Nile: invocazioni a Cthulhu nella corte di Ramses

Nile: invocazioni a Cthulhu nella corte di Ramses

Una delle band simbolo del Death Metal americano degli ultimi vent’anni sono sicuramente i Nile.
Nile, nome inglese del Nilo: il fiume al quale l’antica civiltà Egizia dovette in pratica tutta la sua magnificenza e splendore. Un nome, una vera e propria dichiarazione d’intenti. Fautore di una proposta sicuramente particolare e per nulla scontata.
Naturalmente, i Nostri andarono sin da subito ad inserirsi in una scena particolarmente viva e soprattutto ricca, carica di proposte d’ogni tipo: vedasi Master, Cannibal Corpse, Deicide, Cynic, Atheist, Death, Malevolent Creation, Morbid Angel, Obituary, Suffocation ed Immolation, giusto per citare qualche nome “a caso”. Dove consistette dunque la singolarità del progetto “Nile”? In tutta una serie di accorgimenti atti a delineare una proposta molto ardita e particolare: un Death molto tecnico e brutale capace di cibarsi dell’immaginario musicale e culturale dell’antico Egitto; ed ecco che, accanto a Blast Beat, Growl e chitarre distorte si affiancarono strumenti o scale tipiche di quella regione (come il Bouzouki), cori orientali, percussioni nordafricane e tastiere.
Tutto questo insieme a composizioni che nel tempo si sono fatte sempre più complesse e stratificate, portando la band sì verso un sound oscuro e violento ma anche misterioso, affascinante e antico, garantendo pian piano grande successo e prestigio (per lo meno nei circuiti Death Metal ed affini, non certo su MTV!) alla band di Karl Sanders.
Detto questo, addentriamoci all’interno di questa affascinante discografia, tra macabri rituali, migliaia e migliaia di schiavi morti per erigere opere millenarie che resistono ancora oggi all’inesorabile passare del tempo, guerre contro gli Ittiti e lodi al sommo Cthulhu. Un affascinante viaggio nel tempo nell’immaginario collettivo di quella che è stata una straordinaria civiltà.

Periodo di Attività:
1993 – Ancora in attività

Genere: 
Brutal Death Metal
Technical Death Metal
World Music

La band è nata nel 1993, un periodo molto positivo per il Metal estremo americano: basti pensare come gli ultimi due lavori in studio degli inglesi Napalm Death fossero stati molto influenzati dalla scena Death Metal di Tampa. Per avere tra le mani il debutto dei Nostri, tuttavia, gli amanti del Death Metal dovettero aspettare ben cinque anni, nei quali comunque Karl e i suoi rilasciarono una manciata di Demo ed EP.
Ed ecco che, arrivati al 1998, il Death Metal americano entrò nelle corte dei Faraoni egizi! Amongst the Catacombs of Nephren-Ka, nei suoi trentatré minuti di durata, si presentò come un lavoro assai importante (seppur leggermente grezzo ed ingenuo): in primis per il gruppo americano, che con un debutto così personale e carismatico riuscì nell’impresa di distinguersi immediatamente, cominciando subito a farsi conoscere e apprezzare. Secondariamente, per la scena del Death americano nella sua totalità, la quale vide l’aprirsi di nuove strade interpretative molto dinamiche ed interessanti.
Un Death Metal classico composto da brevi schegge impazzite che da una parte strizza l’occhio alla componente Brutal del genere mentre dall’altra, in certi passaggi, lambisce lidi più Technical. In molti passaggi l’influenza del Thrash a stelle e strisce è pesante e notevole: violenza e oscurità vanno di pari passo con l’antico Egitto, ed ecco che strumenti completamente atipici per il Metal fecero la loro comparsa donando quel qualcosa in più alla proposta, rendendo in qualche modo speciale il sound della band.
Flauti, Gong, Cori Tibetani, Percussioni tipiche del Nord Africa o la chitarra saracena aiutarono la band ad intagliare un diamante; un diamante ancora un po’ grezzo, ma pur sempre prezioso. Il lavoro svolto dal trio Sanders/Spires/Hammoura merita di essere ascoltato da parte degli estimatori del Metal estremo e non solo, vista la peculiarità del sound qui espresso. Chi lo sa, anche chi non fosse avvezzo alle sonorità estreme potrebbe farsi piacere un disco come questo!

