più che gradevole. Un terreno ricoperto da semi pronti a germogliare.

Le basi erano solide ed incoraggianti, il ghiaccio era stato rotto. Tutto era pronto per l’esordio vero e proprio. Ecco che i Tool, nel 1993, pubblicarono dunque il loro primo album in studio.
Undertow (supportato da due singoli eccellenti come Prison Sex e Sober) continuò, giustamente, con quanto fatto nel precedente Ep facendolo in maniera formalmente uguale ma sostanzialmente diversa, risultando un buon lavoro carico di qualità e voglia di fare.
Il sound e lo stile erano sì potenti ed energici, ma non irruenti. Vennero abbracciate sonorità, melodie e atmosfere decisamente più cupe e oscure.
I nostri si trovavano sempre su lidi squisitamente Alternative Metal, fortemente contornati dal Grunge più psichedelico e nero, presentando anche delle canzoni pesanti. Non erano rare, tuttavia, delle particolari aperture melodiche, presentate molto spesso anche grazie ad una chiara matrice Grunge.
Lo stile, rispetto a quello che verrà sviluppato in futuro, era ancora grezzo e forse mancava dell’impatto rispetto all’Ep precedente, molto più graffiante e selvaggio. Un aspetto che non impedì comunque ai Tool di partorire alcuni grandi pezzi, spesso accompagnati a videoclip visionari e disturbanti.

Il bis avvenne dopo tre anni, lasso di tempo protagonista dell’entrata in pista di Justin Gunnar Walter Chancellor, sostituto del dimissionario D’Amour. Con questo assestamento si consolidò dunque la cosiddetta line up classica, resistita fino ai giorni nostri. Un rimescolo delle carte protagonista assoluto della crescita stilistica e della sperimentazione presentate dall’ottimo Ænema.
Il gruppo abbracciò dunque a piene mani un sound sempre più spirituale e sperimentale, arrivando ad agguantare definitivamente una personalità forte e unica, baciata in seguito da un’incredibile successo commerciale.
Un lavoro di ampio respiro, il classico coniglio fuoriuscito dal cilindro; un disco che lasciò di stucco un po’ tutti: una crescita ed una maturità artistica sorprendenti. Le canzoni si fecero mediamente più lunghe, stratificate e complesse, il sound (seppur pesante e oscuro) divenne più disteso e dilatato, per intraprendere una strada più spirituale e psichedelica.
Il guitarwork di Adam Jones in particolare traasse giovamento dal sound del nuovo bassista, diventando quest’ultimo – a tutti gli effetti – coprotagonista ed elemento fondamentale del nuovo impasto sonoro. Pesanti riffs Alternative Metal rivisti sotto un’ottica squisitamente psichedelica, ritmiche molto complesse ed a tratti “tribali”. In più suoni orientaleggianti, accenni Industrial, campionamenti vari ed una prova vocale di Keenan assai variegata, con le sue sfuriate alternate a vocalizzi decisamente più melodici.
Questo melting pot sonoro andò quindi a dimostrare che i Tool, dopo tre anni dall’esordio, erano riusciti nell’impresa: il raggiungimento di una maturazione invidiabile, figlia delle più disparate ispirazioni. Fra tutti i King Crimson tra gli anni ’80 e i ’90, ed ancora il Post Punk dei Killing Joke per quel che concerne l’alone più oscuro, ritmato e industriale. Ed ancora i suoni più aspri e duri dei Led Zeppelin per dar forza e vigore alla loro musica, per poi giungere all’elegante e raffinata psichedelia dei Pink Floyd o all’attitudine fuori dall’ordinario dei The Smashing Pumpkins.
Un guazzabuglio sonoro niente male, parecchio esigente nei riguardi dell’ascoltatore eppure capace di donare anche più di quanto chiesto.

Dopo un ottimo album che per molti (giustamente) meritò la palma di capolavoro, per i Tool cominciò un vero e proprio periodo d’oro: altro successo commerciale centrato, diventati di colpo dei paladini per la critica ecc. Tutto questo nonostante – a causa di alcuni problemi personali – un sensibile ritardo nella pubblicazione del loro terzo album in studio. Nel 2000 uscì dunque, a sorpresa, una raccolta decisamente succosa (e oggi fuori stampa!) dal nome Salival.
Nel Cd e nella Vhs/Dvd venne inserito parecchio materiale decisamente succulento, trasformando il pericolo di una banale raccolta in una chicca decisamente preziosa e sfiziosa: le prime cinque songs consistono in canzoni del gruppo riviste in salsa live con musicisti ospiti alla tabla e ai sintetizzatori. Presenti inoltre due cover: la prima, dal vivo è You Lied dei Peach (la band precedente del bassista Chancellor), mentre la seconda è No Quarter dei Led Zeppelin, registrata in studio. Ed ancora, l’inedito LAMC con tanto di traccia fantasma (molto zeppeliana) ed i video realizzati fino a quel momento.
Insomma, non si poté certamente accusare la band di aver creato una raccolta in fretta e furia per raccattare qualche spicciolo con il minimo sforzo! Qualora doveste trovare questo cofanetto (ad un prezzo si spera conveniente!) il consiglio spassionato è ovviamente quello di farlo vostro.

