dEUS – Worst Case Scenario

dEUS – Worst Case Scenario

dEUS – Worst Case Scenario

TITOLO: Worst Case Scenario
ARTISTA: dEUS
GENERE: Indie-Rock, Alternative-Rock
ANNO: 1994
PAESE: Belgio
ETICHETTA: Bang!

Non sarà certo come il Black Metal; ma anche l’Alternative Rock, tra gli anni ’90 e i ‘00, ha dato alle periferie di Europa la possibilità di esprimersi. E se dalla Scandinavia, già protagonista nel Metal estremo, nell’Hardcore Punk, nella musica elettronica e persino nel Prog, era lecito aspettarsi dischi di grandissima caratura anche nell’Indie Rock (ne è conferma la straordinaria discografia dei norvegesi Motorpsycho, che avrebbe aperto le porte ad una cascata di gruppi di valore nel decennio successivo), era sicuramente meno prevedibile il contributo che avrebbe dato il Belgio, abituato ad entrare ed uscire dalla storia del rock in punta di piedi. Il gruppo messo in piedi ad Anversa dal cantante e chitarrista Tom Barman nel 1989, i dEUS, si sarebbe invece rivelato come uno dei più ispirati protagonisti dell’alt-rock già a partire dal suo esordio discografico su LP, Worst Case Scenario, dato alle stampe nel 1994. La musica dei dEUS (stabilitisi su una formazione di cinque elementi) era capace, nei suoi momenti migliori, di coniugare l’irruenza dell’Hard Rock ai feedback del Noise-Rock, con un gusto melodico e una predisposizione per i testi introspettivi e malinconici di tradizione Indie, in un amalgama coeso e potente testimone di una notevole urgenza espressiva. In Worst Case Scenario, questi momenti migliori sono numerosi e alcune vette sono altissime. Dopo una breve intro di alcuni secondi, il singolo Suds & Soda apre con un violino stridente sostenuto subito da un riff di chitarra inaspettatamente pesante che presto si distorce ad accompagnare l’urlo “Friday, Friday…” di Barman, quindi un’apertura melodica per il breve ed incisivo ritornello “And there’s always something in the air/ Sometimes suds and soda mix okay with beer/ Can I, can I break your sentiment?” per poi riprendere come nulla fosse quel torrente sonoro il quale, con gli accorati interventi di piano e un basso particolarmente prepotente, arriva ad abbracciare il free-form. La title-track, abbreviata come W.C.S. (First Draft), condotta da un giro di basso di Stef Kamil Carlens, parla la lingua dei Morphine, ma cantata con un tono dismesso che, insieme ai suoni fumosi del clarinetto basso (di cui si è occupato il produttore Peter Vermeersch), richiama alla mente Tom Waits. Il riemergere sul finale dello stesso giro di basso circondato da un arrangiamento rumoroso ai limiti della cacofonia rimanda a due caratteristiche importanti del suono del disco: da un lato il vizio (positivo) di conferire un’accennata circolarità che aiuta la fruizione delle composizioni le quali, seppur brevi, sono veri e propri calderoni di suoni e micro-sezioni; dall’altro l’orgogliosa ed esplicita indole sperimentale (esplicativa in tal senso la citazione, all’interno del brano, della Little Umbrellas di Frank Zappa), tipicamente mitteleuropea, che non manca – quasi – mai di giocare con i rumori, sbilenchi e spigolosi. Morticiachair è ancora più sbarazzina e in poco più di quattro minuti si divincola tra spoken words, free impro, cabaret, finanche sezioni in cui il riff di chitarra e il gioco sui piatti della batteria lambiscono l’Heavy Metal, in un finale con importanti distorsioni che non risparmiano la voce. La gestione di così tanti elementi è un potenziale pericolo, ma l’idea di musica dei dEUS è chiarissima e Barman riesce perfettamente a fonderli in un linguaggio ricco di sfumature, ma coerente. Una volta che il disco ha messo nero su bianco i valori musicali su cui si fonda, li sviluppa in modo creativo per gran parte della sua durata, e pochi dei 50 minuti di durata possono dirsi deboli. Non importa se si tratti di un sofferto post-hardcore degno dei Nirvana (Mute) o del vibrante ma altrettanto dolente Indie-Rock, nuovamente impreziosito dai taglienti violini di Via, a metà tra i primi Dirty Three e i Built to Spill che verranno; se si preferisce la landa di dolore, mai così ricca di feedback, che chiude Lets Get Lost oppure la commovente Hotellounge, deliziosamente melodica e mai stucchevole, quasi imparentata con il migliore Emo-Core dei Sunny Day Real Estate: le canzoni di Worst Case Scenario sono tanto libere e piene di entusiasmo che a dispetto delle sue mille variazioni arrivano come un unico fiume di suoni ed emozioni, con una sincerità ed un’immediatezza che ai nomi di punta del mondo alternative (spesso volutamente approssimativi, calcolatamente lo-fi, insipidi quando non irritanti) sono troppe volte mancate.

