MECHANICAL GOD CREATION – The New Chapter

MECHANICAL GOD CREATION – The New Chapter

MECHANICAL GOD CREATION – The New Chapter

TITOLO: The New Chapter
ARTISTA: Mechanical God Creation
GENERE: Melodic Death Metal/Technical Death Metal
ANNO: 2019
PAESE: Italia
ETICHETTA: The Goatmancer Records

Con un discreto piacere oggi mi trovo a recensire l’ultimo lavoro dei Mechanical God Creation, band ormai ben consolidata nel panorama dell’underground estremo sia Milanese che Italiano. Prima di tuffarmi nella recensione del disco: The New Chapter, terzo full length della band Lombarda uscito lo scorso 29 Marzo, vorrei prima spendere due parole sul gruppo. Nati nel 2006 la formazione attuale vede Luciana “Lucy” Catananti alla voce, la combo Mirko Frontini e Francesco “Deimos” Calligaris alle chitarre, Fabrizio “Jesus” Biondi al basso ed infine Carlo Molinara alla batteria. I componenti del gruppo (quest’ultimo trae nome da una canzone degli Arch Enemy) hanno tutti alle spalle dell’esperienza pregressa maturata in band come Art Of Mutilation, Siege, Humans Ablaze e Hyde Mind. Degno di nota il fatto che la cantante, Lucy, prendesse a manate in faccia i fan delle prime file a suon di vocalismi estremi già da prima del 2006, ovvero da prima che il termine “female fronted” venisse coniato e diventasse una moda; specialmente, prima che qualche “genio” spingesse per inserire tale terminologia fra i sottogeneri del Metal, creando eventi ad hoc e costringendoci ad essere testimoni di un altro spregevole uso commerciale della femminilità. Ad ogni modo la band, che negli anni ha proposto un Death Metal più moderno e melodico, spingendosi poi verso un’evoluzione più Technical, è sempre passata un po’ sotto i radar dei fans nostrali. Avendo provato una delle loro esibizioni sulla mia pelle, posso affermare che qualora vi aspettaste la solita band Groove/Nu che si spaccia per Death per darsi un tono, rimarreste positivamente delusi.

Il disco parte con The New Chapter, una traccia intro dalla discreta durata (due minuti e ventiquattro secondi) che inusualmente, dona il nome all’intero LP. La intro omonima ci fornisce una base atmosferica che viene devastata dall’attacco di I Am The Godless Man, facendoci capire fin da subito che rilassarsi troppo è un errore da pagare caro. La progressione dei riffs è molto solida e le strutture variano in maniera piacevole. Si possono sentire fin da subito un buon numero di arricchimenti nel comparto strumentale ma grazie alla stesura ponderata delle canzoni, non si ha mai la sensazione di ascoltare qualcuno che vuole mostrarti quanto bene ha memorizzato il libro di teoria e solfeggio. Difatti già nella prima traccia vengono fuori una ottima cura della melodia e del groove e l’alternanza fra la tecnica e l’istinto è ciò che fa davvero la differenza in questi lavori. Sul comparto vocale nulla da dire: aggressivo, diretto, ben eseguito, specie grazie alle variazioni metriche donateci da Lucy. Bello il solo e le sezioni ad accordi aperti armonizzati che si intersecano a riffs distesi ma fitti sotto cruenti blast beat. Un inizio davvero esplosivo. Si prosegue con Till The Sun Is No Longer Black che va a consolidare la linea generale adottata nel songwriting del disco, dandoci sezioni Technical alternate a puri momenti di headbanging. Degno non di nota, ma di cinque o sei di note l’attacco della sezione solista. Interessanti seppur brevi gli utilizzi di alcuni cori, specie nella sezione di chiusura della canzone. Walking Dead è la quarta traccia e se fosse più veloce di così, si rischierebbe il ritiro della patente. L’unica nota negativa risulta presentarsi sul finale della canzone. Il riff conclusivo subentra in maniera secca, discostandosi forse troppo, risultando “anticlimatico” per usare un termine cinematografico. Ma tutto sommato è una dissonanza sormontabile e per alcuni potrebbe risultare piacevole, quindi non mi stupirei se alcuni non condividessero la mia opinione. Lasciataci alle spalle la quarta canzone, subentriamo in un trittico composto da Before The Dawn, Overlord e What Remains. Sulla prima di questa tripletta c’è poco da dire: si tratta di una intro strumentale sia acustica che distorta, non più di un arpeggio e di un piccolo tema su di una ritmica distorta. Ben fatta? Assolutamente. Serve aggiungere altro? Certo che no! Ci allacciamo a Overlord con una chiusura rumoristica fra suoni di guerra e placide onde. I tempi calano nella prima sezione del brano, la cadenza si fa più grossa, pesante. Lucy attacca la prima parte cantata insieme al doppio pedale di Carlo, una combinazione vincente sferzata da un intermezzo di chitarre ad una velocità tale da poterci trasportare indietro al 5 Novembre 1955. Piccolo dip con uno slide di basso e poi di nuovo nella bolgia. Overlord presenta uno svolgimento che potremmo definire con un continuo sbattere la testa su ogni superficie vicina. Bello l’intermezzo prima della sezione in tapping che da il via al solo. Groove potente e catchy ma mai troppo grezzo o semplicistico, come genere ed ascoltatori pretendono. What Remains è una outro coi fiocchi: scura, melanconica, con una melodia paurosa e decadente. Il solo è stratosferico e le atmosfere sono pregevolmente cupe, potrei ascoltare un album intero composto in tale maniera! Superata la metà del running time del disco ci imbattiamo in Black Faith. Sezione introduttiva pacata, quasi gentile fino a che non ti conduce in un vicolo scuro e ti rapina puntandoti alla gola blast beat e sweeps maligni. Bella la progressione all’interno del principale cantato, ottima struttura fra riff più aperti, breakdown pesanti e sezioni dalle velocità disarmante. Entriamo in territori pericolosi con Dark Echoes, bisogna stare attenti a dove si mettono i piedi perché qua tutto è una mina anticarro. Riffs Doomeggianti, armonizzazioni criminali, sweep tapping che tua madre ti dice di non frequentare, non c’è nulla di amichevole qua. Senza sé e senza ma, la mia traccia favorita. A concludere il disco abbiamo in ordine: la terzultima Bow To Death, pezzo con stesura delle chitarre e del basso più orientate verso la melodicità, dando delle vibrazioni a tratti quasi Black. La batteria al contrario ha un’indole più discostata in questo pezzo, strizzando l’occhio al Tech. Una coniugazione che funziona, specie nelle parti con accordi aperti. Warface è la penultima canzone e forse la più spinta verso un Tech/Prog Death più puro, sulle tracce di Obscura o primi Abysmal Dawn. I riffs sono al top, la voce di Lucy è tirannica come nel resto del disco e i picchi di velocità della batteria sembrano i picchi di connessione dei server di Google: inarrivabili. Intermezzi mid tempo assassini a metà e a chiusura della canzone. Ed infine abbiamo Red Blood On White Snow. La formula non cambia di una virgola, il gusto della scrittura nemmeno. Si rimane su un altissimo livello tecnico ma con riffs meno contorti rispetto a Warface e delle strutture più clementi se così possiamo definirle. Ritorna il catchy e finalmente, ciò che tutti aspettavamo: il solo di basso che chiude e porta a casa canzone, disco, pubblico, me e pure tre quarti di casa mia.

