The Misfits: Danzig, Doyle e Grave solisti

The Misfits: Danzig, Doyle e Grave solisti

The Misfits: Danzig, Doyle e Grave solisti

Ed eccoci arrivati alla terza parte dell’excursus di questo mito della musica dura. In questo episodio ci concentreremo sui progetti solisti di membri storici che, per un motivo o per un altro, gravitano attorno alla galassia Misfits. Parliamo di Michael Grave, Glenn Danzig e Doyle Wolfgang Von Frankenstein.
Partiamo innanzitutto da Doyle (Paul Caiafa all’anagrafe): tralasciando la brevissima (e dimenticabile) parentesi Epic Metal con i Kryst The Conqueror, il nostro amico formò i Gorgeous Frankenstein in compagnia di una sua vecchia conoscenza (Dr. Chud) e della sua ex moglie; fautori questi ultimi di un Horror Punk decisamente metallico seppur addolciti da un vocalist con un timbro non molto feroce. Il loro unico album, tra le chitarre distorte e il basso grasso, la batteria monolitica e i cori potenti, è un ascolto decisamente consigliabile. Un bell’ibrido tra l’Horror Punk della band madre e la modernità delle produzioni Metal che tanto segnarono (continuando a segnarlo) il nuovo millennio negli States.
Aveste la possibilità, vi invito quindi a recuperare il loro debut. Potrebbe piacevolmente sorprendere, qualora (soprattutto) non foste grandi amanti delle ultime reincarnazioni dei Misftis.

Gorgeous Frankenstein ebbero vita breve e dalle loro ceneri (grazie al sodalizio con Alex Story) si formarono dunque i Doyle, nel 2012. I nostri furono sin da subito molto prolifici, già l’anno successivo pubblicarono infatti il loro album d’esordio, l’esplicito Abominator.
Abominator è un disco molto oscuro e pesante, nel quale la chitarra di Doyle è libera di sfogarsi grazie a riffs tritaossa, accompagnato da una sezione ritmica possente e minimale, con il buon Alex Story che presenta una timbrica graffiante e feroce, anche se si concede a qualche apertura melodica.
L’Hardcore/Horror Punk si tinge di influenze Thrash Metal e pure Doom Metal, presentando cambi ritmici repentini e pesanti breakdown. Tra il vago sentore Sludge Metal di una Love Like Murder (che odora di palude della Lousiana), il singolo “orecchiabile” Valley Of The Shadows, la grooveggiante Hope Hell Is Warm, la scabrosa e punkeggiante Cemeterysexxx che sembra provenire dai primi Misfits, la devastazione della title track e l’irruenta Headhunter, il disco si presenta dannatamente bene, con pochi riempitivi ed una perfomance della band davvero valida.

Uniche pecche, qualche ingenuità ed una leggera aria ripetitività. Il duo Doyle/Story si rimise presto in carreggiata ed a tre anni dall’uscita di Abominator ecco che diedero in pasto al pubblico il secondo capitolo discografico della propria band. Le coordinate stilistiche rimasero pressoché invariate rispetto all’esordio ma Doyle II Kiss Me As We Die si presentò decisamente più maturo rispetto al suo predecessore. Il tempo trascorso  fra un album e l’altro fu speso bene, raffinando i due quanto più possibile il sound proposto. Ed ecco che il tutto viene reso più compatto, con stacchi tra le parti feroci e quelle melodiche più convincenti oltre a canzoni dal minutaggio leggermente sfoltito. Come sempre la chitarra di Doyle macina riffs sanguinolenti senza alcuna pietà per l’ascoltatore, la sezione ritmica è meno minimale e più dinamica (facendo fare ai Nostri il proverbiale salto di qualità) mentre dietro al microfono Alex Story è completamente a suo agio, sia nelle sezioni più estreme che melodiche. Impennate ritmiche e possenti breakdown, qualche piccolo assolo di poche pretese, atmosfera mortuale come se piovesse e qualche apertura melodica ben dosata condiscono quella che a conti fatti può essere considerata la maturità stilistica di Doyle solista: tra il singolo Run For Your Life, la cimiteriale title track che vede un’ospite d’eccezione (Alissa White-Gluz), la disadattata Virgin Sacrifice o la terremotante King Of The Undead con il suo incedere poco rassicurante, il disco è pregnante di grandi scariche Punk/Metal che non poco fanno rimpiangere la direzione molto radio friendly intrapresa dalla band madre.

Michael Grave: pover’uomo, al contrario dei suoi colleghi non possiamo certo dire che abbia trovato esattamente una gran fortuna, tutt’altro. Lavori in studio sospesi fra il mediocre ed il passabile, persino dei rifacimenti di pezzi dei Misfits in chiave più melodica  – e per il sottoscritto stucchevole – con lui stesso in veste di cantante. Non male, per lo meno, i rifacimenti prettamente acustici dei pezzi di American Psycho e Famous Monster, che rappresentano una piacevole eccezione alla sua discografia ahimè poco interessante. La produzione pulita accentua ulteriormente la direzione molto più melodica intrapresa dal nostro ex disadattato, con melodie spesso piatte e banali.

Da ricordare inoltre che dal vivo, di frequente, collabora tutt’oggi con il leggendario Marky Ramone nei suoi Marky Ramone’s Blitzkrieg, nel quale fa buona mostra di sé, con la sua ugola che ricorda non troppo velatamente il compianto Joey Ramone: in questo progetto prettamente live si rispolverano i classici intramontabili dei Ramones che grazie al duo Grave/Marky continuano non solo a vivere, ma ad infiammare il cuore di migliaia di punks e rockers in giro per il mondo.