Anno domini 2001, a cinque anni di distanza da quell’Ænema che aveva scombussolato per bene le scene Progressive e Alternative del Metal i Tool tornarono con quello che forse più di tutti è il loro disco più iconico: stiamo parlando di Lateralus.
Si continuò sui lidi tracciati in precedenza, esplorando sempre più a fondo quei territori sperimentali, complessi e spirituali.
Le canzoni si fecero ancora più lunghe, complesse e stratificate: la pesantezza dei riffs di chiara matrice Alternative Metal venne mantenuta, pur non rinunciando ad una certa orecchiabilità tipica del Grunge, con aperture melodiche ficcanti e decisamente catchy. Si aggiunsero campionamenti ed atmosfere velatamente orientali, con l’uso di tabla e sitar che altro non fecero che rendere il tutto sempre più lisergico e psichedelico.

In tutto questo le ritmiche si fecero sempre più complesse, con un Carey capace di prendersi sempre più spazio dando prova di grande estro e fantasia. Le ritmiche tribali vennero esplorate sempre più a fondo, determinando il crearsi di un tappetto ritmico di grande complessità. Tornarono anche gli accenni Industrial Rock in più episodi, dando una certa asprezza, ed il dialogo Basso/Batteria raggiunse nuovi livelli di complessità e maturità, dandoci una versione squisitamente Metal di quello che erano i King Crimson negli anni ’80 con quella tripletta di album spiazzanti che composero (nell’ordine: Discipline nel 1981, Beat dell’anno successivo e Three of a Perfect Air del 1984).
D’altro canto, invece, è interessante far notare come i King Crimson dell’era “Double Duo” (il brillante The ConstruKction of Light del 2000, l’interessante Ep del 2002 Happy With What You Have to Be Happy With ed il deludente The Power to Believe del 2003) siano stati particolarmente ispirati dal Metal dei Tool: un’influenza reciproca che mostra in piena luce la dinamicità dei due gruppi in questione. Non solo: la relazione tra le due compagini artistiche si fa ancora più forte se si pensasse al mini tour americano intrapreso a supporto di Lateralus da una parte e di The ConstruKction of Light dall’altra. Una testimonianza la si può trovare nel bootleg Live in San Diego 2001.
Fortissima anche l’eco dei Primus più acidi, per un modo nuovo ed inedito di intendere il Prog Metal, quando esso era ancora sinonimo di Dream Theater e Symphony X.
Continuò anche la correlazione tra grafica e musica, con la realizzazione di copertine/confezioni estroverse e videoclip sempre più criptici e disturbanti.

Come da tradizione i Tool si fecero attendere ancora una volta: ed ecco che, cinque anni dopo, il gruppo raggiunse la tappa del quarto lavoro discografico. Tra tour vari, problemi personali e bside project come quello degli A Perfect Circle, i tempi si dilatarono e per poter ascoltare l’ottimo 10.000 Days bisognò aspettare il 2006.
Togliamoci subito il dente: i Tool sfornarono un altro capolavoro del Metal moderno. Le canzoni risultarono più lunghe, distese e dilatate, quasi Post Metal e velatamente Djent in taluni passaggi, il sound inglobò influenze tipiche dei Melvins più Alternative e del Metal matematico dei Meshuggah.
La voce di Keenan si ampliò nel suo range espressivo anche con l’uso di qualche effettistica, il tutto misto a quelle ritmiche complesse con continui cambi di tempo ed un batterista comunque raffinato ed elegante; il sound sempre fortemente impregnato di psichedelia diventò sempre più introspettivo, risultando più melodico rispetto al passato. Per il resto, tutto rimase “invariato” ma comunque ben presentato: si continuò con gli intrecci tra chitarra e basso esplorando sempre più a fondo ed in salsa Metal i King Crimson ottantiani, le strutture delle canzoni si resero ancor più particolari e non convenzionali, con il riffwork dal sapore meno metallico. Messi da parte, inoltre e quasi completamente, gli accenni Industrial Rock.
La produzione estremamente pulita e “american style” fece comunque il suo sporco lavoro, per esaltare e valorizzare questo sound. Per nostra fortuna, infatti, i Tool non si buttarono anche loro nella famigerata Loudness War che in quegli anni mieteva vittime illustri: da questo punto di vista, il produttore Joe Barresi (dietro al mixer come producer o sound engineer negli ultimi due lavori degli Slipknot, ultimi Bad Religion, The Stage degli Avenged Sevenfold, Rainier Fog degli Alice In Chains, gli ultimi tre album dei Queens Of The Stone Age, “V” Is for Vagina dei Puscifer o nei seminali Welcome to Sky Valley dei Kyuss e Stoner Witch dei Melvins tra i tanti, giusto per far capire chi si sono scelti i Tool come produttore in 10.000 Days e in Fear Inoculum) eseguì il lavoro nel migliore dei modi.
Un altro centro perfettamente messo a segno che porse comunque il fianco ad alcune critiche per via della sua lunghezza e complessità generale, nonostante un successo a dir poco eccezionale che portò i Tool ad eguagliare gruppi come i Metallica per vendite negli States.