Rimangono alcuni episodi più defilati, forse meno ispirati, comunque piacevoli e da spizzicare; ma rimane soprattutto la canzone che forse (a giudizio di chi scrive, sicuramente) è la vetta più alta dell’album, e contribuisce a classificare il disco non solo tra gli ottimi album, ma tra i (piccoli) capolavori, un pelo sotto i grandi classici dell’Alt-Rock ma pronto ad essere tra le più entusiasmanti scoperte della “seconda linea”. Si tratta di Secret Hell, che non in tutte le edizioni è presente e talvolta è pure segnalata come bonus track (la stessa sorte capita a Great American Nude, quindi assicuratevi di procurarvi un’edizione che le contenga entrambe!). Lontana dalle deflagrazioni Noise degli altri brani, esordisce con un arpeggio di chitarra e uno spoken di matrice Slint-iana che rievoca scene passate “We sang Three Blind Mice together/ Three blind mice, three blind mice/ Who went in across the farmer’s house”; prima del bridgeYou know well, just never tell/ If someone’s got a secret hell” all’altezza del quale l’accompagnamento si trasforma in un trascinato Indie-Pop, che lascia parlare gli echi degli accordi e i silenzi che seguono. Dopo una seconda brevissima strofa, Barman si lancia in un piccolo e canta con il cuore in mano: “You, you should be haunting me/ Some drift get twisted before I even touch ‘em/ You should be scaring me/ But don’t I only scare myself?” restituendo la malinconia della sezione con le brevi note che sostengono il “Don’t I only/ scare myself” che costituiscono forse la più semplice e bella invenzione del disco. Nel 1994 le classifiche hanno sorriso all’esordio dei dEUS, che è pure diventato disco d’oro in patria; e qualche anno più tardi si sono mostrate ancor più benevole con The Ideal Crash, terzo disco del gruppo, ancora bello ed emozionante, ma decisamente più indie, più pop e meno aggressivo. A noi The Ideal Crash piace, ma il disco che riascoltiamo con più affetto e che a cui non vogliamo mai rinunciare del piccolo gruppo belga è sicuramente questo febbrile, colorato, spigoloso Worst Case Scenario, troppo Indie per essere un classico Rock, e troppo Hard per essere un classico Indie.

VOTO: 85/100

TRACKLIST: (si riporta la versione internazionale – quella consigliata)

  1. Intro
  2. Suds & Soda
  3. W.C.S. (First Draft)
  4. Jigsaw You
  5. Morticiachair
  6. Via
  7. Right as Rain
  8. Mute
  9. Let’s Get Lost
  10. Hotellounge (Be the Death of Me)
  11. Shake Your Hip
  12. Great American Nude
  13. Secret Hell
  14. Divebomb Djingle

LINE UP:

Tom Barman – voce, chitarra, pianoforte
Rudy Trouvé – chitarra, voce, pianoforte
Stef Kamil Carlens – basso, voce, chitarra
Klaas Janzoons – violino, voce
Julle de Borgher – batteria, timpano, maracas, chitarra, voce

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mattia-panariello

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