Naked City: Jazzisti prestati al Grindcore, tra astmosfere noir e visioni sadomaso

Naked City: Jazzisti prestati al Grindcore, tra astmosfere noir e visioni sadomaso

Naked City: Jazzisti prestati al Grindcore, tra astmosfere noir e visioni sadomaso

Noi di Metal Winds, si sa, siamo molto attivi in tutto ciò che concerne l’underground (specialmente quello italiano) e, più in generale, nell’ambito di tutte quelle proposte particolari e singolari presenti in questo magico universo musicale qual è il Metal. Quindi, della serie “amore facciamolo strano”, eccovi oggi una monografia su di una band assolutamente fuori dagli schemi. Una band che sfugge a qualunque banale classificazione: i Naked City. Guardiamo per un attimo alla line up di questo combo: al sassofono abbiamo John Zorn, jazzista con le mani in pasta pure nel Punk e nel Metal (con alcuni suoi album solisti i quali vedono la presenza di un certo Mike Patton, per non parlare dell’altro suo progetto Deathgrind/Jazz, i Pain killer, fondati insieme allo storico batterista dei Napalm Death, Mick Harris) oltre che nella musica popolare ebraica (Masada/Electric Masada) ed in quella contemporanea o nelle colonne sonore da film; si prosegue poi con l’improvvisatore Fred Frith al basso, noto specialmente per la sua attività con il Progressive avanguardistico degli Henry Cow, oltre ad alcune prestigiose collaborazioni (specialmente con Brian Eno e Mike Oldfield); si procede poi con il chitarrista Jazz Bill Frisell, uno dei musicisti più stimati degli ultimi anni in questa scena musicale; alla batteria e alle percussioni troviamo invece Joey Baron, che oltre ad essere uno storico collaboratore dello stesso Zorn in altri progetti musicali è un session member molto richiesto; abbiamo poi anche il tastierista Wayne Horvitz e ultimo, ma non per importanza, Yamataka Eye alla voce, il terrorista sonoro fondatore dei Boredoms, band Japanoise/Psichedelica made in japan.
Minimo comun denominatore: una serie di musicisti Jazz presi in prestito dal Grindcore, con un cantante della scena Noise nipponica a far da corollario alle folli e strampalate visioni di John Zorn.
Un background musicale ed attitudinale incredibile, insomma, che diede il via nel corso di pochi anni ad una parabola Grindcore/Avant garde Metal più unica che rara.
Detto questo, possiamo benissimo addentrarci in questo strano, perverso e allo stesso meraviglioso affresco Jazz/Grind tra pennellate noir, visioni sadomaso, violenza urbana e un gore sanguinolento che sicuramente non vi lascerà indifferenti!

