Sleep: i cerimonieri dello Stoner, tra religiosità Sabbathiana e Ganja

Sleep: i cerimonieri dello Stoner, tra religiosità Sabbathiana e Ganja

Come abbiamo visto a più riprese, i famigerati anni ’90 non furono dominati solamente dalla scena Alternative/Nu che di colpo scalzò via il Metal più “classico” dalla scena mainstream, relegando quei generi a piccole nicchie. Parliamo difatti di un decennio molto fervido anche e soprattutto per il Metal più oscuro ed introspettivo, “lento” e pesante: il Doom Metal. Un modo di intendere la musica “dura” che mai troppo ha veduto, nella sua storia, le luci dell’estrema ribalta. Purtroppo o per fortuna, visto che gli stravolgimenti molto in voga nel famoso decennio intaccarono solo in minima parte la suddetta scena, permettendo ad essa di sopravvivere ai grandi cambiamenti.
Ecco insomma che la scena Doom si arricchì addirittura di nuovi elementi, che in alcuni casi portarono anche a qualche piccola gioia commerciale: dal Drone Doom dei seminali Earth e della monotraccia di poco più di trentun minuti intitolata Leng Tch’e, composta dai Jazz/Grinders Naked City; senza dimenticarsi alla triade albionica del Death/Doom composta da Paradise Lost, My Dying Bride e Anathema. Ed ancora i Cathedral di Lee Dorian (che per ironia della sorte partecipò al seminale Scum dei Napalm Death), fautori di un prototipo di quello che fu il Doom Metal moderno… od i Type O Negative del compianto Peter Steele, con il loro Doom/Gothic dalle mille sfaccettature e pieno di estro. In tutta questa abbondanza (senza poi contare il Funeral Doom finlandese o lo Sludge tipico degli Stati Uniti del sud) abbiamo anche la nascita dello Stoner Rock/Metal.
Ecco: quando si parla di Stoner Metal il primo nome a balenare nella mente degli appassionati è sicuramente quello dei fondamentali Kuyss, che insieme ad un manipolo di altre band (Fu Manchu e Monster Magnet) posero le basi per lo sviluppo e la crescita di tale genere, queste ultime sviluppate e meglio teorizzate (negli ultimi anni) da band come i Queens of the Stone Age. In questo bel calderone di riffs bollenti e sonorità lo fi, quello degli Sleep è un altro nome assolutamente obbligatorio. Un pugno di album rilasciati negli anni ’90 sancì di fatto la loro affermazione definitiva, trascinandoli verso l’olimpo dei principali fautori di questo particolare genere Metal, andando a scavare nella sua parte più oscura ed ossessiva, quella più tendente al Doom, quindi mettendo da parte la parte più Space Rock del genere o Garage/Rock ‘N Roll. Una storia breve ma al tempo stesso dannatamente sfortunata e travagliata, quella dei Nostri, che tuttavia non gli  impedì di raccogliere gli importanti frutti di un lavoro fondamentale.
Addentriamoci dunque nei meandri della discografia degli Sleep, tra sostanze psicotrofe, rifferama sabbathiano, ritmiche ossessive, attitudine da garage band ed una certa spiritualità.

Buona lettura!

Genere:
Doom Metal 
Stoner Metal

Periodo di attività:
1990 – 1998
2009 – ancora in attività

Siamo in California, all’alba dei ’90. Nei lidi più fumosi della scena Metal underground, lontano dai riflettori della rivalità tra il Thrash ed il Glam o tra le risse tra i sostenitori del Punk o i Thrashers, dalle ceneri degli Asbestosdeath nascono gli Sleep. Subito, nel 1991, i Nostri rilasciano il proprio debutto, dal molto originale: Volume One. Su questo lavoro, invero, non c’è poi molto da dire; si tratta di un disco terribilmente ingenuo, in perenne bilico tra i Black Sabbath ed i Trouble, mostrando una band in cerca di una sua vera identità. Più che allo Stoner in senso stretto, siamo ancora ancorati nei lidi del Doom americano più classico, fatto di ritmiche perennemente pigre, inni ai Black Sabbath (ai limiti del citazionismo più smaccato) ed un singer monocorde. Aggiungiamo comunque una nota positiva: di necessità in virtù, suoni lo fi ma decisamente interessanti.
Un esordio immaturo ed ingenuo… in grado, tuttavia, di mostrare delle indubbie potenzialità. Seguirà successivamente l’Ep Volume 2 (la cui cover rimanda chiaramente a Volume 4 dei Black Sabbath,un disco che pose le basi dello Stoner quando esso nemmeno esisteva), che si distingue oltre che per due demo che poi compariranno nel full length successivo in versione definitiva, anche per una bella cover di Lord Of This World dei Black Sabbath. Episodio nel quale il trio americano rende un sentito omaggio ai propri maestri, in questo quarto d’ora la band mostra dei segni di maturamento artistico ed una personalità sempre più delineata, anche se era impossibile pensare a cosa poteva esserci dietro l’angolo…