Il secondo album uscì nel 2000, mostrandosin da subito evidenti segni di maturazione nel songwriting: più tecnico, complesso e brutale. Black Seeds of Vengeance, oltre a dimostrarsi più complesso, con un uso ancora più esteso di strumenti e rimandi mediorientali, si mostrò come un lavoro anche più feroce e brutale, nel quale il Thrash Metal affoga definitivamente fra le sponde del Nilo, per far spazio ad un Death Metal faraonico in senso letterale.
Nel secondo platter della band troviamo quindi un ponte tra il primo ed il terzo disco: la brutalità dell’esordio ed il suo effetto sorpresa, nel quale la musica mediorientale gioca un ruolo molto importante, viene dunque unito a brani dalle strutture più complesse, nei quali il minutaggio si fa più abbondante rispetto a due anni prima. Aggiungiamo poi una varietà ritmica maggiore che in precedenza, oltre ad una sperimentazione sicuramente più coraggiosa e manifesta.
Ecco che l’uso più esteso del Folklore Nord Africano, i rallentamenti catacombali e la maturazione del Growl di Karl Sanders divennero in pratica il prototipo di quello che venne sperimentato con molta più forza, spazio e maturità nei dischi successivi.
Atmosfere affascinanti e lontane, esotiche ed eteree sono quelle che pervadono gli episodi migliori di questo lavoro molto amato dai fans, nel quale si segnala l’ingresso in formazione di Dallas Toler-Wade, che tanto diede ad alcuni degli episodi migliori del combo egittologo.

Raggiunto il terzo sigillo discografico, i nostri Egittologi composero quello che (per parte della fan base, tra i quali anche chi scrive questo articolo) fu il loro capolavoro: parliamo del maestoso In Their Darkened Shrines, nel quale il Brutal Death Metal si fuse in maniera assolutamente perfetta con le sonorità etniche dell’antico Egitto, con la componente Technical Death Metal maturata in maniera  incredibile. In aggiunta, influenze a dir poco Progressive; specialmente nelle songs più complesse e di lunga durata.
Quasi fosse una Jam Sessions tra la brutalità dei Cannibal Corpse, l’estro e le strutture fantasiose di gente come Atheist o Cynic e la pesante vena Folkloristica -seppur rivista all’ombra delle palme nel Nilo – dei Jethro Tull o degli Opeth: tutti persi all’interno di un’antica piramide.
Feroci ed onnipresenti Blast Beat di Tony Laureano, che sfidano a velocità folli il metronomo, fanno da contrasto ad altrettanto feroci Breakdown ossessivi e monolitici. Le chitarre oscure e distorte, erigendo un muro sonoro devastante, vengono fatte incontrare e scontrare con chitarre acustiche e strumenti tipici dell’area medio orientale. I Nostri fanno veramente di tutto per trasportare l’ascoltatore in un’altra dimensione: i fiati, i cori orientali… tutto ciò mostra una maturazione invidiabile che denota uno squisito spirito Progressive su lidi assolutamente estremi.
Le tracce più brevi e semplici non sfociano nella becera imitazione dei padri del genere, mentre le songs più lunghe possono essere definite Progressive, vista la ricchezza di influenze e stili musicali, ricchi di virtuosismi vari, parti acustiche e atmosferiche. Le Suite Unas Slayer of the Gods (scelta tra l’altro come singolo!) e le quattro parti di In Their Darkened Shrines (Hall of Saurian Entombment, Invocation to Seditious Heresy, Destruction of the Temple of the Enemies of Ra e Ruins) sono un monumento al Brutal Death di matrice Progressiva, con la loro ricchezza stilistica, la loro ricercatezza sonora e gli arrangiamenti più sofisticati di quanto non si potesse credere, all’epoca.
Un sound antico e allo stesso tempo moderno è quello che spalanca definitivamente ai Nile lo status di band di culto, coccolati dalla Relapse (una label che in ambito estremo ha da sempre scommesso molto su proposte singolari e azzardate), stimati dalla critica e dall’ampio seguito.

Dopo lavori di tale portata è sempre difficile ripetersi ma la band americana, nonostante la pressione e nonostante la defezione di un batterista come Tony Laureano, sostituito da una giovane promessa del drumming moderno George Kollias, riuscì nell’impresa di donare un seguito all’altezza delle aspettative.
Letteralmente in uno stato di grazia, la band sciorinò un altro lavoro molto lungo e complesso, con canzoni dalla durata mediamente elevata, strutture decisamente impegnative e ricche di virtuosismi: vere e proprie battaglie di assoli da parte della coppia Sander/Wade, scambi fulminanti ed entusiasmanti; epicità ed atmosfere esotiche la fanno da padrone, riuscendo quasi a sommergere la violenza chirurgica del Death Metal proposto. Con le due suite finali i Nile mettono un altro sigillo nel trono del Brutal Death moderno.
Annihilation Of The Wicked è a tutti gli effetti un altro capolavoro, bisognoso di molti ascolti per essere pienamente compreso e capito ma capacissimo di donare altrettanto  a chiunque sia disposto a dargli tempo e fiducia.

