CRYING STEEL – Steel Alive

CRYING STEEL – Steel Alive

CRYING STEEL – Steel Alive

TITOLO: Steel Alive
ARTISTA: Crying Steel
GENERE: Heavy Metal
ANNO: 2019
PAESE: Italia
ETICHETTA: Jolly Rogers Records

Ma che vi serve pure la recensione? Questo doppio disco (o quadruplo in un certo senso?) è composto nel primo CD dalle remastered di Crying Steel e On The Prowl, più le versioni live nel secondo. Fine: voto undicimila e tutti a casa. Perché non avete ancora chiuso la pagina? Cosa? Odiate il fatto che io stia facendo finta di non continuare la recensione quando in realtà la farò? Che bimbi intelligenti che siete. Premetto che non recensirò il live disc perché sarebbe come recensire un porno: non te lo godi. Ok, d’accordo, la smetto di scherzare, perché qua c’è solo da gasarsi! Ve li ricordate QUEI tempi? Ma sì che ve li ricordate, probabilmente se state leggendo una recensione dei Crying Steel avete almeno quarant’anni. Eh, belli vero? Quando non c’erano trecento band per abitante, quando era tutto nuovo, quando c’erano le trasmissioni radio da registrare sulle cassette, Heavy con Kleever su Videomusic, i Punk che cagavano il cazzo, i Paninari e i Mod che cagavano il cazzo, un po’ tutti che cagavano il cazzo. Erano i tempi del Rock e dell’Heavy Metal, dei Fingernails, della Strana, di Sabotage, Domine, Elektra Drive, Vanexa, Dark Quarterer, Bulldozer e Dark Lord (per citarne alcuni). I tempi in cui gli outsiders sognavano una moto e l’Inghilterra o gli U.S.A. mentre si spaccavano di lavoro il giorno e la sera tiravano giù le pareti di improvvisate sale prove a suon di riffs. A quei tempi era facile: la scena era più unita perché i tempi lo richiedevano, la società cercava sempre di conformarti e schiacciarti sotto l’egida di un perbenismo cristiano/cattolico repressivo e totalitario. Potevi dire: “Sì cazzo sono un Metallaro”, senza che un’orda di fighetti imbecilli ti venisse a fare la morale sul perché “il vero Metal” non esiste e sul perché non ti devi etichettare. Avevi le catene, le borchie e i rivetti, la pelle e il vinile. Le serate erano scatenate, la musica potente e l’alcol e la droga diventavano segno di ribellione, al contrario di status sociale come nel jet set dei quartieri Bene. E anche se prediligevi uno stile di vita più tranquillo, c’era comunque la Musica a scaricarti la rabbia di una vita abbastanza di merda. Si sognava di essere Rockstar, di fare i soldi con la propria passione invece che di cagare dischi che nessuno vuole solo per masturbarsi l’ego. E sapete perché io posso permettermi il lusso di dire queste cose avendo solo ventisette anni? Perché quando vai ad uno show dove gli headliner sono i Bud Tribe, lo senti tutto. Quando ti fermi a parlare davvero con chi c’era, leggi gli aneddoti e le biografie, lo capisci che cos’era. Ed è questo il valore di un disco come Steel Alive. Ma lasciamo questo discorso da ultimo ok? Passiamo adesso alla recensione vera e propria.

