TALK TALK – Spirit Of Eden

TALK TALK – Spirit Of Eden

TALK TALK – Spirit Of Eden

TITOLO: Spirit of Eden
ARTISTA: Talk Talk
GENERE: Post-Rock
ANNO: 1988
PAESE: Inghilterra
ETICHETTA: EMI

La prima metà degli anni ’80 vede i Talk Talk, nuovo – all’epoca – complesso londinese messo insieme da Mark Hollis, ancora districarsi in quella forma di pop elettronico chiamata new-romantic, caratterizzata dalle tinte glam e decadenti e da vocalist sensuali e baritonali, nel contesto di una breve e fortunata stagione che avrebbe reso interpreti come Simon LeBon (Duran Duran) e Tony Hadley (Spandau Ballet) delle vere e proprie icone generazionali, alla stregua dei cantanti delle boybands dei secondi anni ’90. Il loro primo contributo alle charts arriva con il terribile disco di esordio The Party’s Over (1982), che sarebbe stato doppiato due anni dopo dal più curato It’s My Life, spinto dai coloratissimi vorteggi di tastiera di It’s My Life e Such a Shame. Tuttavia, all’orizzonte si prospettano già importanti cambiamenti nel sound del gruppo, e nel terzo disco The Colour of Spring (1976), tra i numerosi elementi di interesse, fanno capolino le strutture sfilacciate e fluide di Happiness is Easy, vero e proprio scorcio sulla “forma dei Talk Talk a venire”. Sempre rispettando la cadenza biennale delle uscite discografiche, nel 1988 è finalmente il momento di questo Spirit of Eden, disco maturo, evocativo e, senza alcun dubbio, spiazzante. All’iniziale The Rainbow occorrono quasi due minuti e venti secondi prima che l’esile trama ambientale dei sintetizzatori, solo occasionalmente arricchita da estemporanei interventi degli oboi, venga definitivamente squarciata da qualche sparuto accordo di chitarra con tanto di bottleneck. Anche dopo questa apertura, comunque, Hollis e compagni sostengono questa atmosfera rarefatta e jazzy, rivelando a metà del brano quello che sono effettivamente diventati i refrain dei Talk Talk: fugaci stratificazioni di tastiere sulle quali si trascina la voce languida del cantante, che in pochi secondi cedono nuovamente il passo allo stesso discorso musicale che era appena stato lasciato in sospeso, come in un rifiuto esplicito del ritornello prepotente e appiccicoso che era prerogativa del Synth Pop.

