REIDO – Anātman

REIDO – Anātman

REIDO – Anātman

TITOLO: Anātman
ARTISTA: Reido
GENERE: Funeral Doom Metal
ANNO: 2019
PAESE: Bielorussia
ETICHETTA: Aesthetic Death

I Reido nascono artisticamente nel 2002 a Minsk, in Bielorussia, fondati da Alexander Kachar e Anton Matveev. Il primo album si intitolava F: \ all ed è stato pubblicato nel 2006 dall’etichetta russa Solitude Prod: un prodotto sicuramente sui generis, difficile da inquadrare, a metà fra il Funeral Doom ed alcuni elementi Industrial e Avant-Garde. Nell’Ottobre 2006 viene registrato il singolo Detect Memory, una traccia di dodici minuti per una compilation underground, traccia che non è mai diventata parte di nessun album; un brano che si staccava dallo stile iniziale, più vicino ad un Doom Death con alcuni elementi Industrial ed esperimenti ritmici. Data l’impossibilità di sostenere una qualsiasi attività live a causa dei diversi cambi di formazione, più l’effettiva difficoltà nel reperire dei turnisti per suonare dal vivo, il progetto assume decisi connotati “in studio”, cercando di immettere ogni forza ed ispirazione compositiva nel secondo album; il quale, col senno di poi, si è rivelato molto diverso dal primo. Minus Eleven è un disco a metà tra lo Sludge DoomMetal ed il Math Metal, licenziato nel Novembre del 2011 dalla Slowburn Recs, sotto-etichetta della Solitude Prod. Dopo sette anni di silenzio, i Reido tornano a far parlare di loro attraverso il loro terzo album: Anātman. L’album è stato pubblicato da Aesthehic Death il 18 Ottobre 2019, consta di sei tracce le quali  si dividono a loro volta in due dalla durata canonica sotto i cinque minuti, una di quasi nove minuti e tre che superano il tetto dei dieci diventando tre suite da undici, sedici e quattordici minuti; questa suddivisione (alternata in maniera equa), sulla carta, alza l’aspettativa nei confronti dell’album e lascia più di qualche preoccupazione iniziale. Un ascolto decisamente impegnativo, non c’è che dire! Deathwave si apre con una sontuosa intro creata da un synth a dir poco spettrale e asfissiante, il quale infonde un terrore reverenziale e getta un’aura di angoscia: una trovata molto atmosferica che non lascia modo di prepararsi al pesante macigno che sempre più rapidamente sta rotolando verso il suolo, pronto ad investire e travolgere ciò che gli si parrà, inerme, dinnanzi. Riffs inesorabili, scuri, ritmi martellanti che senza lasciare spazio al silenzio si immettono come un fiume di fango nello Stige, fiume infernale che prende forma in The Serpent’s Mission: una litania che tempesta il suolo con una incontrollabile e violenta sassaiola, un improvviso esplodere di riffs lenti, grevi e distorti cuciti su una ritmica felpata su cui il synth continua ad incollare il suo alito acido e la sua voce sulfurea. Un inferno sonoro dove domina un caos che divora ogni cosa, come un buco nero che trascina tutto verso l’annichilimento. Un cantato gutturale e brutale polverizza quelle poche certezze di rimanere aggrappati ad uno scoglio solitario che possa nascondere una riparo dalla rossa pioggia che ha iniziato a cadere. Un forte eco dell’opener rimbomba tra le pareti di Dirt Fills My Mouth dirigendola verso un porto diverso dalla precedente, rallentandone ulteriormente il passo, rendendo l’andamento del disco ancora più cupo di quanto già non fosse; facendo fuoriuscire una certa teatralità nel cantato, che alternando parti parlate sussurrate al growl incute ancor più timore, aumentando il coinvolgimento generale. Un Doom potente ed evocativo che ti trascina sul fondo. Pare che l’unico modo per fuggire alla distruzione sia assecondarne le volontà e iniziare a scavare verso il basso, sperando di uscirne. Liminal è un’ancora che ferisce il terreno e lascia profondi solchi, lasciando intravedere una possibilità di scorgere un riparo. Un respiro che sembra concedere una possibilità quando il moto caotico generato si blocca all’improvviso e una nenia acustica dai ritmi tranquilli ci concede il tempo di far vagare lo sguardo fino a scorgere un riparo, giusto in tempo prima che la tempesta riprenda. Inaspettatamente, le forze che trascinavano verso il basso invertono la rotta iniziando a rimandare tutto verso l’alto, lasciandosi in scia un tappeto sonoro che sembra quasi uscire da quel Funeral Doom che aveva imperato fino a questo momento, esplorando territori tra l’Ambient e il Drone che interrompono i giochi e sovvertono il clima venutosi precedentemente a creare. Anātman sembra volersi trasformare nella sua stessa nemesi. L’ultima suite dell’album, Vast Emptiness, No Holiness, prosegue nel cambio di rotta sfruttando nel miglior modo possibile la miscela di tutte le sonorità ascoltate, mettendo in lotta il caos, la tempesta, il trascinamento verso l’Abisso e la spinta verso la salvezza; un vortice che consuma le ultime forze rimaste e fa precipitare al suolo in una infinità di volte fino a spezzare anche la più piccola molecola rimasta intatta.
 
Anātman si rivela un album che non solo rispetta le aspettative create ma che va ben oltre, creando uno scenario perfetto dove chiunque ascolti può dar vita ad una storia, che sia questa che avete letto o un’altra, scene capaci di variare a seconda delle emozioni che si scatenano nel sentire chitarre, sintetizzatori, basso e batteria nell’atto di miscelarsi e separarsi senza sosta, intrecciando filati pesanti e leggeri in una trama elegante dalle tinte chiaroscuro.

VOTO: 85 / 100

TRACKLIST:

  1. Deathwave [Instrumental]
  2. The Serpent’s Mission
  3. Dirt Fills My Mouth
  4. Liminal
  5. Anātman
  6. Vast Emptiness, No Holiness

LINE-UP:

Alexander Kachar – Voce / Chitarra / Basso / Sintetizzatore

Anton Matveev – Chitarra / Sintetizzatore

Dmitry Kochkin – Batteria

WEB:

Facebook

YouTube

Bandcamp

Avatar

daniele_vasco

Lascia un commento:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *