FLESHGOD APOCALYPSE: l’orgoglio italiano racchiuso in Veleno

FLESHGOD APOCALYPSE: l’orgoglio italiano racchiuso in Veleno

FLESHGOD APOCALYPSE: l’orgoglio italiano racchiuso in Veleno

Fresco dell’uscita di Veleno, quinto album in studio dei Fleshgod Apocalypse, abbiamo avuto ai nostri microfoni Francesco Paoli, storico leader della band. In questa chiacchierata abbiamo potuto affrontare l’impatto del nuovo album, eventi strani e particolari accaduti nella vita della band, nuove scenografie e molto altro ancora. Buona lettura!

 

MW: AVETE APPENA CONCLUSO IL TOUR IN SUDAMERICA. COM’È ANDATA? COM’È IL PUBBLICO IN QUELLE ZONE?

Francesco Paoli: Il tour in Sudamerica è stato una gran figata, era la seconda volta che suonavamo lì. Il Sudamerica è un’esperienza unica, perché nonostante in alcuni posti abbiano ancora delle gravissime difficoltà nell’organizzazione e nella gestione del locali, riescono sempre a tirare su un bello show e organizzare un bell’evento. Noi siamo benvoluti, quindi abbiamo avuto anche un buon riscontro dal punto di vista del pubblico e gli show sono andati bene. Tra l’altro era il primo tour vero e proprio del disco, anche se non era uscito. Avevamo un paio di singoli fuori, abbiamo suonato un po’ di brani nuovi e testato effettivamente il feedback del pubblico ed è stato incredibile. Siamo super soddisfatti delle date in Sudamerica, adesso faremo qualche festival in estate e poi inizieremo col tour vero di Veleno in autunno, con tutta la produzione nuova.

MW: AD OGGI (l’intervista è avvenuta il 28 maggio, ndr) IL DISCO È FUORI DA QUATTRO GIORNI. QUAL È STATO L’IMPATTO SUL PUBBLICO? 

Francesco Paoli: Il feedback è stato incredibile da parte delle persone, già da quando è uscito il primo video avevamo visto che c’era tanto interesse per il disco. Onestamente, eravamo più preoccupati del solito, perché a primo impatto può sembrare un pochino più ostico, più cattivo e violento rispetto agli ultimi due e quindi temevamo un minimo contraccolpo iniziale. In realtà, successivamente, abbiamo visto che l’interesse cresceva, abbiamo fatto uscire un pezzo comunque particolarmente ostico tipo Carnivorous Lamb e la gente era incuriosita. Adesso, con quattro giorni di storia, già ha fatto dei grandissimi numeri, c’è stata una grossa condivisione a livello Social commentata positivamente, ci sono anche i primi dati di vendita che sono spaziali e in molti formati il disco è andato sold out prima che uscisse, quindi in preorder, e per questo non sono disponibili e sono già in ristampa. Alcuni erano in limited edition e rimarranno sold out, poi anche digitalmente ci sono stati moltissimi download e streaming. Abbiamo dati concreti che il disco fosse attesissimo dalle persone. Sono passati più di tre anni dall’ultimo, quindi si era creata una grande attesa attorno all’album. Da una parte è giustificato, da una parte non lo è ed è incredibile, perché nel momento in cui c’è una crisi discografica così diffusa e tu riesci a raddoppiare, se non a triplicare i numeri precedenti, è miracoloso.

MW: COME È STATO COMPORRE VELENO? I CAMBI DI LINE-UP HANNO INFLUITO SUL WORKFLOW GENERALE?

