The Misfits: Glenn Danzig da riottoso Punk a Jim Morrison delle tenebre

The Misfits: Glenn Danzig da riottoso Punk a Jim Morrison delle tenebre

The Misfits: Glenn Danzig da riottoso Punk a Jim Morrison delle tenebre

Dopo aver parlato dei più importanti progetti solisti messi in atto nella galassia Trash/Horror dei Misfits, parliamo di quello che di certo ha goduto di maggiore risonanza. Il progetto che più di tutti ha ottenuto onore e gloria, oltre ad aver goduto della maggior continuità: i mefistofelici Danzig! Avevamo, in un precedente excursus, messo in luce quanto fatto dal diabolico Anzalone a nome Glenn Danzig e soprattutto Samhain; è dunque il momento di parlare in maniera più approfondita della sua più importante avventura extra-Misfits, un’epopea assolutamente significativa e di gran peso, la quale  ha di certo portato al mondo del music business un personalissimo e particolare modo di intendere l’Heavy Metal.

Il riottoso cantante, con la collaborazione di Rick Rubin (produttore che finalmente dona nostro motorbiker i mezzi per avere una produzione professionale) e il reclutamento di Eerie Von (Basso, già compare nei Samhain), Chuck Biscuits (Batteria, dotato di un certo dinamismo dietro alle pelli) e John Christ (Chitarra, mattatore di grandi riffs e assoli da manuale) trasforma i grezzi Samhain negli iconici Danzig che tanto – e sorprendente – successo avranno nel corso dei primi anni ’90 nel mainstream americano e non.
Nel 1988, dietro ad una copertina prevalentemente nera e con un bel logo dai connotati fumettosi, viene pubblicato l’omonimo esordio e rispetto a quanto fatto fino a non pochi anni prima con i Misfits (e gli stessi Samhain) i risultati sono effettivamente molto sorprendenti. Sorprendenti, perché da un Punk arrogante, sfacciato e fastidioso il Jim Morrison delle tenebre si dà ad un Hard Blues sensuale ed oscuro, pregnante di un fascino misterioso. Prendete l’ottimo Electric dei The Cult con il suo Blues Rock caldo, compatto e formalmente perfetto (non a caso prodotto da quella vecchia volpe di Rick Rubin l’anno prima), a questo mettete alla voce il Danzig che stava piano piano maturando nei Samhain e che tanto debitore è nei confronti del Re Lucertola, più i contorni oscuri e fumosi dei primi Black Sabbath: frullate bene il tutto ed otterrete una buona idea del risultato finale.
She Rides con il suo Blues seducente, l’accattivante oscurità Zeppeliana di Evil Thing, l’ipnotica Twist Of Cain, Am I Demon con il suo Rock maleducato, la sferragliante Possession o la hit di Mother diventano di colpo dei classici, in quello che è un album di puro Blues luciferino sfrontato e sensuale, nel quale una seducente diavolessa a bordo di una mustang car ci invita a fare un bel giretto con lei.
E noi chi siamo, per dirle di no?!