Giunge quindi la parte più impegnativa di questo excursus,  quella dedicata all’ultimo album dei Nostri; che già a prescindere avrebbe fatto discutere vista la lunghissima attesa, le aspettative sempre più (esageratamente?) alte del pubblico e il pesante passato sulle sue spalle.
Gli impegni personali, i riformatisi A Perfect Circle che tornarono con un nuovo (mediocre) lavoro di inediti nel 2018 ed il nuovo bside project dalle tinte elettroniche a nome Puscifer, altre beghe legali. Fattori che, sommati, di fatto rimandarono a più riprese il quinto lavoro della band americana, trasformandolo quasi in una leggenda metropolitana per lo meno fino al 30 agosto 2019. Data in cui, finalmente, Fear Inoculum è stato pubblicato.
Con l’uscita della title track come singolo avvenuta il 7 agosto, il chiacchiericcio era progressivamente divenuto più forte ed insistente. Pareva addirittura che le critiche fossero più dei pregi, visto il rimarcare pesantemente una presunta immobilità nella crescita stilistica e sonora dei Tool.
Con l’uscita del disco completo, tra l’altro anticipata in maniera “diversamente legale” tramite un leak che è subito finito sui vari canali del file sharing, possiamo finalmente trarre le dovute conclusioni circa questo lavoro. Quello di cui ci rendiamo conto dopo un ascolto approfondito è che si, lo stile non ha subito particolari mutamenti. Tuttavia, vi sono tanti piccoli dettaglii quali dimostrano fortemente il fatto che non siamo dinanzi ad un disco di mestiere.
L’album di fatti si fa più melodico, il sound (tranne rari casi) è decisamente meno metallico che in passato e questo particolare matrimonio tra l’Alternative Metal e la Psichedelia si ritrova a virare più verso una situazione Rock oriented e velatamente Stoner nel riffwork. Le atmosfere si fanno eteree grazie anche al timbro vocale di Keenan, molto melodico e pacato, rilassato e riflessivo; le canzoni, nonostante la notevole durata (con una media che si attesta sui dieci minuti e rotti) non hanno strutture particolari come in passato ed oltre a presentare molte similitudini tra di loro come costruzione in sé, sono anche decisamente minimali, giocando su ritmiche tremendamente complesse (con i soliti riferimenti ai KC anni ’80 e ’90), con il batterista che ormai è diventato protagonista assoluto di tutto l’amalgama sonoro.
Per fare un parallelo azzardato e molto discutibile, si potrebbe dire che i Tool abbiano, con tutte le differenze del caso, estremizzato sempre di più le loro influenze verso i Melvins, andando a lambire territori tipici dei Sunn O))) e al loro realizzare un sound “mantrico” e psichedelico seppur con uno stile ed un’attitudine completamente differente: in tutto ciò vi è un continuo riferimento al numero sette, nelle metriche, nelle ritmiche, nel riffing, nella tracklist ed in altri rimandi minori.
Un lavoro che non cessa di far discutere, del quale tuttavia ci ritroviamo (dopo mesi) a parlare in maniera più seria e approfondita, tralasciando polemiche o battute di vario genere. Un disco che potrebbe rappresentare, a conti fatti, un nuovo inizio per la band californiana. Il preludio ad un definitivo cambiamento stilistico. Che questo Fear Inoculum sia il ponte tra l’ingombrante passato ed un futuro ricco di sorprese? Chissà. Quel che è certo è che, tra le mani, stringiamo un lavoro che magari capolavoro non è; che ha qualche calo, con le tre intro incluse nella versione digitale del disco che a parer mio sono assolutamente inutili, oltre alla presenza di un filler (quella Culling Voices che esplode solo quando sta per finire), mancando poi dell’effetto sorpresa che invece altri dischi hanno avuto in passato. Ciò non demolisce, tuttavia, visto che il livello qualitativo rimane costantemente e decisamente alto.
Quindi… bentornati Tool, nella speranza non solo di avervi ancora per molto tempo in giro, ma anche di non dover attendere così tanti anni per un sesto album in studio.

 

Sebastiano Dall'Armellina

sebastiano

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