E dopo un’altra attesa molto breve, ecco che nel 1993 (anno nel quale uscì In Utero dei Nirvana) il trio dei dormienti pubblica (a gran sorpresa per tutta una serie di motivi) quello che è non solo un piccolo capolavoro, ma pure una pietra miliare della scena Stoner: Sleep’s Holy Mountain.
Dietro a quella strana (e a parere di chi vi scrive bellissima) copertina, la band matura di punto in bianco in maniera netta e quanto meno imprevista: il rifferama pesante e ossessivo dei Black Sabbath si arricchisce e abbraccia le sonorità vintage e lo fi dei Blue Cheer, impreziosendo la proposta di un sentore particolare e vicino a quel riffing sabbioso e bollente tipico delle compagini di Palm Desert. Piacevolissimo notare come il buon Matt Pike, oltre a fumarsi tonnellate di erba, abbia di pari passo sviluppato uno stile tremendamente personale e accattivante; a tutto ciò si aggiunge quel suono così tanto grasso, granitico e rotondo che gli Hawkwind sperimentarono con la sezione ritmica e le chitarre nell’iconico e fondamentale Space Ritual (1973) che di fatto fu l’anello di congiunzione mancante tra il Prog in senso lato e quello che poi sarebbe divenuto il Punk, con quel suono sporco, crudo e grezzo tipico del Garage Rock.
La sezione ritmica, dal canto suo, oltre ad avere un basso protagonista e bello possente è si lenta e lisergica, ma non per questo si fa mancare alcuni sussulti che sorprendono l’ascoltatore. Un lavoro convincente quello di Chris Hakius, che con semplicità ma efficacia intelaia il tappetto ritmico con ben pochi fronzoli.
Alla crescita generale si unisce naturalmente Al Cisneros: accanto alle sue vocalità acide ecco che si affianca un timbro decisamente più melodico e catchy, convincendo sempre di più nel suo doppio ruolo di cantante-bassista.
Gli assoli si rifanno all’Acid Rock più fatto e lo spettro Doom aumenta andando anche a indicare influenze non solo da parte dei Trouble (che giusto in quegli anni si daranno con discreto successo allo Stoner Rock) ma pure dei Pentagram. Già tutto questo insieme rappresenterebbe una grossa sorpresa, visto che poche volte si sono visti maturazioni artistiche del genere… ed invece le sorprese non finiscono! Aggiungiamo dell’altra gloria a questo platter fumato, promosso dalla propria label; una certa Earache Records nota per avere nella sua scuderia ben altri nomi e sonorità decisamente più estreme.
Un lavoro, insomma, fondamentale non solo per gli estimatori del Doom Metal (specialmente quello vintage e di scuola americana), ma pure per gli amanti del Rock Psichedelico nelle sue varie forme e per chi è avvezzo alle sonorità garage, oltre per chi è alla ricerca disperata di una sana attitudine Rock ‘N Roll. Quindi un disco che per sua stessa natura non è assolutamente adatto a tutti quelli che sono abituati a quelle produzioni laccate e patinate tipiche di oggi, o a certe sonorità ricche di sperimentalismi e/o virtuosismi a volte esagerati e portati all’esasperazione tipiche di molte compagini odierne.
La Earache vinse la sua scommessa dando fiducia ad un gioiellino che visto il suo successo (di nicchia) viene tutt’oggi ripetutamente stampato, dimostrando che alla fine la qualità paga.