Lungi dal voler costruire canzoni dalla struttura ben definita, in Spirit of Eden i Talk Talk sviluppano una sorta di sinestesia trattando i suoni come fossero colori di un’immagine impressionista: perdono di importanza le lunghe e coerenti linee melodiche, e vengono sostituite da più semplici accostamenti di suoni, talvolta sfuggevoli e, ad un primo approccio, astratti, ma infinitamente più ricchi di sfumature e di riflessi, lasciando quasi l’impressione che la musica dei Talk Talk si possa esplorare anche nello spazio, come avesse delle dimensioni. Quella di Spirit of Eden è la magia del miglior post rock, il quale svincolando l’ascoltatore dai sicuri check-point della forma canzone lascia che egli si perda nella scoperta di momenti e suggestioni sempre nuovi. Eden presenta le chitarre sin dall’inizio ma, al di là di questa differenza nei mezzi, ha una lunga apertura ambientale non dissimile da quella di The Rainbow. Dopo un minuto nasce dall’associazione tra grancassa, piano e chitarra quella stessa progressione che abbiamo già conosciuto in Heroin dei Velvet Underground, ma qui improvvisamente si arresta in un breve feedback seguito da un singolo accordo e poi la sola batteria, quindi la voce di Hollis; un crescendo sprecato capace per la sua stessa natura di lasciare il groppo alla gola molto più che un “crescendo riuscito”. Ad un certo punto, poi, uno slancio lirico di fronte al quale è difficile rimanere impasssibili: Everybody needs someone to live by/ Everybody will need someone/ Everybody will need someone to live by/ Rage on omnipotent. Il terzo brano è Desire e in molte edizioni si trova in continuità con i primi due, a prendere parte ad una monumentale suite Slo-Core di oltre venti minuti. Non per niente condivide con i primi due brani la sezione iniziale minimale nata dal discreto intreccio di tastiere, fiati e chitarra. Nella seconda parte, una sorta di jam libera con batteria e armonica in primo piano, solo uno dei tantissimi momenti del disco in cui fa capolino l’interesse del gruppo per le tecniche di un certo Jazz. Benché priva di punti di riferimento, benché ricchissima di improvvisazione, la musica di Spirit of Eden non sembra mai davvero lasciata al caso. Al primo ascolto sembra impossibile prevedere quando e come faranno comparsa il corno, l’oboe o il clarinetto, ma Spirit of Eden vive di quell’ordine e di quell’equilibrio speciale proprio della natura: riconosco nell’oceano una cosa grande e bellissima, nonostante la sua popolazione sia sostanzialmente eterogenea e disordinata. Una volta riconosciuta la speciale risonanza tra gli elementi apparentemente indipendenti di questa musica, è anche inutile ricercarne una correlazione più stretta, che probabilmente non esiste. Inheritance, che apre il secondo lato del vinile, preferisce fare leva sul pianoforte piuttosto che sulle tastiere, e il canto più lineare restituisce qualcosa di più simile ad una effettiva (bellissima) canzone, ma sarebbe ingenuo vederla come un elemento di debolezza: nella seconda parte i fiati costruiscono una sorta di sinfonia al ralenti, tenuta in sospensione dall’incedere del contrabbasso e delle tastiere. I Believe in You è un brano dolcissimo, dedicata alla dipendenza da droghe del fratello il quale, per uno scherzo del destino, sarebbe morto lo stesso mese della pubblicazione del pezzo come singolo. Colpisce particolarmente forte nel finale, con il suono dell’organo che getta una luce religiosa, quasi new age, sul dramma di Hollis: “Spirit/ Spirit/ How Long?”. Wealth riesce nella difficile impresa di essere la composizione più rarefatta del disco. È ancora una tenera cantilena, che fa di alcune interferenze di tastiere un uso simile a quello che si può ritrovare in alcuni brani del capolavoro di Robert Wyatt, Rock Bottom. Ancora, le liriche sono pregne di un senso di urgenza mistica/religiosa: “Take my freedom/ Light my freedom up/ take my freedom/ For giving me a sacred love”. Il minuto conclusivo si estingue più sfumato che mai, a calare il sipario su un’esperienza di ascolto impegnativa e commovente. Quello di Spirit of Eden è un risultato straordinario per Mark Hollis, che nonostante il prevedibile flop commerciale non sarebbe arretrato un millimetro sulle sue posizioni; chiudendo la storia dei Talk Talk con il bellissimo Laughing Stock (1991) e dando un’ultima prova del suo talento come solista, nel 1998, con il disco omonimo. Nel frattempo, la sua lezione sarebbe stata raccolta e avrebbe generato indirettamente altri frutti deliziosi: gruppi come Tortoise e Bark Psychosis, a metà degli anni ’90, avrebbero portato alta la bandiera del miglior post rock proprio ripartendo dalle istanze del gruppo londinese: strutture fluide, elementi Jazz e tracce di avanguardie, colori, contrappunti e creatività a tutto tondo.

VOTO: 95/100

 

TRACKLIST:

  1. The Rainbow
  2. Eden
  3. Desire
  4. Inheritance
  5. I Believe in You
  6. Wealth

LINE UP:

Mark Hollis: voce, organo, pianoforte, chitarra
Tim Friese-Greene: armonium, organo, pianoforte, chitarra
Lee Harris: batteria
Paul Webb: basso

 

 

 

 

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mattia-panariello

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