Quanto fatto nell’88 in casa Danzig, insomma, è stato davvero un fulmine a ciel sereno: da quell’Horror Punk venato di volta in volta dall’Hardcore (Misfits) o dal Gothic (Samhain) siamo passati ad un Blues Rock che prende la sua potenza dall’Hard Rock settantiano, il tutto condito da quelle atmosfere tipiche del Doom Metal americano (Pentagram, Saint Vitus, Trouble, The Obsessed) nel quale i primissimi Black Sabbath sono stati eretti a rango di divinità. In tutto questo è giusto ricordare l’apporto di Rubin (che sempre in quell’annata in lidi più estremi e blasfemi contribuirà ad un altro capolavoro: South Of Heaven degli Slayer), il vero e proprio “quinto” membro del gruppo.
Dopo un nuovo inizio assolutamente scoppiettante, il Crooner di Lucifero e la sua combriccola di Bardi oscuri rilascia un seguito a distanza di un paio d’anni scarsi. Un seguito il quale, a parere di chi vi scrive, rappresenta sicuramente l’apice della band. Danzig II Lucifuge, dietro ad una delle copertine più brutte che mente umana ricordi, cela un vero e proprio gioiellino del Rock americano, nel quale sembra di poter ascoltare una jam session esoterica tra Johnny Cash, Elvis Presley e i The Doors più Blueseggianti e meno psichedelici.
Le ritmiche sono più pigre, la proposta non viene stravolta, semmai viene levigata e ulteriormente raffinata. L’Hard Blues quadrato e spigoloso (presente in canzoni come l’Heavy stradaiolo dell’opener, il Doom anthemico di Snakes Of Christ, la pesante e lugubre lentezza di Pain The World o l’orecchiabile Devil’s Plaything) va a braccetto con una certa vena radio friendly che esplode in ritornelli di facile e grande presa (Tired Of Being Alive, Her Black Wings o il retrogusto vintage di Killer Wolf). Tutto questo senza però andare a parare in sonorità banali, standardizzate o melense: una qualcosa di più unico che raro, verrebbe da dire!
Tutto questo ben di dio (!) viene arricchito da piccole parti acustiche dal sapore squisitamente Country e Folk (il Country maledetto di I’m The One, l’oscurità serpeggiante di 777 o la ballata dal retrogusto ’60s di Blood And Tears) nelle quali Glenn ci sorprende per le parti crooner che sfodera, oltre allo straordinario gusto melodico di John Christ, un chitarrista spesso poco citato rispetto ai big del settore, ma che meriterebbe senza ombra di dubbio una riscoperta.
Qualche cambio ritmico, condito da qualche accelerazione in punti “tattici”, oltre che ad una produzione migliorata sono la classica ciliegina sulla torta, una torta decisamente gustosa e saporita. Capace di mostrarci, quest’ultima, quanto non sempre l’innovazione sia fondamentale, soprattutto quando si hanno le idee sviluppate nel modo giusto e con una forte personalità.

Puntuali come gli esattori delle tasse e nella stessa annata dell’iconico Children Of Doom dei Saint Vitus (oltre allo Stoner di Manic Frustation dei Trouble), la premiata ditta Danzig/Rubin pubblica il terzo “How The Gods Kill“; il quale riprende l’Hard Blues luciferino del capolavoro precedente e lo ammoderna appesantendo decisamente la chitarra di Christ, dando all’insieme una direzione molto più Doom Metal rispetto al passato. Un Doom Metal che ha un sapore moderno ma allo stesso tempo vintage, con riferimenti al rock dei ’60s: il sound è possente, le atmosfere ossessive ed esoteriche, il buon”Evil Presley – Jim Morrison” recita alla perfezione il suo ruolo, la sezione ritmica risulta nella sua semplicità calzante e vibrante, tra accelerazioni improvvise contornate da cupi e claustrofobici rallentamenti.
La proposta a ben guardare è quasi completamente immutata, ma l’intesa tra i cinque (compreso il buon Rubin quindi) è a livelli così alti che pure un semplice album “di mestiere” è un ottimo album, seppur la formula sia a conti fatti molto semplice, senza particolari sperimentazioni o virtuosismi.
Una semplicità viene resa speciale dalle atmosfere nere e stradaiole, oltre dal forte carisma del singer e di questo sgangherato Blues Metal: ecco quindi che il Blues caldo e diabolico si impossessa di When The Dying Calls, mentre l’iniziale Godless con i suoi riffs pesanti e ripetuti è un manuale di Doom novantiano, Dirty Black Summer con il suo ritornello ficcante è una istant hit, la decadente e malinconica title track, l’energia sfrontata del metal di Do You Wear The Mark e Left Hand Black eleva il disco tutto. La copertina (decisamente apprezzabile) tratta da un lavoro di Giger è una chicca davvero notevole, che infiocchetta bene questo terzo regalo fatto al mondo del Rock oscuro e dannato, premiandolo con un’ottimo successo di critica e vendita, assolutamente meritato.