Francesco Paoli: Il cambio di line-up è stato un momento complesso e critico all’inizio, soprattutto quando Tommaso ha lasciato, è stato un periodo abbastanza buio, benché breve, perché poi la soluzione mi è saltata in mente quasi subito. I dubbi, le incertezze, però, sono rimasti per mesi. Diciamo che è stato un momento buio per la band, che ha riguardato più il nostro discorso live e personale. Né Tommaso né Cristiano hanno mai preso parte al songwriting, quindi non sarebbe cambiato nulla da un punto di vista della composizione e del team che se ne occupa, che è composto da me e Francesco Ferrini. Anche artisticamente, nel live , sono sempre state seguite bene o male le direttive artistiche che diamo noi, quindi non c’è stata mai una partecipazione reale da un punto di vista artistico e creativo da parte di Tommaso e Cristiano. Cristiano all’inizio, ai tempi di Oracles, un pochino di più, poi, come in tutte le band, ognuno ha una particolare attitudine, quindi essendo io sempre stato un fissato del songwriting e dell’espressione artistica, quello un pochino più eccentrico, mi sono occupato più di questo aspetto. Piano piano tu acquisisci maggiore esperienza e competenza, quindi rimane il tuo campo. Nel loro caso, le loro abilità erano più organizzative e gestionali, quindi si sono occupati di quello. Perciò per il songwriting non c’è stato nessun tipo di conseguenza. Ci sono state a livello personale, perché comunque è stato un dispiacere, dopo dieci anni insieme, rivoluzionare tutto da capo e cambiare completamente le logiche della band. Io che tornavo davanti voleva dire trovare un batterista e Fabio andava a sostituire un personaggio come Cristiano, che era conosciuto e amato da tantissimi fan. È stato più un impatto live e di “band environment”, ovvero la situazione all’interno della band. In questo siamo stati fortunati, perché le cose sono andate bene da subito, e anche se difficili, portavano risultati e quindi non ci siamo persi d’animo. Se avessimo avuto una reazione del pubblico negativa o un calo delle qualità della performance, probabilmente sarebbe stato molto diverso. Fortunatamente la scelta che abbiamo fatto è stata una scelta che, anche se poteva sembrare un po’ azzardata all’inizio, poi in realtà si è rivelata la più logica e anche la più sicura. Il ruolo del frontman è un ruolo molto delicato, ed è bene che la gente possa riconoscerti e conosca la persona che trasmette il messaggio dal vivo, trasmette l’energia della band, che è poi l’output finale di tutto ciò in realtà.. Quindi, col senno di poi, possiamo dire che è andata bene e il songwriting non ne ha risentito.

Per quanto riguarda il metodo di songwriting abbiamo fatto un grosso cambiamento: mentre prima, nei dischi e nelle sessioni precedenti, ci siamo sempre concentrati e abbiamo interrotto praticamente tutta l’attività live concentrando tutto in una sezione, scrivendo sempre tutto il disco dall’inizio alla fine. Stavolta abbiamo adottato un metodo differente, ovvero quello di collezionare il più possibile idee durante i tour, durante tutte le fasi in mezzo ai tour dove c’era un minimo di tempo per lavorare a nuovo materiale ecc., e poi lavorare alla composizione, all’arrangiamento e alla creazione della canzone in sé soltanto alla fine. Questo ci ha permesso, rispetto agli altri album, di avere un songwriting più ispirato, più spontaneo, perché nessuna delle cose è stata scritta con in mente l’idea di fare un disco il giorno dopo, quindi ne hanno beneficiato la composizione e la qualità di scrittura. È stato più complesso e più caotico poi tirare fuori i brani da queste idee, perché molte di loro erano diversissime. Rappresentano ere della band molto diverse tra loro, mood completamente opposti, perché magari alcuni riff sono stati scritti nel momento in cui eravamo lanciatissimi, super sicuri, convinti del successo e altre cose sono state scritte in momenti di totale depressione e sconforto, magari erano legate a situazioni e cattivi trascorsi che abbiamo avuto, come il cambio di line-up, come il furto, momenti che hanno debilitato un po’ la stabilità della band e che hanno sicuramente condizionato il nostro stato d’animo. Per cui, alla fine, quando abbiamo dovuto fare un disco con tutte queste anime diverse, il risultato è un pochino più complesso. Ma, c’è un ma, è stata una fortuna. Perché ci ha dato una grandissima dinamicità, tutte le canzoni sono diverse, quindi il disco è molto più pesante rispetto agli altri, ma molto più semplice da ascoltare, proprio perché si evolve sempre e questa dinamicità aiuta l’ascoltatore a navigare dall’inizio alla fine senza annoiarsi mai. Dal punto di vista compositivo, questo è stato lo step in avanti che abbiamo fatto con Veleno.

MW: PARLIAMO DEL VIDEOCLIP DI SUGAR. QUAL È STATA LA PARTE PIÙ DIVERTENTE DEL VIDEOCLIP DI SUGAR?