Genere:
Grindcore
Avant garde Metal

Drone Doom Metal
Jazz
Fusion

Periodo di attività:
1988 – 1993
2003

Dopo aver disquisito di questa stravagante line up possiamo cominciare a parlare della discografia di questo gruppo. Come mai “stravagante line up?” Beh, non capitano tutti i giorni band Grindcore con tastieristi e sassofonisti al loro interno, senza contare le esperienze musicali molto distanti da questo genere. Notiamo sin da subito, in maniera limpida e trasparente, la grande apertura mentale di questi musicisti: S.O.B., E.N.T., Napalm Death, Repulsion e Carcass hanno dunque singificato delle grandi influenze per la band di New York, ma accanto ad esse ed in quel sound così marcio, istintivo, primordiale e selvaggio ecco che l’eleganza, la raffinatezza e la complessità ritmico/strumentale del Jazz di gente come Ornette Coleman, oltre ad omaggi vari resi a musiche da film tra le quali spicca l’altisonante nome di Ennio Morricone.
Ecco che nel 1989 giunge quindi l’esordio omonimo, un chiaro manifesto programmatico della band: audace, spregiudicato, strafottente e micidiale. Un’anima Jazz assai varia e soprattutto aperta a contaminazioni varie tra accenni Rock, palpatine allo Swing, svisate Country e atmosfere Surf sessantiane, con improvvisazioni frizzanti e con continui cambi ritmici e stilistici all’interno di molte composizioni.
Dalla dolcezza e sensualità del Jazz o della OST del cinema d’autore di Batman, The Sicilian Clan, The James Bond Theme, I Want To Live o di Lonely Woman si passa con assoluta disinvoltura a brevissime e destabilizzanti schegge Noisecore (chi si ricorda dei 7 Minutes Of Nausea o degli Anal Cunt?) imbastardite con il Jazz, dalla durata inferiore al minuto. Ecco che in questo girone dantesco Jazzcore, in meno di tre minuti e mezzo, le varie Igneous Ejaculation, Blood Duster, Hammerhead, Demon Sanctuary, Obeah Man, Ujaku, Fuck The Facts e Speedball ci donano quello che è a conti fatti “un disco all’interno del disco”. A tutti gli effetti un perfetto stupro ai normali appigli del Grind e pure del Jazz, con un’attitudine completamente strafottente nei riguardi della chiusura mentale e alle barriere dei generi.
Un tocco assolutamente avanguardista che non disdegna né la Fusion, né influenze Progressive: Graveyard Shift, Snagglepuss, il Country/Grind di N.Y. Flat Top Box e Punk China Doll si giungono difatti alla Fusion strumentale spumeggiante nelle prove soliste di Latin Quarter e Inside Straight.
Con tutta questa carne al fuoco ci rendiamo conto dei mille volti di questa band, che con curiosità, divertimento e capacità compie un lavoro di gran livello, il quale proprio in virtù della sua stravaganza musicale ed attitudinale potrebbe addirittura piacere a più persone di quello che si potrebbe credere. Dal jazzista amante di Miles Davis al fan intransigente dei Napalm Death, dal nerd conoscitore dei King Crimson al curioso estimatore dei Faith No More. Insomma, il classico gruppo che potrebbe sorprendere un po’ tutti.

Nel 1990 il sestetto sforna uno dei propri dischi più amati nella scena Grindcore, quello che è riconosciuto da molti come un capolavoro da appuntare e da tramandare ai posteri: Torture Garden.
In esso esplode in tutto e per tutto il fervido e stimolante immaginario sessuale tipico del BDSM (con tanto di copertina esplicita, tra padrona, la relativa sottomessa e frustino) abbinato ad un elemento Gore/Splatter che farebbe la felicità perversa dei Cannibal Corpse.
Tra l’altro, Torture Garden racchiude in seno le brevi schegge Jazzcore dell’esordio con quelle che poi compariranno nel successivo Grand Guignol. Sì ok, direte voi… ma la musica? Beh, essa non lascia letteralmente scampo: già il vedere quarantadue canzoni stipate in appena venticinque minuti di musica dovrebbe, dopo tutto, farci capire qual è la direzione di Zorn e compagni.
Ma cosa ci si può aspettare in un turbinio infernale nel quale poche canzoni raggiungono il minuto di durata? Per Zorn e soci la risposta è semplice: approfondire il lato Noise/Grind della loro proposta ed accorparci tante influenze per rendere il sound sempre più improbabile e imprevedibile.
Riffs pesanti e oscuri tipici del Thrash/Death Metal alternati ad altri decisamente più Rock oriented, influenze Progressive, ritmiche Funky e Crust Punk, strizzatine al Blues, alle atmosfere leggere e spensierate della Surf Music o dello Swing, piccoli inserti Ambient e qualche piccola divagazione Country con una totale mancanza della normale forma canzone, spesso e volentieri. Un guazzabuglio sonoro che prima di allora non si era mai visto nella scena Grindcore e che tutt’oggi rimane ineguagliato, pure dallo stesso Zorn, giustamente citato spesso dalla critica specializzata nei top album o pietre miliari del Grindcore tutto.
Tutto questo  melting pot sonoro che da suoni puliti e raffinati si dirige in un battito di ciglia verso situazioni decisamente più marce e selvagge sfocia quindi in un riffing tritaossa, cambiamenti ritmici e stilistici repentini, assoli veloci e forsennati, vocals destabilizzanti rappresentate da urla primordiali e feroci senza alcun senso logico, visto che per i nostri terroristi sonori le parole erano effettivamente inutili.
Inoltre, il missaggio e la produzione sono di assoluto livello, rendendo distinguibile il tutto. Con una proposta del genere sarebbe stato facile, difatti, trasformare questa bolgia in un pastone sonoro non ben definito, cosa che per nostra fortuna non è avvenuta. Suoni sempre puliti, limpidi e ben bilanciati.
In totale anarchia compositiva e con un certo grado di sbeffeggiamento verso un po’ tutti, in questo Torture Garden, abbiamo un frullato sonoro e attitudinale più unico che raro, un faro per personaggi che magari gravitano in ambiti diversi (vedasi Mike Patton con i suoi vari progetti musicali o i Melvins tra i tanti) ma accomunati dalla stessa attitudine sperimentale mista ad un vena ironica e autoironica.

