Focus – Il meglio del Rock olandese tra Progressive e Jodel

Focus – Il meglio del Rock olandese tra Progressive e Jodel

Focus – Il meglio del Rock olandese tra Progressive e Jodel

Il Regno dei Paesi Bassi, un paese accoglie nei suoi confini una storia ricca e avvincente, con un passato parecchio burrascoso: come definire d’altronde le vicissitudini di uno stato che negli ultimi sei secoli ha vissuto ben ottant’anni di guerra contro i dominatori spagnoli, pur conquistare la propria indipendenza? Fronteggiando addirittura il sorgere di contrasti navali con Inghilterra e Francia (per dovere di cronaca è giusto ricordare una delle più grandi disfatte della marina militare britannica, il raid sul Medway, avvenuto nel giugno del 1667), per di più. Trambusti e battaglie, per un popolo che nonostante tutto sapeva guidare con efficienza e coraggio un’espansione coloniale al danno proprio di Spagna e Portogallo (mettendo “in forse” per alcuni decenni il dominio di quest’ultima nazione nel Brasile), mediante l’attuazione di una politica economico-commerciale che aveva basi in tutti i continenti, per giungere al commercio delle spezie nelle Indie.
Un piccolo assaggio della storia sociale, economica e militare di questa piccola nazione, che se in tali ambiti reca in sé tantissimi spunti di studio e riflessione, non si tira indietro neanche sul fronte musicale. Certo, seppur l’Olanda non possa vantare il peso storico di nazioni come Inghilterra o Norvegia, non dobbiamo assolutamente sottovalutare ciò che essa è riuscita ad offrirci, nel corso degli anni. Sarebbe facile, a questo punto, sottolineare quanto il Death Metal olandese rappresenti tutt’oggi una delle scene più apprezzate al mondo, con band che hanno raggiunto un certo seguito, vedasi AsphyxGorefest e Pestilence, tanto per citare qualche nome altisonante. Virando su lidi molto più “pacati”, ecco spuntar fuori band come Ayreon The Gathering, assieme a tanti altri progetti correlati che negli ultimi vent’anni hanno portato un certo numero di album di livello, oltre ad una serie di novità all’interno dei circuiti Metal internazioni. Parlare dell’estremo sarebbe “semplice”, si fa per dire. In tanti hanno approfondito questo elemento, chi più chi meno in maniera profonda ed articolata. Quel che mi preme è dunque dare spazio all’anima orange più progressiva e particolare, parlandovi di un gruppo ai più sconosciuto ma non per questo da evitare.
Oggi torniamo dunque indietro nel tempo e parliamo di quella che è la band simbolo del Progressive Rock olandese, di cui (tra i tanti!) anche un certo Arjen Anthony Lucassen è un gran fan: stiamo parlando nientepopodimeno dei Focus! Nonostante rappresentino lo zoccolo duro di una certa nicchia nord europea, questi ex giovinastri hanno costruito una carriera con alterne fortune nel corso dei decenni, costruendo una discografia nemmeno tanto misera. Eccovi dunque una selezione di dischi magari non imperdibili, ma sicuramente degni della vostra attenzione.
Buona lettura!

Genere:
Progressive Rock
Fusion
Folk/Jodel

Periodo di attività:
1969 – 1978
1985
1990
1993 – 1995
1997 – 1999
2002 – ancora in attività

Album consigliati:
In And Out Of Focus (1970)
Moving Waves (1971)
Focus III (1972)
Focus At The Rainbow `73 (Live, 1973)
Hamburger Concerto (1974)
Ship Of Memories (Raccolta, 1976)
Focus X (2012)
Focus 8.5/Beyond the Horizon (Focus and Friends featuring Marvio Ciribelli, 2016)

Si comincia dal principio, parlando del loro primo album datato 1970.
In And Out Of Focus è un buon esordio, un ascolto vivamente consigliato. Non solo perché costituisce in sé l’opera prima di questo fantasioso gruppo olandese, ma anche e soprattutto perché mostra una delle tante band europee dell’epoca la quale, in maniera un po’ ingenua (ma anche genuina) cercava nuove vie per superare la “forma canzone” tradizionale della musica Pop. Nell’opera prima troviamo il Pop Psichedelico e sperimentale degli ultimi Beatles, il Folk raffinato e sognante dei Jehtro Tull (padre di delicate atmosfere medioevali) e quel Progressive ancora un po’ naif della prima ora, che univa Rock, Jazz e Musica Classica (Traffic, Procol Harum o Colosseum).
Un lavoro che è figlio dei suoi tempi, ma che paradossalmente grazie al suo essere un po’ ingenuo e ancora legato a certi stilemi, conserva ancora un certo fascino.
E dire che ai tempi i Focus venivano pubblicizzati come un gruppo Pop Rock, pur sapendo come nel corso del tempo certe parole assumano un significato molto diverso.
Non un capolavoro certo, ma grazie ad un pugno di canzoni di assoluto livello (la hit radiofonica di House Of The King o le Jam Session strumentali delle superbe Anonymous e Focus), And Otu Of focus si dimostra un disco che il vostro tempo lo merita eccome, pur risultando vagamente “di transizione”.