Francesco Paoli: Eh, divertente non direi (ride, ndr), più che altro è stato un dramma. Perché, considera che il videoclip è stato girato in una vecchia piscina dismessa, che è stata tutta ricoperta da un telo nero per creare un ambiente un po’ astratto, che doveva rappresentare l’interno della siringa. Solo che, nonostante fosse estate, andava riempita con acqua di sorgente. È stata una cosa terribile. Abbiamo girato in una settimana tutto il video, siamo stati quattro giorni in acqua ed era ghiacciata, una cosa terrificante. Ci siamo ammalati tutti, quindi se vuoi questo è l’aneddoto più interessante, cioè che tutti avevamo la febbre dopo quel video. È stato fighissimo, anche difficilissimo, ma sapevamo che avremmo fatto qualcosa di così particolare  e originale che poi ci avrebbe ripagato. Così è stato. Giovanni ha fatto un gran lavoro, noi abbiamo cercato di mettere sul tavolo più idee possibili, di creare più materiale possibile artistico e creativo interessante che poi, sotto forma di video, potesse avere un valore artistico importante ed evidente a tutti e quindi siamo super soddisfatti del video. Lo rifaremmo. Certo, ripeto, è stata probabilmente una delle cose più complicate più estreme e più pericolose della nostra vita, perché lì al primo errore sei morto, perché a parte le scene sott’acqua, praticamente abbiamo girato schizzando a destra e a manca, ed eravamo circondati da robe elettriche e il primo errore poteva essere fatale. Però, alla fine, ce la siamo cavata ed è andata alla grande. Se un domani ci venisse un’idea altrettanto complessa da realizzare, alla fine non ci faremmo spaventare dal lavoro, perché poi il risultato paga dieci volte tanto, perciò non bisogna mai mollare di fronte alle avversità o all’idea che magari uno si fa di un tipo di impresa. Poi magari uno pensa che una cosa super complessa poi non abbia un output sufficientemente importante o magari che il tornaconto non sia in qualche modo sufficiente, invece quando c’è tanto sforzo e dedizione poi il risultato ripaga sempre.

MW: TORNIAMO A VELENO. NELL’ALBUM È STATO DATO PIÙ SPAZIO ALLE CHITARRE, ALLE ORCHESTRE E ANCHE A VERONICA BORDACCHINI, CHE NEGLI ANNI STA DIVENTANDO UN ELEMENTO SEMPRE PIÙ PRESENTE E FONDAMENTALE NELLA FORMAZIONE. COME AVETE GESTITO, IN QUESTO CASO, LA SUA VOCE INSIEME ALLA TUA?

Francesco Paoli: Sì, il disco è più orientato sulle chitarre e sul riffing in generale, quindi un pochino più ostico, un po’ più Death metal estremo. Però poi, in effetti, la produzione ha aiutato tantissimo a rendere tutto chiaro, dettagliato e pulito. Non stanca, anche se certe canzoni sono particolarmente pesanti. Il lavoro che ha fatto Francesco Ferrini è stato differente rispetto ad altri dischi, perché ha sperimentato di più, abbiamo utilizzato archi veri, strumenti veri, e quindi c’era la possibilità di fare un utilizzo più contemporaneo, più stravagante, ma più sperimentale degli strumenti. Parecchie cose neanche le abbiamo programmato, avevamo questa opportunità e abbiamo puntato tantissimo sul piano e abbiamo utilizzato gli archi in modo più contemporaneo, più strano ed effettistico. Ovviamente ci sono tute le parti orchestrali con archi e coro che danno quel tocco epico che non deve mai mancare nella nostra musica, però sono più rare e più distribuite in modo vario. Per quanto riguarda le voci, io tornavo alla voce dopo tanti anni e ho voluto un po’ sperimentare, ho provato un po’ di robe strane, voci diverse. In questo mi ha aiutato molto Marco Mastrobuono, che è il ragazzo ci ha prodotto e registrato il disco. Mi ha spinto a provare nuove soluzioni, ha fatto parti vocali particolari, come le parti strillate che sono in Sugar o parti più gothic come in Monnalisa, o parti super epiche, quasi attoriali, in The Day We’ll Be Gone. C’era Paolo (Rossi, ndr) che ha fatto tutte le sue parti in pulito, lo abbiamo utilizzato nei ritornelli in cui ci sembrava proprio necessario dare quel tocco  di maligno, di estremo. Però sempre pulito, quel vibe un po’ King Diamond che ci piace integrare nella musica. C’è anche un brano cantato interamente da Paolo come lead vocal. Veronica già era stata ampiamente apprezzata dai fan in Epilogue, volevamo replicare, volevamo che fosse protagonista in un brano e non avesse solo uno special. Così abbiamo creato quella canzone, che è costruita matrice con due personaggi. È una canzone molto profonda, sul senso della vita, ed era perfetto il contrasto tra la mia voce, più recitata, e la sua, che è una voce straordinaria a livello timbrico e lei è straordinaria a livello tecnico, perciò poteva aiutarci a dare una marcia in più così particolare. Tra l’altro è una canzone complessissima da registrare, proprio perché è quasi tutta basata sull’interpretazione e quindi ci ha messo giudizio, ma poi è anche uno dei brani che piace di più e ci piace di più.