Il super gruppo nippo-americano continua la sua folle attività live nei jazz club nordamericani lasciando per lo meno, di volta in volta, esterrefatto il pubblico presente vista la sbilenca e strampalata proposta musicale, mista agli energici live act. Per un nuovo album bisogna aspettare il 1992, quando esce Heretic, Jeux des Dames Cruelles.
Rispetto ai primi due album si cambia notevolmente: gli elementi Punk, Metal, Grindcore del loro sound vengono completamente accantonati, in un lavoro completamente improvvisato all’insegna di un perverso coacervo Jazz e Noise.
In questo pasticcio vi sono addirittura dei piccoli spezzoni Ambient capaci di donare uno strano senso di calma e rilassatezza per poi farci rituffare in soluzioni decisamente bislacche.
Non tutto è da buttare, anzi vi sono degli episodi decisamente fortunati come l’ottima perfomance chitarristica in Saint Judes, seducente ed elegante o ancora Slaughterhouse/Chase Sequence, la divertente Sex Games o la raffinata e notturna Fire and Ice. Peccato che il resto, oltre ad essere decisamente più azzardato e sperimentale, sia pure meno riuscito. Ecco che in questa altalena qualitativa con effetti vari, i deliranti duetti tra i sax di Zorn e le urla del singer Nipponico, improvvisazioni rumoristiche scollegate abbiamo quindi un lavoro decisamente sconclusionato, il quale vede il suo utilizzo come colonna sonora per un film porno-sadomaso girato nella terra del sol levante come la sua unica ragione d’esistere, in quella che è una perfetta rappresentazione musicale di tutto ciò: se questo sia un bene o un male, francamente non so dirlo.
Da ascoltare più per semplice curiosità che per una reale necessità e qualità intrinseca, quindi.

Sempre nel ’92 esce Grand Guignol, nel quale troviamo diverse schegge Jazzcore precedentemente inserite nel mitico Torture Garden, alternate a composizioni di musica classica riviste in veste Jazzgrind con composizioni lunghe e articolate parecchio interessanti.
Un lavoro quindi per buona parte già edito e quindi non molto “appetibile”, straniante per certi punti. Il senso di un’operazione del genere? Mah, chi lo sa. Fatto sta che questo è uno dei dischi minori della band per colpa di questa infelice scelta, il che ovviamente non giustifica la valutazione estremamente elevata nel mercato collezionistico.
La raccolta Black Box della quale dopo vi parleremo rappresenta un’alternativa quindi decisamente più interessante oltre che economica, la quale in parte ripropone la stessa altalena stilistica seppur su lidi più fangosi e oscuri.
Per il box set comprensivo di tutta la discografia dei Naked City vi cito come interessante bonus un rifacimento con un personaggio molto attivo nella scena Alternative, ovvero quel Mike Patton che collaborò con questo svalvolato combo nella breve reunion avvenuta nel 2003, oltre a collaborare in anni successivi in altri progetti dello stesso Zorn.