Dunque, quali sarebbero gli elementi distintivi e caratteristici dei principali portabandiera del Progressive olandese? Beh, è presto detto: un amalgama sonoro che sa essere divertente e scanzonato, come tenue, dolce e vellutato, in base a quello che la band vuole (e soprattutto riesce) a fare. Viriamo dunque verso il secondo disco dei Nostri, Moving Waves del 1971.
I sei minuti gagliardi di Hocus Pocus sono esattamente l’opener che non ti aspetti, nonché una delle canzoni simbolo del gruppo: un corpulento riff di chitarra, rullate di batteria a pioggia, una serie di esaltanti improvvisazioni soliste inframmezzate da degli spassosi Jodel sono l’ossatura di questo stravagante singolo. Un singolo che, per una volta tanto, è un brano originale e coraggioso, non la solita ballata strappa lacrime per cuori infranti o un Rock elementare e con il classico ritornello “acchiappone”.
La prima parte del disco simbolo dei Focus procede poi con un quartetto di raffinate ed eleganti composizioni semi-acustiche (il breve interludio strumentale Le Clochard, la delicata Janis, la Title Track e Focus II) che vanno ad intersecarsi nel filone del Prog “romantico” ricordando una sorta di incrocio tra i migliori Genesis e i Jethro Tull più fatati.
La seconda parte del lavoro è invece dominata dalla sola mastodontica suite di Eruption nella quale il gruppo torna a fare quello che forse sa fare meglio, ovvero proporci un’esuberante sequela di evoluzioni strumentali. La chitarra di Jan Akkerman, le tastiere ed il flauto di Thijs Van Leer, il basso di Cyril Havermans e la batteria di Pierre Van Der Linden si rincorrono in questa scia strumentale che da parti classicheggianti passa con disinvoltura su lidi più fiabeschi ad altri più Prog oriented piuttosto che jazzate o rockeggianti, facendo notare una grande versatilità e fantasia strumentale in quello che è uno dei manifesti di tutto il Progressive nord europeo.

Dopo un lavoro così ben riuscito, non sempre si è in grado di tener fede alle aspettative di un pubblico affamato di riconferme. Tuttavia, la band riuscì a ripetersi con l’altrettanto ottimo Focus III (1972) che in pratica si rivelò essere un Moving Waves 2.0 ancora più grande e ambizioso del precedente. Il terzo sigillo discografico è un doppio album parecchio impegnativo, in grado comunque di donarci più di qualche soddisfazione
Agli elementi classici già conosciuti e apprezzati con l’ottimo predecessore (rullate di batteria fantasiose in ogni dove, sound sospeso tra leggiadra delicatezza e stravaganza no sense, chitarre Hard Rock, intagli neoclassici, uso della voce più come uno strumento…) il gruppo piazza dentro a quest’ora abbondante di grande musica tappetti di organo hammond, pianoforti dolci, un uso ancora più esteso e approfondito del flauto, quasi se Thijs Van Leer si stesse trasformando in una sorta di Ian Anderson olandese e tante, tantissime parti strumentali nelle quali viene ampiamente dimostrato quanto i Focus  sappiano dare il meglio di loro stessi, se messi in condizione. I quasi quattordici minuti di Answers Questions! Questions Answers! e i ventisei minuti di Anonymus Two lo dimostrano in maniera limpida e lampante, con quest’ultima composizione che vede la sei corde di Jan Akkerman assoluta protagonista insieme alle percussioni “disseminate” un po’ ovunque dal dinamico Pierre Van Der Linden, rivelandosi entrambi due musicisti parecchio fantasiosi e ricchi di estro.