MW: COME È STATO LAVORARE CON JACOB HANSEN?

Francesco Paoli: Lavorare con lui è stato molto semplice, perché è una persona estremamente competente ed estremamente chiara e concentrata sul lavoro. Non si distrae e non perde ma il filo. È stato anche estremamente istruttivo per noi, proprio perché abbiamo lavorato con un grande professionista della produzione musicale attuale non solo metal. Jacob è super umile, si è sempre messo in discussione, ogni volta che chiedevamo qualcosa che andava in contrasto con la sua idea, ha sempre integrato i nostri suggerimenti e ha sempre spiegato il motivo per cui non si poteva fare o perché avrebbe cozzato con la produzione complessiva. Quindi praticamente ha avuto carta bianca, però stando lì abbiamo tirato fuori delle richieste anche all’ultimo secondo e lui è stato estremamente competente. Ha soddisfatto quasi tutte le richieste e, quando non ce n’era la possibilità, ci ha spiegato perché, invece di accontentarci e poi rovinare il lavoro, quindi anche una prova di personalità da parte sua. È poi lui è un grande, siamo diventati amici.

MW: IL VOSTRO È UNO SHOW SIA UDITIVO CHE VISIVO. COSA AVETE ORGANIZZATO PER VELENO PER QUANTO RIGUARDA LE SCENOGRAFIE?

Francesco Paoli: Come sempre, abbiamo rinnovato la produzione e abbiamo cercato di spingerci più in là possibile a livello artistico con il discorso del live. Per noi la parte dell’intrattenimento è una parte cruciale del live e del processo creativo della band. È iniziata come un gioco, poi ci siamo resi conto che c’è tutto un mondo nelle botteghe d’arte che producono abiti teatrali, nella produzione delle scenografie ecc. C’è tutto un mondo che cammina di pari passo con la produzione artistica dell’artista e c’è tantissima arte anche in questo, quindi abbiamo iniziato a integrare tutte queste cose nel nostro “major flow” del gruppo. Abbiamo iniziato dai video, poi foto, dai live ecc. C’è tutta una serie di cose nuove, che però non abbiamo portato in Sudamerica, perché inizieremo con i festival, che praticamente fanno parte della nuova produzione live del disco. Non dico niente, perché non mi va di spoilerare, non dico niente perché è una cosa ancora in evoluzione che durerà tutta l’estate e inizierà concretamente con l’inizio del tour ufficiale di veleno, che è previsto per l’autunno.

MW: COME MAI IL TITOLO “VELENO” IN ITALIANO?

Francesco Paoli: Guarda, è semplicissimo, lo abbiamo scelto perché suonava bene. Venom ci faceva cagare. Poi sì, il concept l’ho spiegato nei video, il concetto dell’avvelenamento, dell’autosabotaggio umano. Che poi, è molto complesso da riassumere così in in poche parole, è molto approfondito nei testi ed è tutt’altro che un argomento affrontato in modo superficiale nel disco. Il discorso del titolo in italiano è principalmente per un discorso di suono, ci piaceva come suona la parola da noi in italiano e in qualche modo, col senno di poi, è stata vincente. È stato anche un modo per riaffermare l’orgoglio e il senso d’appartenenza al nostro Paese. Un Paese che affronta tante difficoltà, che è sempre compromesso, purtroppo male amministrato, ma allo stesso tempo è stata la culla dell’arte e della cultura per secoli ed è stato padre dei padri di interi generi musicali che si sono evoluti e sono esplosi nel mondo, tra cui l’opera. Quindi, perché no. Noi siamo molto fieri ed attaccati al nostro Paese. Viaggiando molto, riusciamo ad apprezzarlo probabilmente in modo maggiore rispetto a chi non viaggia e subisce giornalmente le mancanze di capacità degli amministratori e la mancanza di prospettive che si è creata come conseguenza.