La band guidata dal mitico ex singer dei The Misfits, sia per una proposta musicale sì personale e contemporaneamente rivolta al passato, sia per la sua immagine molto “caricaturale”, si era quasi da subito creata anche una discreta folla di detrattori. Il diabolico teschio di bufalo assurto come mascotte della band, il petto villoso di Danzig ostentato in ogni singolo live, misto ad un abbigliamento a metà fra il goth ed il mondo bdsm creò per forza di cosa un immaginario abbastanza “grottesco”, con Danzig nelle vesti di vampiro tanto amato dalle donne quanto ammirato dagli uomini. I più puntavano il dito contro l’apparenza, più che la sostanza: anche perché, sino a quel momento, il combo era assolutamente al di sopra di ogni eventuale / sterile critica. Ed ecco che, per ingannare l’attesa per un quarto lavoro, i Nostri fecero uscire un piccolo Ep decisamente riuscito: Thrall – Demonsweatlive.
Tre inediti in studio, quattro canzoni ripescate da alcuni live più un’altra piccola, sfiziosa sorpresa, completano il tutto.
Esatto: tutto qui, niente di più, niente di meno; questo mini album è diviso idealmente in due parti: la prima, con il nostro amico Thrall, è quella che ci presenta i tre inediti, composti da un Hard Blues così caldo e avvolgente da risultare bollente, con una cover di Elvis Presley (Trouble) a dir poco incendiaria! La seconda parte invece, la seducente e peccaminosa Demonsweatlive, viene rappresentata dalle songs pescate dal vivo. Snakes Of Christ, Am I Demon, Sistinas e Mother sono lì non solo per farci capire che si tratta di canzoni assolutamente superbe, ma anche e soprattutto per aggiungere ulteriore gloria alla line up classica dei Danzig con delle perfomances live molto intense. Da ricordare che la ghost track Mother ’93 divenne una hit tanto insperata, quanto sorprendente ed inattesa su MTV.

Il quarto album dei Danzig (1994, annata nella quale Rubin produsse il discusso Divine Intervention degli Slayer e uscì un altro gioiello del Doom americano: Be Forewarned dei Pentagram) ebbe il coraggio di fare quel che non si era riusciti (o voluto?) fare: dare una vera rinfrescata al sound del gruppo.
Ecco quindi che il Doom Metal di Danzig IV è molto moderno e abbandona quasi totalmente le atmosfere antiche. Il Blues e gli accenni Folk/Country vengono completamente accantonati per dar spazio ad atmosfere Gothic ed influenze Industrial, che in certi brani sono molto forti ed evidenti.
Le ritmiche in linea di massima si fanno più pigre e dilatate, le atmosfere sono sempre meno rassicuranti, il sound ha una virata più quadrata e spigolosa rispetto al passato.
Sadistikal sembra un mantra ultraterreno, abbiamo l’invocazione esoterica di Invocation “ben nascosta”, in Brand New God il Metal selvaggio si impossessa delle ritmiche dandole una frenesia inaspettata e sorprendente, la catchy Cantspeak avrebbe potuto tranquillamente trovarsi in un disco dei Nine Inch Nails e nessuno se ne sarebbe lamentato, Bringer Of Death si segnala per le atmosfere orientaleggianti che donano un grande fascino a queste atmosfere dannate, oltre a rappresentare un piccolo colpo di genio. Ed ancora I Don’t Mind The Pain, Going Down To Die, Little Whip sono un ritorno a sonorità più classiche seppur rinverdite da questa veste più pesante e moderna, mentre Son Of The Morning Star sembra provenire direttamente dai primi Black Sabbath ma contestualizzati negli anni ’90.
Davvero tanta carne al fuoco in questo lavoro discografico, che seppur mantenendo non pochi punti di contatto con il marchio di fabbrica fatto dai nostri bikers maledetti, comunque lo traghettava verso il futuro in maniera molto buona… anche se l’evoluzione si configurò veramente come una involuzione, un vero e proprio incubo ad occhi aperti.