La band proseguì dunque il suo peculiare cammino Brutal/Technical Death Metal nel 2007 con l’ambivalente Ithyphallic.
Un disco che fece mormorare critica e pubblico per una evidente altalena qualitativa: da una parte, pezzi di ampio respiro che mostrano la solita classe e arguzia negli arrangiamenti; dall’altra un manipolo di brani che, seppur siano piacevoli da ascoltare mostrando una tecnica di base sicuramente non indifferente, risultano meno carismatici e personali. Lasciando un po’ l’amaro in bocca, vista la parziale standardizzazione di quello che è il Death Metal degli ultimi anni. Mine impazzite di brutalità e tecnica ma caratterizzate da poca fantasia e personalità.
Comunque, il lavoro risultò forse quanto di più violento mai partorito da Sanders e soci, con un manipolo di pezzi Brutal/Technical devastanti e massacranti, con il giovane batterista George Kollias dotato di estrema velocità e precisione, diventando alla sua seconda prova con i Nile uno degli eroi della batteria nel Metal estremo grazie alla sua tecnica sopraffina e al suo virtuosismo dello strumento. La lovecraftiana What Can Be Safely Written, la Title Track, l’epica affascinante e atmosferica suite di Even The Gods Must Die, la macabra Eat Of The Dead o The Language Of The Shadows sono comunque songs eccellenti, prove del fatto che abbiamo tra le mani un disco sopra la media e un gruppo con una sua forte personalità.

Dopo un album sì di buon livello ma altalenante e al di sotto di certi standard ai quali il Death Metal del Nilo ci aveva abituato, ecco che nel 2009 i nostri si fanno perdonare (come se ce ne fosse stato bisogno…) con un monolite Technical Death Metal che riprende quanto fatto di buono negli ultimi lavori, forse esasperando la parte “Tech” del genere.
Those Whom The Gods Detest risulta un disco molto meno marcio del precedente, il growl è usato pochissimo per far spazio ad uno screming ferale e malefico, oltre a presentare una produzione moderna che dà suoni nitidi e cristallini, uniti ad una varietà ritmica notevole. Cambi di ritmo continui ed improvvisi, strumenti acustici, percussioni africane, voci fuori campo, chitarre ultra ribassate attorniate da un riffing convulso, cori epici, strutture complesse e mai banali, assoli al fulmicotone di matrice Slayerana… è la sagra del Brutal, in questo platter devastante e fantasioso che riporta ancora una volta la band ai vertici della scena.
Those Whom the Gods Detest, 4th Arra of Dagon, Utterances of the Crawling Dead e Iskander D’hul Karnon sembrano avvolte da un’aurea epica e magniloquente, in questo scenario grandioso ma allo stesso tempo desolante. La devastante Kafir! (che rappresenta una delle migliori opener in ambito Death Metal e affini) con la successiva Hittite Dung Incantation sono un manuale di becera cattiveria e fantasia compositiva in salsa Brutal, insieme alla devastante The Eye of Ra. Tutto ciò dimostra come il trio Sanders/Wade/Kollias non si sia mai adagiato sugli allori ed anzi, abbia testimoniato alla grande di essere in grado di donarci un altro importante tassello nella propria progressione musicale, con degli ospiti che rendono il sound ancora più egizio ed atmosferico, con una cura dei particolari assolutamente maniacali. Tutto ciò incoraggiato ed alimentato dalla Nuclear Blast la quale, nonostante sia tanto criticata in certi ambienti, ha sempre e comunque coccolatole il suo roster, sapendolo promuovere a dovere.
Un lavoro eccellente ed un disco che, giustamente, è stato molto amato da pubblico e critica; andando ad aggiungersi alla sfilza di capolavori rinvenuti dall’Antico Egitto.