Breve cenno storico: era l’ottantadue e a Bologna nascevano i Crying Steel dalle menti di Angelo Franchini e Alberto Simonini. Rilasciano una demo, poi arriva la compilation di Rockerilla (come non citare qua l’inossidabile Beppe Riva!), un’altra demo e Crying Steel, il primo EP. Poi una demo ed un promo, i fest mirabolanti ed arriviamo a On The Prowl. Ora se conoscete la storia della band, saprete benissimo che ci sono sempre stati problemi di line up per la band. Difatti dall’ottantasette al duemilasei la discografia Crying Steel è rimasta ibernata. Ma non è morto ciò che in eterno può attendere, come diceva un certo signore di Providence. Difatti la band è tornata in attività e più in forma che mai con questo ultimo lavoro che ci riporta indietro nel tempo. Partiamo col side Crying Steel composto da 5 brani. Ivory Stage apre le danze in maniera eccellente con quella carica acida dura e pesante tipica di metà anni ottanta. La voce dell’allora cantante: Luca Bonzagni, ci fa volare sulle ali del fomento, così come le sezioni soliste, caratterizzate da armonie e melodie granitiche. Possiamo apprezzare fin da subito la qualità della remastered che amplifica ancora di più il concetto cardine della band: Big Guitar Sound. Tenete a mente quelle tre parole perché sono importanti. You Have Changed inizia malinconica quasi come una ballad per poi sferzarci con riffs durissimi. Ottime le melodie del comparto ritmico, vocalità selvagge, batteria scatenata e raggiungiamo il top coi soli. Marciamo diretti su Hero, terza traccia caratterizzata dal suo stile quasi ibrido fra Van Halen e Judas Priest. Il gusto compositivo lascia in bocca sentore di bionda al malto e profumo di puttana, pelle borchiata ed headbang forzato. Strepitoso il comparto chitarristico e classico finale wild and free dove si fa un po’ di casino perché va bene così. Altra bomba d’acciaio in arrivo dritta nelle orecchie: Where The Rainbow Dies. Sì è dura, sì è selvaggia, sì è quello che vogliamo. Arrivati a questo punto ti accorgi che qualsiasi canzone di questo EP potrebbe essere un inno al Metal! E come suona bene in questa incarnazione nuova di zecca un pezzone come questo! Concludiamo il side Crying Seel con Runnin’ Like A Wolf. Anche qua come su You Have Changed partiamo delicati per poi essere buttati via da un vero e proprio assalto sonoro. Senza sé e senza ma, il mio pezzo preferito della prima cinquina: non c’è nulla di sbagliato. Sembra un pezzo scritto da Downing e Tipton! Riffs incredibili, vocalità assassina, Ferri chirurgico alla batteria, Simonini e Nipoti scatenati, solo che spinge sull’acceleratore senza paura di morire. Solo questo brano sarebbe bastato a creare un vero e proprio culto. Ma la band ci vuole viziare e quindi ci serve su un vassoio d’argento il side On The Prowl. Wow, menomale che avevo il ferro basso questo mese sennò sarei diventato Tetsuo il fottuto Iron Man con tutto questo Metallo! Ma si odono rumori di esplosioni in sottofondo: possibile che sia lei? Sì, è lei: No One’s Crying! Ohoh ragazzi che roba: il primo vero album della band in una nuova veste più precisa e potente che non ha remore di prenderci a schiaffi già dalla prima nota! Tempi più veloci, riffs più fitti, drum working eccellente, Bonzagni alla voce solido come la roccia, Franco Nipoti ci fa sentire ancora una volta di che pasta è fatto, Franchini esce ancora più potente al basso in questa remastered e il nostro eroico Simonini diviene tirannico e non risparmia nessuno. Inizio col botto in tutti i sensi. Si passa su Changing The Direction venendo accolti dai synthpad che più 80’s di così nemmeno GTA Vice City. Bella la direzione quasi AOR/Sleaze per un pezzo più disteso, quasi radio hit da cantare mentre si guida verso il tramonto, magari con le tipe sui sedili posteriori già cariche di alcol e con zero voglia di far raffreddare l’atmosfera. Inutile dire che ci muoviamo in territori Point Of Entry/Turbo con canzoni come questa (sì lo so sto facendo troppe similitudini Priestiane ma non mi pare sia una cosa negativa) e la durata un po’ più ambiziosa di sei minuti e ventidue non ci scoraggia. Struggling Along invece parte potentissima e batte il martello senza pietà. Per dirla in termini che voi (noi?) millenials (decisamente voi) potete comprendere: “Pompa un casino zio”. Il B.G.S. si palesa nelle sezioni ritmiche che suonano di una pienezza impressionante per l’epoca, non solo per merito del lavoro di rimasterizzazione. Anche perché per quanto tu possa essere bravo, se qualcosa non suona bene di suo, dovrai per forza farla suonare artificiale per darle un che di ascoltabile e direi che questo, non è assolutamente il caso. Tornando al brano: bella in particolar modo la sezione centrale prima dei soli, la testa si muove letteralmente da sola grazie al pounding di batteria e basso che segnano tempi da fomento puro. Si prosegue con Fly Away e si torna un po’ più sulla parte catchy dell’Heavy Metal, con cori alti, ritmiche da pugno a martello e ragazze che muovono i fianchi come solo le Metallare sanno fare. E la chitarra solista quanto la adoro! La passione con cui vengono composti, la carica con cui vengono concretizzati nel disco, semplicemente incredibili. Poi che abbiamo? Aaaah ma sì, certo, Upright Smile! Posso fare una similitudine con You’ve Got Another Thing Coming o ho rotto le palle? Baah, siete noiosi ragazzi. Comunque qua ci muoviamo su delle vette da riffs da rimorchio non indifferenti. Pezzo dal ritornello che ti rimane in testa finché non muori e non potrebbe andare meglio di così. A Bonzagni dovrebbe essere fata una statua per la performance canora in questo album, che se non ricordo male fu uno dei primi LP ad essere registrato anche su formato CD. Ma come una pantera che salta sulla sua preda senza preavviso arriva The Song Of Evening. Si torna a tirare l’acceleratore fino in fondo con questa sferzata che strizza l’occhio al primo Power U.S. Ottima canzone e ottimo piazzamento nel running time generale del disco, cosa non sempre da sottovalutare. Lo posso dire che il solo è astronomico? HAH! Ormai l’ho detto. Come diavolo è possibile ottenere dei comparti solistici così in equilibrio fra il virtuoso shredder e l’affamata macchina rumoristica lo può sapere solo Simonini. Wow ridendo e scherzando siamo giunti in dirittura d’arrivo. Alone Again apre coi synth e una cadenza discreta e slanciata. Pezzo più improntato sulla ballata con le sue intermissioni acustiche pulite ma che sa comunque mordere. Bello l’uso dei synth per creare un curioso “background”. La temperatura sale nella prima sezione solista per poi culminare con il rompersi la testa su un muro fatto di riffs d’acciaio. Degno di nota il basso, che dona un’ossatura adamantina al brano. Poi arriva feroce Thundergods e qua si torna un po’ indietro nel tempo, alla prima demo per l’esattezza. La differenza non è così palpabile da risultare fuori posto ma nemmeno così invisibile da non far leva sulla memoria. Inutile dire che è una canzone strepitosa, riportata alla vita in maniera gloriosa già ai tempi di On The Prowl. Veloce, pesante, cattura l’ascoltatore e non lo molla fino alla fine. Tre minuti e trentaquattro di pura intensità, come la vera anima Heavy Metal comanda. Ok siamo in fondo e per chiudere l’album abbiamo Shining. No non quello di King (o di Kubric). Giuro che un giorno la smetterò con le citazioni cinematografiche/letterarie ma… “non è questo il giorno”. E qui si gioca di malinconia con arpeggi minori, giri di batteria distesi ed un basso particolarmente delicato. Vocalità leggere, quasi sussurrate ci fanno stringere la tipa ancora più vicino e sono sicuro che i Crying Steel sperassero in questo effetto. Grazie ragazzi. Roba da accendini in alto signori ma eseguita in maniera impeccabile, specie quando parte il… va beh lo sapete. Appassionata è la parola giusta per questa chiusura di un album davvero spettacolare che è divenuto una pietra miliare un po’ nascosta col passare del tempo.

