UNFAIR FATE – Send Us To Our Graves

UNFAIR FATE – Send Us To Our Graves

UNFAIR FATE – Send Us To Our Graves

Send Us To Our Graves CoverTITOLO: Send Us To Our Graves
ARTISTA: Unfair Fate
GENERE: Melodic Thrash Metal/Blackened Death Metal
ANNO: 2019
PAESE: Svezia
ETICHETTA: Indipendente


A volte un uomo si ritrova d’innanzi ad atroci dubbi. Tali quesiti sono decisivi nel plasmare il corso degli eventi successivi alla scelta. Ed è con ponderazione e ferma convinzione in quello che è universalmente giusto che un uomo deve decidere ciò che va fatto. Oggi il dubbio catartico che mi viene posto è questo: metto in pausa i Tank per recensire questo EP o no? Va beh visto che sarebbe un po’ il mio lavoro, farò questo sacrificio. Non perché gli Unfair Fate siano una brutta band ma stavo cantando “This Means War” ed è dura smettere. Beh allora mettiamoci a lavoro. Vediamo un po’: scrutando nella “Doomicus” sfera di cristallo (giusto per dirla alla Candlemass) vedo che la band di cui parleremo oggi è alquanto giovane. Nata nel duemilaquattordici fra i ghiacci di Stoccolma, il combo ha all’attivo un solo full length, pubblicato nel duemilaquindici ed intitolato “Beyond Light“. Non avendo mai sentito parlare di questo gruppo, sono andato un po’ in ordine cronologico, specie dopo aver notato un cambio di formazione. Il primo album non presenta un riffing Death, come accade in molti casi simili, la proposta è quella di un Melodic Thrash mid-tempo con un cantato più Harsh/Fry che dovrebbe dare un’aria Death. L’album in sé non è un gran ché devo dire, un lavoro decisamente mediocre che non è brutto come essere preso a pugni, rapinato, deriso e poi mollato dalla tipa ma ad andare sopra il 45/50 è molto dura. Il vento però sembra cambiare grazie a Send Us To Our Graves: lo strappo dopo l’uscita del cantante Nils Hedberg è velocemente ricucito da
Riku Tenhunen, precedentemente solo alla chitarra. William Nyström e Alexander Kvael invece mantengono i ruoli rispettivamente di bassista e batterista. Viene rilasciato anche un video ufficiale della traccia You’ll See The World Burn: low budget e molto basico ma è sempre qualcosa in più sul piatto. E quindi quanto c’è di meglio in questo nuovo lavoro? Tralasciando i preliminari andiamo ora ad analizzare con il nostro sempre scientifico ed empirico metodo del: “Quanto Mi Fomento Da Uno A Venom”, la seconda fatica dei nostri Svedesi. Apriamo le danze con Manhattan e subito non ho capito una cosa: teoricamente una canzone con un titolo del genere dovrebbe fare riferimento al “Progetto Manhattan”, il famoso progetto di sviluppo e ricerca trilaterale (Stati Uniti, Inghilterra a supporto e Canada) che portò alla realizzazione dei primi ordigni atomici nel millenovecentoquarantasei. Leggendo il testo però non sembrano esserci espliciti riferimenti a tale avvenimento. Forse troppa cripci…criptichi….cripticità? INSOMMA NON SI CAPISCE UN CAZZO. Di sicuro sarebbe un interessante argomento di conversazione con la band. Il pezzo apre con un solitaria chitarra che andrà a raggiungere gli altri strumenti per poi convergere in un bridge che posticipa il principale con il cantato. Possiamo già contare le differenze arrivati al ritornello: la voce di Riku ha un’impostazione Black non indifferente, un po’ come alcuni riffs, i suoni sono migliori e la qualità generale dell’EP è superiore a quella dell’album. Inoltre si va a creare un’atmosfera alquanto Blackened Death Metal con sferzature di Thrash Melodico che avrebbero generato un’identità interessante al lavoro di questi tre ragazzi se fossero state sviluppate meglio. Sembrano migliorare anche le strutturazioni dei brani e la composizione in generale, con la presenza di piccoli ponti fra una sezione e l’altra del brano. Bella la parte centrale prima del cambio di riff e del ritorno del cantato. Brevissimo bridge pulito che riallaccia il ritornello per poi buttarsi a capofitto su un breakdown che si va a collegare sulla struttura introduttiva a cui è affidata la chiusura del brano. Seconda canzone è Vultures Above My Head e qua non farò commenti sul testo perché: “Che je vò dì?” ad una canzone che si chiama a questa maniera? Un pesante intro incastona le tempistiche per i prossimi riffs, Riku si inacidisce particolarmente in alcune sezioni e ciò personalmente mi piace. Ancora una volta troviamo una gamma di bridge non male a collegare le varie intersezioni musicali. La composizione non è originalissima ma le ritmiche sono interessanti e forniscono melodie a metà fra un blando Doom ed un Arabesco. Sezione solista non malvagia, mi piace in particolar modo il finale con gli Squeal. Va a completare la traccia un ritorno sulla precedente struttura ed un breakdown finale talvolta sferzato da improvvise pause. Devo dire che avrei quasi preferito che grossa parte della canzone fosse come questo finale, che ha quell’attenzione in