Adesso è arrivato il momento di tirare le somme e spiegare il voto. A livello musicale questa band ha dimostrato di poter tirare fuori qualcosa che band nello stesso filone, se lo possono solo sognare. I Mechanical God Creation sono un ottimo connubio fra la prepotenza di band come gli Hate Eternal e la spietata melodicità degli In Flames degli esordi. Prendete Amok dei Sentenced e pompategli nelle vene i Beyond Creation e i Cattle Decapitation con un tocco di freddezza e malinconia, ecco cosa è questo disco. Ci sono dei però, ovviamente. Senza nulla togliere agli sforzi di questi musicisti che sono avanti anni luce a tutto quello che io potrò mai produrre, ho trovato dei punti che secondo me deludono un po’ l’aspettativa: quei dettagli che possono rovinare l’esperienza anche se per pochi secondi, che lasciano quel retrogusto di “Sì ma…”. Come ho già detto, il finale di Walking Dead è uno di questi ma anche il solo di basso in Red Blood On White Snow mi ha buttato un po’ giù l’umore. Anche il brano The New Chapter lascia qualche dubbio. La title track non dovrebbe mai essere una intro poiché molto spesso rappresenta l’intero album nella concezione generale del pubblico. Le canzoni di questo LP costruiscono delle aspettative grosse durante il loro svolgimento e quando si arriva a delle chiusure così modeste o brevi o discostate, la sensazione negativa è un po’ più amplificata. Red Blood On White Snow è un pezzo estasiante ma la chiusura in fade out così improvvisa lascia una sensazione di troncatura grossolana, inaspettata vista la cura nel songwriting. Specie perché viene dato più spazio al basso di Fabrizio che durante il disco si fa sentire ma non così tanto. Anche il solo in sé cede una sensazione di fretta e ciò non è mai un bene. Un altro aspetto di poca rilevanza ma che non mi ha fatto impazzire è stato piazzare un pezzo diviso in tre parti nel blocco centrale dell’album. Non c’è niente di male ovviamente, però provate ad immaginare se What Remains fosse stata la chiusura del disco, magari dopo Red Blood On White Snow con un solo di basso che piano piano calava di tempo ma aumentando di melodia fino ad introdursi sull’outro. O anche solo tutte e tre le canzoni sul finire del disco. Avrebbero donato un senso di continuità maggiore secondo il mio punto di vista. Detto questo: questi aspetti negativi sono così rilevanti? Beh non troppo. Non affossano l’esperienza generale, alcuni sono sorvolabili ed il contenuto generale non ne risente così negativamente. The New Chapter è un album che consiglio caldamente, è un lavoro dai molteplici pregi sia strumentali che vocali: la batteria di Carlo è qualcosa di indescrivibile, un mostro di puro terrore ancestrale, il connubio di Francesco e Mirko esce fuori granitico e spietato, Fabrizio è preciso, chirurgico su tutte le linee di basso e Lucy spadroneggia in qualsiasi contesto. E se vi è la possibilità fatevi trovare sotto il palco ad uno degli show dei Mechanical God Creation perché con questa bestia da promuovere, ne sentirete di sicuro delle belle!

VOTO 81/100

Tracklist:

1. The New Chapter
2. I Am the Godless Man
3. Till the Sun Is No Longer Black
4. Walking Dead
5. Before the Dawn (pt.I)
6. Overlord (pt.II)
7. What Remains (pt. III)
8. Black Faith
9. Dark Echoes
10. Bow to Death
11. Warface
12. Red Blood on White Snow

LINE UP:

Luciana “Lucy” Catananti: Voce

Mirko Frontini: Chitarra

Francesco “Deimos” Calligaris: Chitarra

Fabrizio “Jesus” Biondi: Basso

Carlo Molinara: Batteria

 

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Black Wolf

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Maniaco del Metal Estremo, musicista in Burial, Carrion Shreds e NecroCommand, avido macinatore di date e headbanger dal cervello bruciato.

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