Spesso un’artista ha un declino qualitativo lento e costante dopo il suo periodo d’oro. A volte capita, invece, che il periodo più bello venga interrotto in maniera brusca e traumatica. Quest’ultimo, il triste caso dei Danzig.
I prodi bardi di questo oscuro viaggio litigarono tutti (ma proprio tutti…) con il nerboruto frontman, che uno ad uno li cacciò via senza tanti complimenti. Aggiungiamo un violento litigio con Rubin, ed il triste piatto è servito. Da quel momento in poi insomma, i Danzig diventarono in tutto e per tutto un progetto solista del singer, divenutone in assoluto il padre padrone. Il risultato questo sfacelo fu il quinto Danzig V Blackacidevil, nel quale il buono fatto in precedenza viene buttato via per far spazio ad una svolta Industrial Metal assolutamente mediocre. Un Glenn confuso e sfortunato, che perse tutto in una sola mossa. Un declino netto e decisivo, che inficiò paurosamente la carriera del Nostro. Un crollo dal quale si riprese in maniera lenta e faticosa, continuando comunque a vivacchiare sulle spalle di un glorioso passato.

Danzig 6.66 Satan’s Child fu un parziale ritorno all’Hard Rock iniziale, seppur risultasse pieno zeppo di influenze Industrial Metal, con uno stile molto poco personale e fortemente debitore nei riguardi di Rob Zombie.
Nonostante le chitarre potenti e piene zeppe d’energia, dal sapore molto alternativo, i problemi vennero a galla in maniera abbastanza decisa: tastiere decisamente troppo invasive e sovrastanti, un Glenn il quale non dà una buona prova di sé, dando sfoggio di una prova vocale molto piatta e stanca, con ben pochi sussulti.
Canzoni molto altalenanti, poi, quelle presenti in questo lavoro mediocre: la title track  – seppur non sia un capolavoro – ha un gran tiro ed un ritornello che fa strage in sede live, la ballad Thirteen (scritta in origine per Johnny Cash) è un ottimo sigillo posto alla fine, Apokalips ha quel mood squisitamente Doom Metal mentre Five Finger Crawl fa partire discretamente il disco. Per il resto, di questo parto discografico riusciamo a salvare davvero poco, anche se il livello fu superiore al precedente disastro discografico. Con che ci volesse, molto in realtà… ma si sa che chi si accontenta gode.

Danzig 777 I Luciferi compiette un ulteriore passo nella direzione di “ritorno alle origini”, con un Hard Rock dalle tinte fosche e sabbathiane, con chitarre deliziosamente raw. Anche qui, purtroppo, Danzig risulta svociato e ciò si riflette sia sul carisma che sulla personalità generale della proposta musicale, seppur la sua prestazione risulti meno piatta rispetto a Satan’s Child. Nonostante una certa ripetitività, comunque, il lavoro ha i suoi bei momenti e alcuni pezzi di un certo valore, come la potente Wicked Pussycat, la grooveggiante God Of Light, la terremotante Kiss The Skull o la moderna Halo Goddess Bone. Altra scelta poco comprensibile (o forse no, visto l’ego del singer) sono le chitarre che in fase di missaggio risultano essere in secondo piano, decisamente depotenziate, facendo perdere un certo mordente alla proposta, mentre una nota positiva sono le influenze del metal moderno. Altro peccato veniale sono alcune aperture melodiche decisamente mediocri, mentre la sezione ritmica fa il suo sporco lavoro in maniera decisamente semplice ma allo stesso tempo monolitica. Tutto ciò infiocchetta un lavoro quantomeno accettabile, dopo un periodo non certamente felice.
Anche il live album ufficiale (escludendo quindi quel bootleg semi ufficiale dal suono “impastato” di Not Of This World dell’89) è un lavoro dalla doppia faccia: la prima metà in altro non consiste se non in una raccolta di live fatti nel ’92 e nel ’94, piena di ottime songs eseguite dalla line up classica, con perfomances belle cariche di energia, una dinamicità ed un tiro di gran livello; la seconda faccia, che riprende il tour di Satan’s Child risulta di contro decisamente mediocr,e tra un numero nettamente inferiore di pezzi memorabili, perfomances decisamente più stanche da parte del singer, con la band al suo supporto che si limita a fare il minimo sindacale. Ulteriore benzina sul fuoco, una resa sonora al limite del bootleg che mette una pietra tombale sulla seconda metà di questo lavoro.