Adesso viene il turno di Glenn, che all’indomani della sua uscita dal gruppo fondò i Samhain, ovvero una continuazione di quanto seminato con i Misfits. I pochi lavori del progetto presentano un Punk molto atmosferico (per gli standard del genere si intende), anche se ancora grezzo e minimale.
Rispetto al combo precedente la proposta è meno irruenta e presenta ritmiche meno serrate, miste ad un sound dalle atmosfere quasi gothicheggianti, oltre alla solita registrazione casereccia.
I 25 minuti scarsi dell’esordio Initium suonano già come una chiara dichiarazione di intenti: un lavoro “pagano”, che a livello di sonorità sembra la diretta conseguenza ed evoluzione di quanto fatto con i Misfits, seppur la ferocia di Earth A.D. sia un lontano ricordo.

Il buon esordio insieme al successivo Ep Unholy Passion (che altro non faceva che continuare il discorso intrapreso nell’84) sono ammantati da quella genuina ingenuità figlia dell’underground Hardcore statunitense. Nonostante una fama ridotta rispetto a nomi più illustri (Dead Kennedys, Black Flag, Rollins Band, Doom, NoMeansNo, D.O.A., gli stessi Misfits…) questi due lavori meritano di essere riportati alla luce. Da sottolineare poi quanto certi pezzi, come dimostrò il live postumo Live ’85 – ’86, funzionassero dannatamente bene dal vivo, con esibizioni energiche e con pochi fronzoli fatte in totale autarchia.

Quanto fatto sotto questo monicker non passò sicuramente alla storia, ma va dato onore al buon Anzalone di aver creduto fortemente nella sua proposta, portando avanti la band con instancabile stacanovismo, trasformandola nel tempo in un nome di culto (pur nel suo piccolo). Ecco quindi che Initium e Unholy Passion sono il preludio all’ottimo November-Coming-Fire che altro non è che l’anello di congiunzione tra Earth A.D. e Danzig.
Alla terza prova in studio i Samhain raggiunsero la maturità, scrollandosi di dosso il fantasma ingombrante dei Misfits. Nell’86 insomma Glenn Danzig cominciò a crescere esponenzialmente dal punto di vista vocale, lo stile musicale subì una decisa sterzata Metal dando forma ad una proposta musicale meno veloce e più possente; questi elementi – insieme ad una registrazione finalmente di buon livello – ci danno a conti fatti il prototipo dei primi Danzig, seppur in una chiave di lettura squisitamente Punk (genere, immagine e attitudine che saranno completamente abbandonati con la nascita dei Danzig).
Dopo di esso e con Glenn che entrò in contatto con Rick Rubin, i Samhain vennero sciolti per cedere il testimone ai Danzig, dei quali tratteremo in un’altra occasione. Da segnalare, nonostante la morte del progetto, la pubblicazione nel 1990 di Final Descent, disco colmo di canzoni inedite e in stato embrionale (che poi prenderanno forma definitiva nel debut album dei Danzig, mentre altre saranno resuscitate nel 2007 nel doppio The Lost Tracks Of Danzig), con testi e sonorità differenti oltre ad una registrazione approssimativa. A conti fatti, un inutile feticcio per gli inguaribili collezionisti.
E dopo una ancor più inutile reunion effettuata alla fine degli anni ’90, venne il momento di porre definitivamente fine a questa piccola band, che nel suo piccolo e nell’arco di pochi anni pubblicò un pugno di lavori di buon livello, oltre ad una gemma nascosta tra le pieghe del tempo.

Infine, non rimane che citare i – pochi – lavori rilasciati dal nostro a nome Glenn Danzig. Nel lontano 1981 il Nostro realizzò, in totale autonomia, suonando tutti gli strumenti, il singolo Who Killed Marilyn? che a conti fatti era una song dei Misfits sotto falso nome, suonato molto spesso negli infernali live act della band madre.
Da segnalare anche i due Black Aria, lavori di piccolo respiro, sia musicalmente (con arrangiamenti scarni e spogli) sia nella durata complessiva che si attesta sulla mezz’oretta scarsa in entrambi i casi.
Nel 1992 e nel 2006, con questi due album dal sapore gotico/sinfonico, lavori Ambient completamente strumentali e minimali, Glenn ci mostrò un lato inedito di sé, alle prese con le tastiere. Uno sfizio che si è voluto togliere, un’idea sicuramente di grande interesse, una dimostrazione di grande apertura mentale… ma a parte la copertina peccaminosa del secondo Black Aria, oltre all’effetto sorpresa generato dal primo capitolo, non c’è tanto da ricordare.

Due piccoli album tutto sommato piacevoli da ascoltare, magari sfruttandoli come sottofondo per qualche lettura o per qualche videogioco dai toni cupi. Non sarebbe male, se il buon Glenn prima o poi decidesse di rilasciarne un terzo capitolo più maturo ed ispirato, magari con un’aiuto esterno da parte di chi mastica queste sonorità più spesso.
Detto questo ci salutiamo e ci leggiamo al prossimo excursus che sarà la parte finale della galassia Misfits, quella dedicata al progetto principale di Glenn Danzig.

 

 

Sebastiano Dall'Armellina

sebastiano

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