MW: QUALI SONO I PROSSIMI OBIETTIVI DEI FLESHGOD APOCALYPSE?

Francesco Paoli: Gli obiettivi sono sempre quelli di suonare il più possibile, nelle più disparate parti del mondo. Ormai abbiamo già praticamente suonato in tutti i continenti, ma ci sono un sacco di posti dove possiamo suonare di più, tornare con una produzione migliore. Ecco, uno degli obiettivi è portare, soprattutto nei paesi in cui la band è particolarmente forte, la stessa produzione che abbiamo in Europa. Quindi Stati Uniti, Giappone, Australia… E poi cercare di crescere nei paesi in cui ci siamo appena affacciati o dove è più complicato crescere in modo assiduo. Per svariate ragioni, molti sono paesi in difficoltà, quindi è più complicato crescere come band in modo costante. L’altro obiettivo è finalmente fare un concerto con un’orchestra. Già nel dvd abbiamo suonato con un quintetto d’archi, vorremmo ampliare questa ensamble, addirittura cercare di arrivare a suonare con un’orchestra e un coro. È un obiettivo che rimane distante, perché richiede tantissimo lavoro e investimento, oltre a tantissima fiducia da parte degli addetti ai lavori, perché è una cosa particolarmente complicata e costosa da costruire. Però, magari, non è più una cosa così distante come prima, quindi forse nell’arco della promozione dell’album si riuscirà a realizzare, anche fosse solo una data singola in un festival.

MW: EPISODIO MIGLIORE ED EPISODIO PEGGIORE SUCCESSI IN TOUR?

Francesco Paoli: Il momento migliore, quello che ho sentito di più in tutta la carriera, è stato il giorno in cui ho suonato a Wacken. Prima di tutto perché Wacken è Wacken, poi perché il gruppo era in una fase, con la vecchia line-up, in grande forma e poi ho avuto l’opportunità di andarci con la mia famiglia, quindi mia moglie e con Riccardino piccolo (il figlio di Francesco Paoli, ndr), con cui ho fatto una foto sul palco. Quindi ho questo ricordo pazzesco impresso nella memoria. Lo so che è poco rock n’ roll come cosa, però è uno dei ricordi più forti che ho. Poi momenti di devasto in tour ne sono successi milioni, alla fine abbiamo fatto mille date, quindi immagina. Invece la cosa peggiore che ci è successa è stato il furto, quando ci hanno fregato la roba, perché era inaspettato. Noi siamo gente che si prende molto cura delle proprie cose, quindi siamo stati super attenti e non ti aspettavi che dentro un albergo, in Svezia, in un parcheggio custodito di fronte all’albergo, potesse succeddere una cosa del genere che ha affossato la band per sei mesi. Perché, al di là del dispiacere, c’è stato un danno enorme sia economico che di programmazione. Abbiamo dovuto spostare il dvd, perso un sacco di soldi per voli già presi, è stata un’odissea dalla quale ci stiamo rialzando ora a distanza di quasi due anni. è stato veramente gravissimo, la cosa peggiore che ci sia mai successa. Inspiegabile e imprevedibile, perché ci hanno rubato cose che a livello commerciale aveva quasi zero valore e invece per noi ha voluto dire ricominciare da zero ed è stato un ostacolo enorme da superare. Già eravamo in una fase complessa, perché avevamo subito il cambio di line-up, quindi eravamo in una fase di assestamento. Alla fine, ci ha temprato ulteriormente e ne siamo venuti fuori sicuramente più forti di prima, proprio perché abbiamo affrontato per l’ennesima volta una situazione così dura.

MW: FRANCESCO, GRAZIE DI ESSERE STATO NOSTRO OSPITE. SIAMO ARRIVATI ALLA FINE, LASCIA UN SALUTO AI NOSTRI LETTORI!

Ciao a tutti, sono Francesco Paoli dei Fleshgod Apocalypse e volevo mandare un saluto a tutti i lettori di MetalWinds. Ciao!

 

 

 

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irene

Cantante fin da bambina, entrai nel mondo del metal all'età di 15 anni, grazie ad un mio amico dell'epoca. Da allora, per me è tutto un grande viaggio alla scoperta di ogni sfumatura di questo genere immenso e ricco di sorprese. La mia esperienza come recensore e reporter nasce a 16 anni, grazie a diversi progetti scolastici, per poi tuffarmi definitivamente nel mondo delle webzine a 19 anni.

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