Circles Of Snakes continua il discorso del precedente, facendolo in maniera decisamente superiore. Disco che accantonò definitivamente i pochi vagiti di rimasugli Industrial rimasti, per dar vita a quello che è a conti fatto il disco più pesante e moderno della band americana, con una smaccata (e deliziosa) vena Groove/Alternative Metal che va ad annidarsi all’interno di questo Doom Metal così sibillino.
Chitarre così grasse e pesanti avrebbero meritato un missaggio migliore ed un posto in primo piano per rendere il sound ancor più roccioso e vigoroso; un dettaglio  che avrebbe sicuramente elevato ancor di più il disco, sento di doverlo specificare. Dopo tanto tempo, un lavoro finalmente convincente: le sonorità tornano finalmente ad essere ruvide e secche, le ritmiche sono minimali ma efficaci, le strutture delle songs sono ridotte all’osso, il rifferama chitarristico torna ad essere incisivo e le vocals, seppur siano distanti da quella potenza e strafottenza degli esordi, sono comunque abbastanza riuscite, sicuramente di ben altro livello rispetto alle ultime prove discografiche!
Insomma, nel 2004 Glenn (insieme al buon  Tommy Victor, ascia dei Prong) ci donò un lavoro di un certo peso. Ma non tutto è oro quel che luccica, alcune canzoni sarebbe stato meglio scartarle o svilupparle meglio; tuttavia, il lavoro risulta più che discreto.

Nel 2007, dopo anni decisamente bui passati a vivacchiare nel passato con dischi mediocri se non disastrosi (Blackacidevil o Satan’s Child) o altalenanti (I Luciferi) il buon Danzig tira fuori dal cassetto tutte le canzoni (in un lasso temporale che va dall’88 al 2004) che per un motivo o per un altro furono scartate a suo tempo, racchiudendole in una succosa raccolta: The Lost Tracks Of Danzig. Operazione molto gustosa quella messa in atto, con tante chicche rimaste chiuse in un cassetto ora scoperchiato, una grafica accattivante ed un pacchetto veramente bello, con un booklet fumettistico davvero sfizioso, ricco di immagini ed annotazioni varie che tanta soddisfazione danno ai collezionisti. Per non parlare della musica! Ventisei canzoni riportate alla luce in quello che si dimostrò una sorta di vaso di pandora musicale. Nel primo disco, tra le tredici canzoni presenti, si segnalano sicuramente le prime due tracce che provengono addirittura dai tempi lontani e pagani dei Samhain. L’opener, che sicuramente è una delle song più riuscite della release, ci fa riscoprire la verve e l’energia del debutto e ci stupisce come a suo tempo un simile gioiello di Rock maleducato e sgraziato sia stato scartato.