Dopo un intenso 1992 si passa all’altrettanto intensa annata successiva, almeno per i Naked City.
Per il sestetto nippo-americano il tutto ricomincia con quel monolite dal nome di Leng Tch’e dalla durata di trentadue minuti.
I nostri affrontano un concept decisamente macabro e raccapricciante: il titolo è infatti ispirato all’omonima tortura/esecuzione cinese (morte dai mille tagli) così come la copertina e l’interno dello stesso booklet, colmi di foto riguardanti la terribile sevzia. Il concept stesso della suite è basato su degli appunti dello scrittore/filosofo francese Georges Bataille. All’interno dello stesso booklet, a riguardo della foto in copertina, è riportata difatti una massima dello stesso filosofo: “…Ciò che ho visto all’improvviso, e ciò che mi ha imprigionato nell’angoscia – ma che allo stesso tempo mi ha liberato da esso – è stata l’identità di questi contrari perfetti, l’estasi divina e il suo opposto, l’orrore estremo”
In cosa consiste questa fantomatica Lingchi? Presto detto: “la morte dai mille tagli” è una brutale e umiliante tortura in pubblica piazza che finiva con la morte del condannato, tenuto artificiosamente in vita con l’oppio. La vittima veniva immobilizzata ad un palo e da lì prima si effettuavano tagli su arti e torace, per poi passare alla loro amputazione, culminando nell’esecuzione vera e propria con la decapitazione o con una pugnalata al cuore. Zorn e soci si saranno parecchio arrovellati le meningi per tramutare in musica cotanta brutalità. Difatti, come si può trasportare in note una situazione del genere? Una domanda decisamente complessa e macabra alla quale ognuno di noi può rispondere in una maniera diversa: i Naked City scelsero una strada decisamente irta e difficile, cambiando pelle e andando a comporre una singola song dai connotati Drone Doom Metal, decisamente diversi e distanti da quanto fatto prima, seppur in piccola parte la suite vada a ripescare certe idee Noise della Jam BDSM composta l’anno precedente.
Ecco quindi che Leng Tch’e si mostra come una composizione di chiara impronta Sabbathiana, seppur rivista in lidi ben più pesanti, cupi e lenti, in quello che a conti fatti è un abisso catatonico.
Nonostante il genere non sia esattamente famoso per virtuosismi percussivi, il batterista Joey Baron dà una prova esuberante e fantasiosa, alternando sapientemente rullate e ritmiche pigre, intelaiando il tutto con alcune brucianti ripartenze improvvise, tutto ciò con gran gusto e soprattutto ben amalgamato in questo contesto infernale.
Ma ciò che assurge a protagonista assoluto, di questi trenta e passa minuti di musica, è senz’ombra di dubbio il guitarwork dell’ottimo Bill Frisell nel quale si incontrano/scontrano l’oscurità dei primi Black Sabbbath, la lentezza ipnotica e pachidermica dei primi seminali Earth oltre alla pesantezza ed al marciume dei Morbid Angel con una serie di riff dall’andatura mantrica.
Il sax impazzito di Zorn, insieme alle urla isteriche e disperate, alternate ai rantoli rabbiosi del terrorista sonoro giapponese creano un’atmosfera surreale e soffocante.
Vista la difficile reperibilità di questo lavoro nel 1997 uscì la raccolta Black Box, tra l’altro recentemente ristampata per festeggiare in maniera degna il sua ventesimo anniversario.
Raccolta che in un sol colpo ci dà in pasto Torture Garden e Leng Tch’e, i due lati della stessa medaglia: da una parte quarantadue canzoni in poco più di venticinque minuti di velocità folli e cambi repentini, dall’altra una composizione di trentadue minuti minimale, lenta, ipnotica e catacombale… due modi opposti ma ugualmente estremi di concepire il Metal sperimentale.
In più, se aggiungiamo la bella cover alternativa, la rimasterizzazione del suono che dona alle quarantatré canzoni quel quid in più e l’estrema difficoltà nel recuperare i lavori originali, specialmente a prezzi umani, capiamo benissimo come questa fantastica raccolta possa benissimo rappresentare un fantastico punto di partenza per innamorarsi di questi Jazz/Grinders in questa folle e delirante altalena sonora.

Anche il 1993 è un’anno molto intenso, il quale vede la pubblicazione di un altro esperimento sonoro: Absynthe. L’assenzio, liquore molto apprezzato da poeti francesi come Boudelaire e Verlaine, l’ispirazione massima di questo lavoro Ambient. Un altro lato di questo vero e proprio laboratorio musicale, un gran coraggio artistico ed un tema particolare per quello che ahimè è forse il lavoro meno interessante di questo combo.
Il sound è ovviamente minimale, non sono presenti i “gorgheggi” del terrorista sonoro giapponese, manca completamente quell’effetto sorpresa assolutamente spiazzante dei predecessori, con suoni generalmente puliti mescolati ad accenni noise disturbanti, nei quali i sintetizzatori e l’effettistica la fanno da padrone. Mancanza di una forma canzone vera e propria, alcune destrutturazioni sonore e atmosfere dilatate. Un lavoro che per sua stessa natura o si ama o si odia, rappresentando di fatto “un unicum” della loro discografia visto che non affronteranno mai più l’Ambient. Personalmente, pur ritenendolo interessante, soprattutto per l’idea che ha ispirato questo album, ritengo che sia quanto di peggiore realizzato dai Naked City. Proprio perché gli elementi caratteristici del loro sound folle e schizzato non sono stati usati come veicolo per la realizzazione di una proposta personale della musica Ambient.
Un’occasione mancata, insomma: ascoltatelo e fateci sapere invece cosa ne pensate, cari lettori. Dopo tutto, un ascolto non lo si nega a nessuno. O no?

