I Ramones – L’American Punk tra Rock ‘n Roll e Surf Rock, seconda parte

I Ramones – L’American Punk tra Rock ‘n Roll e Surf Rock, seconda parte

I Ramones – L’American Punk tra Rock ‘n Roll e Surf Rock, seconda parte

Avevo anticipato, nella chiusura della prima parte dell’excursus,  come il periodo buio di casa Ramones non sarebbe stato definitivo bensì solamente temporaneo. Due dischi di livello assai basso avevano sprofondato la compagine newyorchese in una spirale di piattume e scarsa ispirazione, rischiando di far smarrire la bussola ai Nostri scalcinati punk, ormai stanchi e privi di mordace. In certe situazioni o si crolla o ci si rialza: ed ecco che a distanza di un solo anno dall’ultimo lavoro in studio ( Subterranean Jungle, 1983) il gruppo pubblica il valido To Tough To Die risalendo la china.
Si torna alle origini del sound senza dimenticare però la vena Rock ‘N Roll esplosa tra il ’79 e l’80 ed ecco che abbiamo un Punk fiammante ed energico come non se ne ascoltava da un po’.
Ritorna – in parte – quel muro sonoro caratteristico del gruppo che ormai mancava da qualche anno, le ritmiche semplici e veloci miste ad una registrazione di alto livello. Le quindici canzoni mostrano una ritrovata ispirazione ed una gran  voglia di fare, con una certa influenza Hardcore negli episodi più movimentati. Abbiamo dunque fra le mani un disco di buon livello, il più che degno ritorno dei Fast Four.
Un platter, questo, che con la sua energia e la sua qualità riporta la band americana sulla giusta carreggiata dopo due lavori assolutamente disastrosi e dimenticabili, riportando pure una certa ventata d’aria fresca nella loro proposta che, seppur coerente ad un certo stile, non rimane invariata nel tempo.

To Tough To Die si è rivelato quasi un titolo profetico per la band, anche se un qualcosa di ancora più grosso era dietro l’angolo. Dopo soli due anni uscì difatti Animal Boy, un lavoro davvero ottimo che in un batter d’occhio ci restituisce i Ramones più chiassosi e veloci, per lo meno nei brani più ispirati del lotto.
Qualche sprazzo di Rock ‘N Roll qua e là, la potenza e l’energia mutuate da una influenza incline all’Hardcore sono gli ingredienti giusti per tutto ciò: con l’opener Somebody Put Something In My Drink e la sua andatura monolitica il gruppo non vuole dare adito a dubbi circa la propria forma. Si prosegue poi con l’Hardcore americano di Animal Boy, song forsennata e animalesca (scusate il gioco di parole) che nei live dell’epoca divenne un classico; più tutto un manipolo di altre canzoni che sia in studio sia dal vivo fecero veri e propri sfaceli tra gli Headbangers di tutto il mondo.
Davvero un ottimo album insomma, uno dei lavori migliori in casa Ramones negli ‘80s e non solo, pieno zeppo di energia e canzoni di qualità.
Un bel modo di proseguire sul sentiero tracciato due anni prima.

Avete presente il motto “squadra che vince non si cambia”? Ecco: ad un anno di distanza la Family pensò di andare sul sicuro con il buon Halfway To Sanity, riproponendo – seppur con meno irruenza e foga – la forma di successo dell’ottimo Animal Boy.
Lavoro di livello inferiore ma pur sempre dignitoso, che porta avanti in la carriera del gruppo senza picchi particolarmente positivi e negativi, traghettandolo alla fine della decade; una decade (come sappiamo) molto difficile per il Punk più classico, per il quale i Ramones sono stati (pur con i loro alti e bassi) i veri e propri alfieri.

Brain Drain arriva a fine decade, nell’89. Lo stile è sempre quello degli ultimi dischi (quindi un Punk Rock con una certa indole Hardcore, ma che non rinuncia ad aperture melodiche e a dei lenti) ed ecco che accanto a pezzi rudi e selvaggi come Ignorance Is Bliss si alternano singoli melodici alla I Believe In Miracles… per un altro disco di mestiere, se vogliamo, ma nel suo piccolo un mestiere di gran livello. Iniziamo però ad intravedere la definitiva parabola discendente del gruppo americano, con alcuni riempitivi e un calo di idee progressivo accanto a pezzi dannatamente riusciti, con un disco comunque particolarmente amato dai fans.