Beh non c’è troppo da meravigliarsi di ciò: è successo a tutti. Ma sapete qual è la cosa bella del Metal? Che anche se invecchia, rinasce, cambia pelle e valori: è sempre Metal. E potete essere i più stoici sostenitori delle cazzate come il perbenismo, l’inclusività forzata anche di quelli a cui non frega un cazzo della musica, la correttezza nei confronti di chi non ha un briciolo d’attitudine e gli rode il culo perché viene chiamato col nome che gli si addice, non ha importanza. Quello che è importante è che nel 2019 ci siano remastered così. Nell’era di Internet i grandi nomi del passato stanno vivendo un periodo niente male e sapete perché? Perché nuovi e vecchi fan coesistono. Quando chiesi tremante quella foto a Bud della Strana Officina, gli dissi una cosa che volevo dire da tempo: “Sembra di essere nell’ottantaquattro con voi”. Ed è vero! Lo senti, lo percepisci e se hai abbastanza intelligenza lo comprendi e puoi viverlo, almeno un po’. Ma quanto siamo fortunati a poter rubare un po’ di magia di quegli anni standocene comodamente seduti oltre che spaccandoci le ossa sotto lo stage? Dovremmo sentirci tutti un po’ più grati per questa possibilità. Quindi chino la testa alla Jolly Rogers e ai Crying Steel per aver riportato in vita questi due capolavori. E non vi scordate che la band è ancora sui palchi! Quindi vi consiglio di far sentire questi dischi ai ragazzetti per poi portarli a vivere le emozioni di una serata come si deve, invece di stare lì a scrivere puttanate sui gruppi di Facebook dove vi lamentate di tutto e poi non muovete il culo per difendere la Fede. Alla prossima recensione!

VOTO: 90/100

Tracklist:

1. Ivory Stages
2. You Have Changed
3. Hero
4. Where the Rainbow Dies
5. Runnin’ Like a Wolf
6. No One’s Crying
7. Changing the Direction
8. Struggling Along
9. Fly Away
10. Upright Smile
11. The Song of Evening
12. Alone Again
13. Thundergods
14. Shining
15. Ivory Stages (Live)
16. Hero (Live)
17. Where the Rainbow Dies (Live)
18. You Have Changed (Live)
19. Runnin’ Like a Wolf (Live)
20. No One’s Crying (Live)
21. Changing the Direction
22. Struggling Along (Live)
23. Fly Away (Live)
24. Upright Smile (Live)
25. Alone Again (Live)
26. The Song of Evening (Live)
27. Shining (Live)
28. Thundergods (Live)

Line Up (Crying Steel/On The Prowl):

Luca Bonzagni – Voce

Luca Ferri – Batteria

Angelo Franchini – Basso

Franco Nipoti – Chitarra

Alberto Simonini – Chitarra

 

Line Up (Attuale):

Mirko Bacchilega – Voce

Franco Nipoti – Chitarra

Luigi “JJ” Frati – Chitarra

Angelo Franchini – Basso

Luca Ferri – Batteria

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Bandcamp Jolly Rogers Records

Black Wolf

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Maniaco del Metal Estremo, musicista in Burial, Carrion Shreds e NecroCommand, avido macinatore di date e headbanger dal cervello bruciato.

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