Una band che stava vivendo un periodo d’oro, un vulcano di idee: i Focus davano con pazzia e disinvoltura una rilettura molto personale di quello che era il Progressive britannico, tingendolo di toni più grintosi e al tempo stesso scanzonati oltre che sbilanciarsi sempre di più verso la parte strumentale della proposta.
Un periodo d’oro testimoniato anche dal loro primo live album: dopo una tripletta di dischi in studio, insomma, secondo il quartetto olandese era ormai giunto il momento di dare un’importante testimonianza live della loro proposta musicale. A distanza di un decennio, è doveroso ringraziarli sentitamente. Un disco, At The Rainbow (1973) che vi consiglio con un certo ardore, a dir la verità.
La tracklist si concentra sugli ultimi due album che hanno fatto la fortuna dei Focus ed ecco che tra una Hocus Pocus, Eruption o Sylvia, giusto per dare qualche titolo, i classici della prima ora degli olandesi sono tutti presenti. Tuttavia il gruppo non si limita a fare il compitino riproponendo in maniera perfetta e pedissequa le canzoni, anzi: il quartetto si diverte parecchio a modificarle ed ecco che alcuni brani sono allungate ed altri invece accorciati. La batteria è ancora più incisiva che in passato e le ritmiche sono velocizzate, tra vocalizzi, fischiettii vari, i virtuosismi (strumentali e vocali) abbondano e dimostrano come la band sia particolarmente sicura dei suoi mezzi. Queste importanti modifiche, che a parole potrebbero sembrare poca cosa, mostrano la loro presenza durante l’ascolto, in un viaggio particolarmente impegnativo ma sicuramente gratificante. Insomma, fra un virtuosismo ed un’improvvisazione, i Nostri ci donano un live superbo, pieno zeppo d’energia, quell’energia che solo il Rock sa dare, perfettamente incanalata in quella progressione musicale che stava coinvolgendo la scena musicale europea (e non solo).
Focus At The Rainbow, per tutti questi motivi è la chiara testimonianza di cosa dovrebbe essere un live album.

Altro lavoro che vi consigliamo, di questo gruppo poco conosciuto nelle lande italiche, è sicuramente il quarto album in studio: Hamburger Concerto, uscito nel lontano 1974.
Forse il lavoro più ambizioso e complesso del combo olandese, quest’ultimo risulta essere sicuramente uno dei matrimoni più forti e intimi avvenuti all’epoca tra il mondo della musica Rock e quello della Musica Classica, tanto da riuscire nell’impresa di “toccare” pietre miliari come Concerto Grosso Per I New Trolls, …Di Terra o di Pictures At An Exhibition. Ironico che il forte input della sua realizzazione sia partito da un Akkerman intento, nella sua camera d’albergo a New York, durante il ’73, a mangiare un hamburger guardando dei cartoni animati.
Delite Musicae è un’elegante intro acustica lunga poco più di un minuto dai sentori medioevali, grazie al delicato liuto che apre le danze a quel Rock ‘N Roll strampalato di Harem Scarem, dominato da un poderoso Boogie tastieristico che viene alternato a parti classicheggianti e folkloristiche. Il gruppo riesce ad alternare con un’apparente facilità sezioni dal vago sapore classico-ecclesiastico (il clavicembalo di Birth o l’organo di La Cathedral De Strasbourg) a virtuosismi ironici o eleganti: ci sono i classici Jodel senza un testo di senso compiuto alternati a fischiettii messi a nastro, con la presenza di motivetti buffi che potrebbero benissimo essere usati come dei jingle dei cartoni animati dell’epoca.
La title track, nelle sue sei sezioni (per un totale di venti minuti di durata) è il trionfo di questa visione unica del Prog che il gruppo dimostra di avere: sacralità alternata all’ironia, influenze Jazz che contrastano con la Musica Classica, il Folk del flauto che va a braccetto con i canti Jodel, chitarre soliste ruvide ma al tempo stesso eleganti che si stagliano sui muri avvolgenti di tastiere, il basso pulsante…
Un’ode alla personalità e all’originalità di una band che seppur si era precedentemente insidiata in un filone di successo, non voleva certamente scimmiottare i grandi del genere ma anzi, voleva venir annoverata tra di essi. Possiamo dire che con un lavoro del genere (ma pure con quelli precedenti) i Focus divennero di colpo un nome forte in mezzo ai Genesis, agli Emerson Lake And Palmer o ai Wishbone Ash.