Arriviamo al 2011 e la band, vuoi per un calo di idee e tirare un attimo il fiato con il minimo sforzo, vuoi per riportare alla luce vecchie composizioni che secondo Sanders e soci meritavano di essere riscoperte, ristampa una vecchia demo altrimenti perduta. Operazione affascinante, seppur le cinque canzoni avessero a posteriori delle idee ancora piuttosto grezze e delle sviste ingenue come delle durate a volte un po’ ingiustificate, o uno stile vocale ancora poco maturo e incisivo. Il sound di Worship the Animal – 1994: The Lost Recordings è molto diverso da quello al quale la band ci avrebbe abituato in futuro, ed è un Thrash/Death Metal meno irruento e complesso, più votato all’atmosfera e che manca di quella maestria nell’orchestrare trame musicali orientali, mancanza di strumenti non convenzionali all’interno del mondo Rock/Metal e quelli spunti squisitamente Prog, risultando quindi una proposta decisamente più canonica e meno fascinosa.
Una ristampa che ebbe comunque un senso e fu utile, specialmente per gli amanti delle produzioni più ruvide e dirette. Senza dimenticare l’offerta di una visione a 360° della band, mostrata in tutte le sue sfaccettature . A conti fatti una chicca per gli inguaribili completisti.
Non un’operazione isolata, poi, per Sanders e soci: visto e considerato il fatto che, già nel 2000, in In the Beginning, in un unico pacchetto vennero presentate anche le ristampe dei primi due Ep Ramses Bringer of War e Festivals of Atonement.

Ad un anno di distanza dalla ristampa della demo, i Nile pubblicarono l’atteso successore di Those Whom The Gods Detest. Dopo essersi fatto a lungo desiderare, At the Gate of Sethu delude le aspettative rischiando il disastro vero e proprio.
Chiariamoci: questo platter partiva da un’idea di fondo interessante e pure giusta, se vogliamo. Ovvero, il voler essere un ritorno alle origini; con canzoni dalle durate più brevi e concise rispetto alle ultime prove in studio. Un bel proposito purtroppo naufragato tra songs non esattamente ispirate, con una resa sonora assolutamente demenziale ed irritante. È sempre ben accetto il fatto che una band voglia differenziarsi anche dal punto di vista del missaggio e della produzione (elementi questi che risultano drammaticamente omologati, oggigiorno); dirò di più, è anche curioso il fatto che la Nuclear Blast abbia concesso così tanta libertà alla band americana. Non risulta assolutamente apprezzabile, di contro, un lavoro svolto con pressapochismo al limite della noncuranza. Ricerca, attenzione, cura per il dettaglio… ciò non venne fatto assolutamente, catapultandoci fra le mani un disco dai suoni eccessivamente grezzi e sbilanciati.
Le atmosfere egizie, seppur presenti, giocano un ruolo meno importante che in passato. Oltre a ciò la prova vocale risulta abbastanza stanca, mancando di quel mordente e ferocia che vorrebbe invece il genere. Le ritmiche, seppur frenetiche, sono leggermente rallentate rispetto al passato ed anche le strutture delle varie composizioni si fanno più asciutte.
Un lavoro che si dimentica abbastanza in fretta e che risulta il primo passo falso di una band che fino ad allora aveva sbagliato decisamente poco.

Nel 2015, a tre anni dal precedente deludente lavoro, arrivò dunque un altro album.
Non un lavoro che passerà alla storia del genere, ma sicuramente di buon livello e decisamente superiore al precedente platter.
Un Death Metal piacevole, seppur ormai l’effetto sorpresa fosse completamente sparito e il rischio dell’auto esibizionismo ogni tanto agguantasse le songs. In generale, una vena squisitamente Brutal con alcuni blast beat a rotta di collo alternati a rallentamenti catacombali, strizzatine d’occhio all’elemento “Tech” con strutture sempre abbastanza articolate e canzoni ricche di virtuosismi. Viene quindi ripresa l’operazione di ritorno alle origini fatto con At the Gate of Sethu portandola avanti in maniera migliore in tutto e per tutto: eliminate, in virtù di ciò, quelle mini suite squisitamente Prog che tanto ci hanno deliziato tra il 2000 ed il 2009.
C’è da dire che a mancare è anche quell’estro che portava alla composizione di autentici colpi di genio, con una band che in fin dei conti fa un disco di mestiere, un mestiere ben fatto sicuramente, ma che sa tanto di minestrina riscaldata in alcuni solchi, con una produzione la quale seppur discreta (per fortuna non è stato ripetuto l’errore fatto nel 2012) è molto omologata alle altre di casa Nuclear Blast,oltre ad un’altra prova vocale non indimenticabile.

Arrivati a questo punto vi rimandiamo alla prossima parte dell’excursu, nella quale tratteremo dei dischi solisti realizzati dai membri di questa band monolitica: e chissà che questo 2020 non sia l’anno buono di un papabile ritorno con un nuovo lavoro da parte di Sanders e soci, con l’ultimo What Should Not Be Unearthed che tra luci e ombre ci fa comunque ben sperare per il futuro.

 

Sebastiano Dall'Armellina

sebastiano

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