Molto positive pure le altre canzoni rimaste inedite nel periodo Rick RubinWhen Death Had No Name rifatta nel 1992 è sicuramente più matura e le campane plumbee poste in coda alla canzone sono il classico tocco di genio, quel particolare che eleva un pezzo al di sopra della media, la cover dei T. Rex (gruppo Glam Rock di grande successo negli anni ’70) Buick McKane ci ricorda che i Danzig non solo erano una macchina da guerra efficacissima, ma che erano pure dei grandi interpreti ed ecco che un classico del Glam Rock viene rinverdito dai volumi e dalla potenza dell’Heavy Metal. You Should Be Dying, Angel Of The 7th Dawn riaccendono la fiamma nera di questo Blues Rock esoterico, Satan’s Crucifiction, The Mandrake’s City e White Devil Rise sono i semi che non germogliarono all’epoca di Danzig IV ma che fruttarono tredici anni dopo: tre ottimi pezzi nella quale svetta il Metal moderno ma allo stesso tempo antico e primordiale di White Devil Rise che è uno dei culmini di questa raccolta.
Inutile girarci troppo intorno: qui abbiamo un Glenn Danzig come non lo si sentiva da tanto, troppo tempo, con l’ugola in gran spolvero, che evoca potenza e drammaticità, cafonaggine Rock insieme ad atmosfere lisergiche intrinseche di questi lidi oscuri ed evocativi…
Blackacidevil: che razza di pasticcio che combinò Glenn all’epoca del quinto album! Come To Silver viene qui ripresentata in chiave acustica: Danzig e Jerry Cantrell (Chitarrista, Cantante e Songwriter degli Alice In Chains, la band più vicina al Metal di tutta la scena Grunge di Seattle) ci presentano un’eccellente rifacimento acustico nel quale Glenn potrebbe trarre sicuramente ispirazione per un prossimo album in studio: chissà che l’acustico non porti in futuro qualcosa di positivo, dopp tutto fu lo stesso Glenn a dichiarare quanto lui e Cantrell fossero su di una lunghezza d’onda tale da poter comporre un intero disco assieme.
Non scordiamoci poi del secondo disco: meno brillante del primo, ma anch’esso ricco di perle, con alcune situazioni al suo interno sicuramente sorprendenti.  I primi tre pezzi ci ridanno un Danzig divagare con quel Rock/Blues dannato e maledetto, nel quale svetta quella perla Dark/Blues di Crawl Across Your Killing Floor che ci ricorda come nei lenti Danzig sia un’artista molto intenso ed emotivo, cosa alquanto sorprendente visti i suoi primi anni di carriera. È il turno di altre due cover e visti i risultati la citazione è d’obbligo: i Germs con la Catchy Caught In My Eye e la potente e devastante Cat People di David Bowie vengono stravolte e trasformate in classici dei Danzig. Dal periodo Danzig VII I Luciferi si distingue l’ottima Bound By Blood e il Dark/Metal di Who Claims The Soulless; vengono aggiunte alla mischia due canzoni già edite in passato ma con un mix diverso, che in tutta franchezza sono completamente inutili se non fastidiose, conquistando la palma di punti più bassi della raccolta. Da Cirlces of Snakes invece si segnalano l’ossessiva Soul Eater e la sua squisita attitudine live, il garage sound di Lady Lucifera con il suo sbilenco e pesante Blues Metal malefico.
Una raccolta ricca insomma, uno scrigno nascosto ricco di gioielli che nel 2007 venero riportati alla luce. Una raccolta di gran livello per più motivi: per aver messo sul piatto un sacco di inediti, tra l’altro molti di gran livello, oltre ad aver fatto vedere l’evoluzione del sound dei Danzig avvenuto tra il 1988 e il 2004. Un’operazione insomma da prendere come esempio nel mare magnum delle raccolte inutili e fatte alla meno peggio giusto per racimolare due spicci con poco sforzo.

Nel 2010 il Nostro si rimette in gioco e dopo tanto tempo il responso della critica è abbastanza unanime e positivo al riguardo: Glenn riuscì nell’impresa di realizzare un disco (Deth Red Sabaoth) finalmente convincente e degno della sua caratura, con un trait d’union tra le sonorità Hard Blues/Doom dei primi tre album e la potenza e modernità toccate con 777 I Luciferi e Circles Of Snakes.
Un lavoro accolto bene, in linea di massima, dalla stampa e critica di settore, così come dai fans. Seppur al disco manchi quella cura dei particolari che c’era ai tempi di Rubin e quei piccoli lampi di genio disseminati qua e là nei primi lavori, c’è di che gioire tra i riffs taglienti e i rallentamenti sabbathiani di Hammer Of The Gods, Rebel Spirits e Black Candy. Un Heavy/Doom secco e da manuale, un manuale nel quale lo scriba Glenn Danzig torna in buona forma a livello vocale con prestazioni potenti ed azzeccate. On A Wicked Night è probabilmente uno dei pezzi migliori, un lento semi acustico di grande caratura, molto emotivo e che potrebbe essere preso in prestito da un qualsiasi songwriter Folk/Country americano. Si sa, pure nei periodi più bui il buon Anzalone è sempre riuscito a donare emozioni e barlumi di speranza dove invece sembrava tutto perduto. Ju Ju Bone è un Hard Rock molto personale, cosa che spesso mancava negli ultimi anni, mentre Night Star Hel è nera come la pece ed ha un sapore molto “american sound”.
Un suono a volte vagamente da garage dona alle canzoni un gusto particolare, con quei suoni un po’ impastati, al di là di pochi filler e di una registrazione particolare (che può piacere o meno, ma finalmente le chitarre hanno il giusto peso e graffiano come dovrebbero) questo lavoro è un bel colpo di coda da parte del buon Glenn che piazza un poderoso centro con un disco oscuro e pesante.