Il calo di ispirazione non intaccò minimamente le perfomance live, che anzi divennero sempre più frenetiche e veloci, con una irruenza e potenza che forse non vi era neppure nei primi anni di vita dei Nostri, grazie ad un affiatamento maggiore tra i membri e a dei brani che troveranno nel fronte live il proprio habitat naturale. Tutto questo sarà testimoniato dal live album definitivo della band, Loco Live: in pratica, un excursus della loro carriera sotto forma di live album. Consiglio spassionato, fiondatevi su quel live senza pensarci due volte e coglierete la vera essenza del Comando Punk di NY.
Live questo che non solo testimonia una band in forma – incredibilmente – smagliante dal vivo, ma anche un muro sonoro assolutamente esplosivo il quale estremizza in maniera definitiva il Garage Rock tipico di Detroit a fine anni ’60 mischiandolo con tutti gli elementi tipici del Punk all’americana già citati a più riprese in precedenza. Ecco quindi tornare in pompa magna i singoloni alla stregua del Pop Rock di “Beatlesiana” memoria (The KKK Took My Baby Away), il Surf Rock dei Beach Boys (Surfin’ Bird), il Rock ‘N Roll (la mitologica Rock And Roll Radio), qualche cover (Chinese Rocks) oltre all’indole Hardcore che incontra i loro classici (Blitzkrieg Bop), dando spesso una grande importanza alle parti cantate con tanto di cori (Today Your Love, Tomorrow The World). Senza scordarci di qualche omaggio cinematografico e letterario (una intro presa in prestito da Il buono, il brutto e il cattivo, la cui colonna sonora è ad opera del mai troppo lodato Ennio Morricone) in quella che è una gran bella festa tutta Punk. Una prestazione a dir poco esplosiva dei Fast Four, specialmente per quanto riguarda Joey Ramone ed il suo timbro vocale più graffiante e sgraziato; oltre al “fratello” Marky Ramone che dietro alle pelli è semplicemente esemplare, con un Groove assolutamente micidiale e devastante nella sua primitiva semplicità.

Un anno dopo il festaiolo Loco Live il Commando Punk di NY torna in azione con il primo lavoro in studio degli anni ’90; a scanso di equivoci, non lo fa in gran maniera.
Un album stanco, privo di mordente e con poche, pochissime idee. Ecco il triste scenario che si intravede in Mondo Bizzarro.
Il livello produttivo è alto, la prestazione dei singoli componenti è buona… ciò che manca sono proprio le idee, con molti (troppi) riferimenti al glorioso passato, ben poca volontà (o capacità?) di reinventarsi, al contrario di quel che avvenne a suo tempo con i pregevoli End of the Century e Animal Boy. Si arriva alla fine del disco delusi e annoiati, con tante idee usate e abusate che purtroppo non riescono assolutamente ad aggiungere nulla di nuovo o per lo meno divertente. In tutto questo ciarpame, la cover della sigla del cartone animato di Spiderman rappresenta una chicca davvero piacevole.

Nel mondo della musica vi sono alcune “regole non scritte” che caratterizzano le grandi band: il rilasciare un live album epocale o comunque molto importante, il comporre il capolavoro della propria carriera al terzo giro di giostra e tra le altre cose…il pubblicare un disco di cover: Metallica, Rolling Stones, Rage Against The Machine, Megadeth, Misfits, PFM, Burning Priest, S.O.D.; sono solo alcuni tra i tanti nomi che si sono cimentati in questa impresa, chi con ottimi risultati (Metallica) e chi, invece, con pessimi (Misfits).
Un compito sempre molto arduo e difficile, quello di reinterpretare in maniera personale ma coerente i brani scritti e suonati in origine da altri.
Arriviamo quindi al 1993 e ad Acid Eaters, celebrazione di nomi incredibilmente sorprendenti: personaggi sommariamente “vicini” al Punk come Rolling Stones o i The Who (che con l’anthemica My Generation sono stati tra i principali “colpevoli” della futura nascita di questo movimento e genere) ed altri artisti come Bob Dylan, Jefferson Airplane (con una ben riuscita Somebody To Love che è con pochi dubbi la perla del disco), The Animals o i Creedence Clearwater Revival.
Un lavoro piacevole e scorrevole che a parte pochi episodi lascia poco in eredità, con una buona metà dell’album di livello molto alto: cover come 7 and 7 is, Journey to the Center of the Mind, la già citata Somebody To Love, The Shape of Things to Come e My Back Pages sono episodi importanti e rincuoranti, che ci fanno comprendere meglio le principali influenze del combo new yorkese e che potrebbero ai più giovani aprire le porte sulle carriere di artisti ormai remoti e lontani. Un merito di diversi cover album, dopo tutto. Sarebbe difficilissimo negare quanto band come Diamond Head o Misfits abbiano tratto vantaggio da un Garage Inc. a caso. Un Merito molto importante, quest’ultimo.