Dalle stelle, verso un “naturale” ridimensionamento: problemi personali di varia natura tra i musicisti, cambi di formazione al seguito e voglia di inseguire certi trend musicali portano a Mother Focus (1975), che seppur non possa essere definito un brutto lavoro, sicuramente non risulta rappresentativo; anzi, decisamente in secondo piano. Da dire comunque che gli influssi Jazz/Fusion sempre più protagonisti ben si sposano con l’ottimo lavoro solista alle sei corde del buon Jan Akkerman, chitarrista dotato di grande classe.
Una classe che si vede anche nella raccolta Ship Of Memories dell’anno successivo e che rientra tra i loro lavori consigliati. Essa, in quaranta minuti, raccoglie le varie canzoni che per un motivo o per un altro erano state scartate a suo tempo nei primi cinque album. Certo dobbiamo dimenticarci delle lunghe ed ambiziose suite del passato, le influenze più barocche e vicine alla musica classica o gli Jodelì. Tuttavia, in questo insieme di brani Prog/Folk che guarda parecchio al Jazz/Fusion (anche se la struttura delle canzoni è decisamente più semplificata e vicina ai canoni della musica Pop) troviamo una serie di canzoni di un certo livello. Come detto poc’anzi, la presenza di Akkerman costituisce da sola una garanzia ed il nostro è capace di dimostrare, per l’ennesima volta, di essere un chitarrista straordinario non tanto per la sua tecnica, ma per la sua sensibilità musicale; senza contare i fratelli del ritmo ora molto vicini al Funk e al lavoro dietro al flauto e tastiere di Thijs Van Leer.
La marcia Rock di P’s March, il Jazz/Fusion di Out Of Vesuvius, il Prog di Glider, la ruggente Spoke the Lord Creator, la ficcante Can’t Believe My Eyes o la versione per il mercato americano di Hocus Pocus sono lì che non aspettano nient’altro di essere scoperte e ascoltate da voi!
Un’ottima raccolta che a parte quello scherzo Elettro-Funk di Crackers ha un certo numero di motivi per farsi ascoltare, mentre sul successivo Focus Con Proby (’78) c’è veramente poco da ricordare.

Dicevamo dunque di un periodo prevalentemente negativo cominciato da Mother Focus, protrattosi purtroppo a lungo. A parte qualche sparuta ricomparsa di poco conto negli anni ‘80/’90, dalle quali ben poco è nato (di queste ultime vale soprattutto la pena citare la raccolta Hocus Pocus The Best Of Focus del ’94 che è in pratica un bell’excursus musicale dei lavori pubblicati precedentemente), vale la pena citare l’unica vera e propria reunion dei Focus avvenuta nei primi anni 2000, avvenuta in seno di una riscoperta generale del filone Progressive.
Dopo un album di ritorno non molto convincente (Focus 8 del 2003) nel quale la band olandese tornava a riproporre forse in maniera un po’ troppo scolastica e statica il sound per la quale era diventata celebre nella prima metà degli anni ’70, ad un live album di discreta fattura (Live In America, sempre del 2003) e ad un altro album di qualità discutibile nel quale le belle idee erano annacquate da un minutaggio ingiustificato e da un numero di riempitivi molto alto (Focus 9 New Skin del 2006), nel 2012 con Focus X finalmente la band capitanata dal polistrumentista Thijs Van Leer torna a forgiarsi di un sound veramente incisivo.
Giusto dire che Focus X è uno dei migliori lavori del gruppo dopo la loro reunion: la band non è più logorroica come accaduto negli ultimi due lavori in studio e non si limita a fare il suo compitino ben eseguito. Nei 49 minuti del loro decimo album in studio si torna a sfoggiare il cosiddetto “dono della sintesi” con una serie di canzoni dal minutaggio mai eccessivo, il sound è più variopinto presentando oltre a qualche sparuto Jodel anche la presenza di un Tango esuberante e di una vena Hard Rock ruggente che mancava ormai da parecchio (troppo) tempo, tutto questo unito senza soluzione di continuità ad un Folk ironico e ad una vena classica elegante, come i Nostri sapevano fare alcuni decenni fa. Insomma, un disco che torna a mostrarci la stravaganza del Focus sound.
Ce n’è voluto di tempo… ma alla fine, dopo dieci anni dal loro ritorno, si torna a convincere cominciando tra l’altro una seconda giovinezza artistica.