Dopo il buon Deth Red Sabaoth, che rappresentò senza dubbio un segnale più che positivo, abbiamo dovuto aspettare ben cinque anni per un nuovo lavoro targato Danzig. Ed ecco che nel 2015, con una peccaminosa copertina che vede la bella presenza di Kayden Kross (sicuramente molto apprezzata dal pubblico maschile), esce Skeletons. Come abbiamo detto a volte su queste pagine, quella dell’album di cover realizzato da un artista di un certo successo (per semplice omaggio, per divertimento estemporaneo o per tirare il fiato in un periodo nel quale le idee scarseggiano) sembra essere una regola non scritta del mondo del music business.
Peccato che, in questo caso, il risultato sia da mani nei capelli: non solo le varie cover proposte hanno poco carattere per via di un sound piatto e generico (sarebbe già difficile considerarle all’altezza delle originali, figurarsi superiori…), non solo Danzig torna a farci preoccupare per lo stato carente della sua voce… anche la registrazione troppo casalinga ed il missaggio posticcio che cambia di brano in brano basterebbero da soli per farci chiedere come sia possibile che un’artista di tale caratura (e con un contratto con la Nuclear Blast) abbia avuto il coraggio di fare uscire un prodotto del genere.
A parte le graziose donzelle presenti nel video di N.I.B. dei Black Sabbath e i nomi storici contemplati da Anzalone (ZZ Top, Aerosmith, Elvis Presley insieme ad un nugolo di altri artisti Rock ‘N Roll/Garage Rock ben meno noti e lontani nel tempo) c’è ben poco da salvare in tale platter.

Purtroppo, quello di Skeletons non è stato un semplice colpo di sfortuna. Nel 2017 esce infatti quello che per ora è l’ultimo lavoro dei DanzigBlack Laden Crown, un lavoro evidentemente fatto in fretta e furia e con un budget ridotto all’osso. Non ci possono essere altre spiegazioni: troviamo un lavoro nel quale a parte il bel singolo Last Ride (un Blues dannato e luciferino che seppur non faccia nulla di miracoloso ci ricorda il Danzig che fu) tutto il resto è semplicemente da dimenticare.
Chi non ha ascoltato il lavoro in questione si chiederà i motivi di questa debaclè: innanzitutto si ripropongono gli evidenti problemi di registrazione e missaggio avuti in Skeketons, che rendono il tutto disomogeneo. Oltre a ciò il guitarwork è in secondo piano e macina riffs che sembrano un copia e incolla compiuto senza troppa convinzione, con riferimenti al passato che sfociano in un auto citazionismo se non nell’auto plagio dei lavori a cavallo tra gli ’80s e i ’90s. Come se tutto questo già non fosse sufficiente, abbiamo un Glenn Danzig ai minimi storici dietro al microfono e le ritmiche sono a dir poco scolastiche: così tanto semplici e ripetitive da risultare estenuanti, dando quindi un’ulteriore senso di monotonia al tutto.
Davvero un gran brutto ritorno alle origini quello fatto con questo pessimo lavoro. Adesso Anzalone è perso tra fumetti e film, sue grandi passioni, anche se nquest’anno, stando alle sue dichiarazioni, dovrebbe uscire un disco di cover tutto dedicato ad Elvis Presley. Purtroppo le attese non sono delle migliori, ovviamente noi siamo qui nella speranza che il Dark Elvis  dell’Heavy Metal americano ci smentisca e produca qualcosa degno del nome in copertina, visto comunque non solo la notevole tetralogia iniziale, ma anche la doppietta The Lost Tracks Of Danzig/Deth Red Sabaoth ci abbiano dimostrato quanto il cantore di lucifero sappia risorgere improvvisamente, quando meno ce lo aspettiamo.

 

 

Sebastiano Dall'Armellina

sebastiano

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