più che ti dona una sensazione meno stagnante e più di originalità (o comunque di reinterpretazione fatta come si deve). Arriviamo al giro di boa con la video track: You’ll See The World Burn. Escono delle pesanti influenze da band simil Arch Enemy post duemilaundici in questa canzone, nonostante alcuni riff siano molto più intricati e fitti. Nulla di troppo esaltante a mio parere se non nelle parti Thrash. Non male la parte centrale che viene ricollegata ai riffs Melodeath/Blackened Death che però ci affondano di nuovo nella torbiera di “Meh” dalla canzone. Forse la peggiore dell’EP. Poi abbiamo Ruins Of Desolation che parte più sostenuta ma è solo per poco. Ciò che segue è un qualsiasi riff medio/lento di qualsiasi band New Wave Thrash, solo più ottavato, cosa che ho notato essere usata parecchio dalla band. A questo punto mi aspettavo qualcosa di più incisivo sinceramente, le capacità tecniche ci sono, non capisco perché non utilizzarle. Carina la parte centrale Basso/Batteria, l’intersezione col blast che segue suona strana ma non mi dispiace. Il problema è dopo con il ritorno sul principale che fa anche da ritmica del solo, breve e molto attaccato ad una scalatura melodica che può aggiungere qualcosa alle orecchie di qualcuno ma non alle mie. La title track dell’EP si apre con un bel giro di basso, molto Souls Of Black ma nessuna somiglianza allarmante. Quello che mi allarma è che ovviamente il tempo sarà medio/basso. Anche quando ci si rialza di tono nel primo e secondo riff cantato, si ha sempre la sensazione di lento. La presenza di un po’ troppi bridge spezza parecchio, non c’è tiratura e si perde di ritmo, specie grazie ai continui cambi della batteria di Alexander. Oh ma guarda un po’, una sezione centrale lenta con accordi aperti ed un tema della solista. Ne sentivo la mancanza. Il breakdown è sconnesso, un po’ troppo. Poi si riattacca con il principale cantato e sostanzialmente la struttura ritorna ad essere quella di inizio brano, che va a concludere il disco e a terminare questa esperienza. Generico e poco ispirato ma meglio del predecessore è un giudizio forte ma penso sia adatto. L’EP parte bene ma si perde quando l’ascoltatore capisce che le idee su cui è stato costruito il tutto sono al massimo un paio. Il resto è un ripetersi. Manca di mordente, è troppo noioso e lento ed è questo il difetto maggiore. Ci sono degli espedienti abbastanza dubbi nel songwriting, quelli che adotti guardando i video su YouTube di qualche rincoglionito stile Ola Englund, Guitar World o Metal Mike. Roba alla “How To Build Heavy Riffs” dove un’accozzaglia di scale ti vengono sparate in testa senza possibilità di replicare, incatenandoti ad uno stile compositivo scialbo, non ispirato e che non da niente all’ascoltatore. A volte c’è troppa carne al fuoco nelle canzoni ed altre volte no, come se tutte le idee che sono passate in testa agli Unfair Fate durante le sessioni compositive, fossero state spinte a forza in alcune canzoni perché sennò non sapevano dove piazzare quei bridge o quei riffettini. E se si vuole creare un’identità non è di certo a questa maniera che si lavora. Ora però veniamo alle cose positive: belli i suoni e la produzione in generale, alcune idee sono valide e sarebbe stato interessante sentirle sviluppate. Mi è piaciuto particolarmente il cantato ed è difficile in genere che mi convinca una voce così, quindi complimenti. La validità tecnica della band è indiscutibile e credo che possa solo migliorare. Anche i testi non sono male: non centrano bene l’obiettivo di comunicare un qualcosa di preciso ma non sono così brutti. Probabilmente il testo è un elemento secondario nell’ottica della band, cosa legittima ed il fatto che comunque “c’abbiano provato” gioca a loro favore. Ma anche in generale non è che questo lavoro ti insulta l’intelligenza: è solo noioso ma per il semplice fatto che si vede troppo il potenziale inespresso. In conclusione se vi piace la roba moderna post anni duemila, che suona come un mix fra Blood In Blood Out e Khaos Legion ma con sporcature Black e NETTAMENTE più lenta, credo possiate apprezzare al meglio questo EP. Ma se siete come me sinceramene non so cosa possa lasciarvi l’ascolto. Quindi bravi Unfair Fate ma c’è da lavorare parecchio per stare al passo con il mercato ed il pubblico in generale.

VOTO: 60/100

Tracklist:

1. Manhattan

2. Vultures Above My Head

3. You’ll See The World Burn

4. Ruins Of Desolation

5. Send Us To Our Graves

LINE UP:

Riku Tenhunen: Chitarra e Voce
William Nyström: Basso
Alexander Kvael: Batteria

 

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Black Wolf

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Maniaco del Metal Estremo, musicista in Burial, Carrion Shreds e NecroCommand, avido macinatore di date e headbanger dal cervello bruciato.

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