Sempre nel ’93 si bissa con Radio, che rappresenta un gradito ritorno alle origini tanto care dell’esordio. Un lavoro che non toglie e non aggiunge nulla ma rialza il sestetto dopo il precedente disco decisamente piatto: sappiamo bene che una delle regole “non scritte” nel mondo musicale è quella di compiere dei ritorni alle origini dopo un periodo sperimentale o di svolte musicali decisive.
Si torna quindi allo stile e alle sonorità del primo album, con quel guazzabuglio sonoro fatto di Pop, Surf Rock, Free Jazz e Grindcore, con dei piccoli inserti Ambient giusto per non farci mancare nulla, che tanta gioia e fortuna diedero alla band.
Le atmosfere allegre e spensierate la fanno da padrone, senza però farsi mancare le visioni noir che calzano a pennello in certi film polizieschi e quell’immaginario perversamente affascinante che l’universo sadomaso porta con sé.
Quindi tornano le riletture in salsa Free Jazz e Fusion di alcuni classici Jazz d’annata o delle soundtrack del cinema d’autore che questa sfavillante combriccola apprezza molto: il risultato è frizzante ed esuberante come il gruppo ci ha abituato nei suoi momenti migliori, che a dire il vero sono tanti.
Non raggiungeremo le vette di un Torture Garden o dell’esordio omonimo, impossibile farlo a dire il vero. Non solo per questione qualitativa ma anche per un effetto sorpresa che, seppur presente, ora non è più così shockante e destabilizzante.
Per il resto, questo Radio chiude degnamente una carriera particolarmente originale e coraggiosa, dopo un paio di episodi non particolarmente riusciti.
Alla fine non ci rimane altro che sperare in una eventuale ristampa di questo album da parte dell’etichetta personale dello stezzo Zorn (la Tzadik Records), per non doverlo pagare a cifre esorbitanti visto ormai com’è diventato raro.

Chiudiamo questa strampalato excursus con un live postumo, uscito nel 2002, ovvero Live Vol. 1 Knitting Factory 1989. Lassciatemi aggiungere, un lavoro parecchio interessante, non tra i migliori certamente, ma decisamente riuscito per i motivi che tra poco vi diremo.
Zorn e soci ci fanno dunque un regalo bellissimo: un live del primissimo periodo di attività della band, con quasi tutte le canzoni eseguite tratte dal primo album.
Questo fatto non deve però trarci in inganno, seppur siano in tutta sostanza le stesse canzoni dell’ottimo debutto. C’è da sottolineare infatti che l’assenza dell’urlatore nipponico e la bellissima abitudine tutta Free Jazz di cambiare drasticamente le evoluzioni strumentali con una serie di improvvisazioni ardite, danno a queste songs un sapore decisamente diverso, smaccatamente più Jazz Rock/Fusion, con tutta l’eleganza e la raffinatezza che il Jazz porta con sé.
In tutto questo succulento ben di Dio strumentale assolutamente impeccabile trovano spazio addirittura tre notevoli inediti: la il Jazz/Grind frenetico e irriverente di Skate Key con le sue brucianti accelerazioni ed il sax impazzito, la seducente e sinuosa reinterpretazione di un classico di Ennio Morricone con l’ottima Erotico in salsa Rock oriented ed infine la sfavillante reinterpretazione di The Way I Feel, nella quale possiamo godere del lato più Fusion del gruppo.
Da queste righe si può intuire come questo live sia una chicca inattesa da parte di una delle band più folli, originali e stravaganti che si siano potute vedere nel panorama Grindcore come in quello Jazz stesso.
Non mi rimane altro da fare che salutarvi al prossimo lavoro ed in ultimo, ma non per importanza, esortarvi nel vostro piccolo a supportare la musica che più vi piace.

 

Sebastiano Dall'Armellina

sebastiano

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