Arriviamo all’atto finale della più iconica band Punk degli Usa. Dopo il precedente lavoro, che ha permesso ai nostri di divertirsi e svagarsi omaggiando a modo loro i propri artisti preferiti, arriva quello che è il disco di addio (sia di nome che di fatto): ¡Adios Amigos!, eloquente già nel titolo.
Una copertina chiaramente demenziale con quei dinosauri aventi un sombrero (i membri della band?) e nel retro la scritta “Viva la Revoluciòn arriva los Ramones”, un disco che si presenta senza dubbio in maniera singolare.
Nonostante i lavori dopo Animal Boy spesso abbiano deluso le aspettative, in questo caso il gruppo dà un bel saluto ai propri fans con un disco assolutamente di buon livello e con pochi punti deboli.
Il disco d’addio dei Ramones è al passo con i tempi (vedasi la produzione o canzoni più moderne come Cretin Family) e che al contempo presenta gli stessi elementi che tanta fortuna hanno portato alla band: tornano i refrain trascinanti (The Crusher), le cover di altri artisti (I Don’t Want to Grow Up di Tom Waits e I Love You di uno dei miti del Punk a stelle e strisce, il già citato Johnny Thunders), il lento del disco (la “ballad” Punk She Talks to Rainbows), le ritmiche forsennate e la loro solita energia (Makin’ Monsters For My Friends, Born to Die in Berlin); un platter di tutto rispetto sotto parecchi punti di vista, intelligentemente strutturato e discretamente vario.
Da qui in avanti, la solita mangiatoia delle varie label con il rilascio di una letterale marea di raccolte e live assolutamente inutili se non ridicoli in certi casi (come il Live at The Palladium che è in pratica un It’s Alive senza Judy Is Punk). Un marasma in cui viene lo stesso a galla una perla: We’re Outta Here!, ovvero la registrazione dell’ultimo concerto tenuto dal gruppo con molti ospiti (amici di varie band provenienti dai Soundgarden, Pearl Jam, i Rancid, Dee Dee Ramone uscito dal gruppo all’indomani di Brain Drain e Lemmy Kilmister) più alcune chicche come la cover di R.A.M.O.N.E.S. eseguita dai Motorhead come omaggio nei loro confronti. Un live piuttosto raro e quindi molto ben voluto anche per motivi puramente collezionistici oltre che musicali.

Dopo la fine dei Ramones alcuni membri intrapresero delle carriere soliste: Dee Dee Ramone (all’indomani di Brain Drain) realizzò un disco Rap a nome Dee Dee King per poi tornare sui suoi passi per ridedicarsi ad un Punk simile a quanto fatto con la sua band storica; dal canto suo C.J. Ramone non fece faville e il suo Bad Chopper (album omonimo al suo progetto musicale), a parte qualche canzone qua e là sorprendentemente notevole (Ain’t No Criminal, Why e Headshot) , si rivelò un disco assolutamente mediocre e dimenticabilissimo; Marky Ramone ha suonato a più riprese con band storiche del panorama Punk (Misfits , Osaka Popstar) e continua a collaborare con Michale Grave sul fronte live oltre a portare la musica del suo gruppo madre in giro per il mondo con i suoi progetti solisti; volutamente per ultimo arriva il turno di Joey Ramone, con il suo più che discreto Don’t Worry About Me.
Anticipato da un Ep (il natalizio e piacevole Christmas Spirit…In My House) nel quale si rivivono in parte i fasti dei Ramones ma sotto un’ottica molto meno irruente, melodica e controllata, con cover (la positiva What a Wonderful World e la nostalgica 1969), canzoni sempre energiche (la rockeggiante Spirit In My House), in prevalenza il sound si attesta su un mood più soft che dà molta importanza alle melodie vocali con un’indole squisitamente Pop (come la Title Track o Mr. Punchy) per darci alla fine un bel epitaffio artistico; visto e considerato il fatto che l’Animal Boy perì prima di vedere la pubblicazione di questo disco. Quasi una continuazione con il bel ¡Adios Amigos! pubblicato qualche anno addietro, un disco denso di positività dentro i suoi solchi e con tanti ospiti di prestigio presi in prestito dalla scena Punk.

Ed eccoci giunti alla fine di questo viaggio: un’avventura lunga ed appagante allo stesso tempo, tra queste sonorità sì veloci ed energiche ma anche orecchiabili e di facile presa, con una riscoperta di melodie Pop e Rock tipiche degli anni ‘60. Una band che è riuscita a dare il via al movimento Punk innescando subitamente un effetto a dir poco dirompente, capofila del Punk Americano (con una immagine cara ad un certo Street Punk), capace di districarsi anche fra forme più melodiche di tale macro genere. Band come Dead Kennedys (nei quali l’anima Surf Rock si annida in un Hardcore selvaggio) od i Dropkick Murphys (con l’unione a suo tempo innovativa ed audace di Punk Rock più o meno melodico e la musica popolare Irlandese di derivazione Celtica), per non parlare dei Social Distortion ed il loro mix di Punk, Rock ‘N Roll e Country… od anche i Bad Religion, i Rancid, i Weezer. Band fra loro differenti, eppure unite dai grandi debiti nei riguardi dei nostri Fast Four
Al prossimo excursus!

Sebastiano Dall'Armellina

sebastiano

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