Una seconda giovinezza, esattamente, poiché la scia positiva è continuata con il successivo lavoro in studio. Difatti, nel 2014, sull’onda dell’entusiasmo i Focus pubblicano Golden Oldies: altro ovvero una selezione di pezzi celebri riarrangiati, risuonati e riregistrati dall’allora attuale line up. Un’operazione questa tentata da molti e che spesso ha fatto partorire o cose inutili o veramente scadenti… ma non è stato questo il caso, per nostra fortuna.
A giusto vent’anni di distanza da quella raccolta piacevole che fece conoscere a molte persone i Focus, ecco che ci si rimette in gioco, si selezionano i pezzi più celebri del proprio repertorio rivisitandoli, un po’ come se si stesse jammando sul palco, cambiando ogni volta qualcosa.
I nuovi arrangiamenti delle hit Hocus Pocus, House Of The King e Sylvia sono parecchio accattivanti, insieme a quelli delle altre canzoni presenti (Focus 1, Focus 3-2, Aya Yippie Hippie Yee ecc), composizioni decisamente esaltate da suoni così puliti e nitidi, rendendo quella che forse è un’operazione commerciale un qualcosa comunque di vibrante e ben svolto. Certo, non è un album fondamentale rispetto ad altri qui menzionati (come poteva esserlo un Hamburger Concerto), tuttavia parliamo di un disco alla quale può essere data più di una possibilità, in concomitanza del fatto che la band è solita riprodurre oggigiorno queste “nuove” versioni dei pezzi qui citati

Ecco che, dopo aver riacceso la miccia dell’interesse, arriva dai Focus una mossa completamente inaspettata, oltre che ad uno dei loro lavori migliori in assoluto. Focus 8.5/Beyond The Horizon è in effetti un vero e proprio capolavoro e non lo diciamo per via di un entusiasmo esagerato: questo disco, realizzato durante un tour in Brasile con l’aiuto di un nutrito dispiegamento di alcuni tra i migliori musicisti del posto, è un mirabile esempio di Fusion musicale tra due culture profondamente diverse e altrettanto affascinanti.
I Focus di Thijs Van Leer e Pierre Van Der Linden insieme al produttore Marvio Ciribelli e agli amici musicisti brasiliani realizzano queste sette canzoni con un’unione magistrale di Progressive europeo, delicato Folk olandese, Jazz strumentale, Fusion brasiliana con tanto di atmosfere carioca, cori portoghesi, voci femminili solari e ritmiche tribali. Ed è proprio quest’ultima componente ad essere la vera protagonista di tutto il disco con delle ritmiche cariche di Groove, virtuose e fantasiose, le quali unite a tutti gli elementi citati prima vanno a sfornare un sound particolarmente frizzante e spumeggiante.
Un lavoro che se come attitudine mantiene lo spirito dei Focus, musicalmente è anche abbastanza distante da quello che il gruppo ci ha proposto in passato, grazie alla profonda influenza di tutta la musica brasiliana. E se questo può far storcere il naso ai puristi del genere, a noi non interessa molto; anzi, è un bene a prescindere divulgare lavori così ben riusciti, facendolo il più possibile, visto il fulgido esempio di fantasia e coraggio artistico.
E se circa quattro secoli addietro l’Impero dei Paesi Bassi tentò la conquista del Brasile ai danni del Portogallo (con un guerra lunga alcuni decenni che alla fine portò a risultati contrastati nell’ambito globale), ora invece è la musica brasiliana che colonizza il Rock olandese.

Oltre all’ultimo album in studio dello scorso anno (Focus 11) che alla fin fine va ad essere una copia carbone discretamente realizzata di Focus X, facciamo una piccola menzione per la doppia raccolta The Focus Family Album: trovano spazio in questa sede tante situazioni inedite di casa Focus, non pubblicate dal gruppo e da alcuni ex membri dagli anni ’80 in poi. Se è vero che sono presenti (inevitabilmente?) dei passaggi a vuoto è anche altrettanto vero il fatto che molti elementi qui contenuti sono interessanti e meritano un ascolto. Oltre a classici esempi di Prog romantico o di classico Folk europeo, troviamo degli episodi che risentono fortemente delle fascinazioni orientali date dall’India o dall’Indonesia ed in generale da tutta l’area del sud est asiatico, oltre ad episodi di Hard Rock bislacco o ad un paio di pezzi Blues parecchio riusciti.
È qui che il nostro viaggio nella storia di quella che è la più grande band Progressive del paese dei mulini a vento si conclude. Non sappiamo cosa il futuro riserverà ai Focus, in un periodo nel quale l’incertezza ammanta (ahinoi) la totale realtà artistica e musicale del pianeta.
E se non conoscevate questa band olandese e (spero!) vi abbiamo incuriositi, oltre a Spotify e Youtube volendo c’è anche la possibilità di reperire materiale fisico mediante l’ Hocus Pocus Box, un cofanetto di tredici album a prezzo modico!

Focus

 

 

Sebastiano Dall'Armellina

sebastiano

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