Gli Sleep vennero per forza di cose incensati dalla critica, ritrovandosi da semisconosciuti musicisti di belle speranze a vero e proprio nome di punta di una scena, seppur di nicchia. Il successo della Montagna Sacra fu tale da indurli a firmare per un’altra label, finendo sotto contratto con la London Records; tutto sembrava volgere per il meglio, mai nessuno avrebbe potuto pensare ad un improvviso cambio di rotta. Viene dunque  da chiedersi cosa sarebbe successo se i Nostri fossero rimasti sotto l’egida della Earache Records, coccolati  da un entourage sicuramente più competente in ambiti particolari. Il trio incontrò difatti non pochi problemi con la nuova label, alcune volte reticente nei riguardi delle trovate “sleepiane”. Prima fra tutte, la proposta di una mega-suite di sessantatré minuti. Idea interessante purtroppo respinta dalla London per ragioni di scarsa commerciabilità: ecco quindi che la band realizza una versione alternativa della propria idea di base, dalla durata più breve (cinquantadue minuti), con testo e arrangiamenti leggermente modificati, il tutto diviso in sei parti. L’etichetta, ancora reticente, respinse per la seconda volta il materiale proposto dalla band, realizzato con estrema fatica e difficoltà, causando quindi agli inizi del 1998 lo scioglimento degli Sleep.
Ma quella del Sonno è una storia molto particolare: sempre nel ’98 ed in maniera ufficiosa, a mo’ di bootleg, venne pubblicata la seconda versione della mastodontica opera a nome Jerusalem, mentre nel 1999 essa viene pubblicata in maniera ufficiale dalla stessa London Records. Nel 2003 venne invece stampata per una piccola label (la Tee Pee Records) la versione originale di oltre un’ora, dal titolo di Dopesmoker, arricchita da un live in studio di una versione embrionale di Sonic Titan. Nel 2012 vediamo dunque il rilascio, per mano della Southern Lords Records, di quella che è la versione definitiva di Dopesmoker: copertina alternativa, un suono rimasterizzato che migliora ed esalta il materiale originale e un live bonus con la monolitica Holy Mountain a rendere giustizia a questo capolavoro dalla storia molto travagliata. Ultima e non per importanza, finalmente, una distribuzione decente in tutto il mondo. Inutile sottolineare quanto questa ristampa sia stata accolta come una manna dal cielo da fans e cultori del gruppo e del genere, tant’è che nel suo piccolo è diventata (insieme al secondo album del gruppo) un’insperata quanto sorprendente hit dormiente che di anno in anno continua imperterrita a vendere e a farsi conoscere per la sua qualità e peculiarità.

Come suonerà mai, questa titanica Dopesmoker? Prontissimi ad addentrarci fra nuvole di fumo e visioni mistiche. Matt Pike, dietro la sua sei corde, non fa prigionieri strascicando note lisergiche, una vera e propria colata lavica di riffs sempre più lenti, ossessivi, pesanti e distorti. Ad un certo punto sembra quasi di assistere ad un trait d’union tra lo Stoner, il Doom ed il Drone nel quale il sound acido e garage viene portato alle sue estreme conseguenze, con una serie di assoli psichedelici e piccole parti acustiche. Le rullate e la prestazione di Chris Hakius si fa sempre più trascinante, con la sua andatura lenta, ipnotica e monocorde. Il basso di Al Cisneros, nel mentre, fa da collante tra la batteria e la chitarra rinforzando il tutto, contemporaneamente rinvigorendo i suoni che si fanno così ancora più potenti ed estremi, mentre la sua voce è sempre più stralunata e personale.
Il tutto è sparato a volumi altissimi, con una variante sempre più drogata, pesante, ipnotica e lenta dei primi Black Sabbath. Curioso poi come all’interno di questi solchi si celi addirittura una sorta di “spiritualità fumata”, quasi Dopesmoker possa assurgere in qualche modo a vera e propria cerimonia di iniziazione verso mondi sconosciuti ai sensi terreni. La magia di quella che è a tutti gli effetti una lunga, fumosa ed estenuante Jam Session (o sarebbe meglio dire “Desert Session” per citare un progetto caro a Josh Homme), carovaniera nel quale l’ignaro ascoltatore può godersi un lungo trip con i tre sacerdoti della ganja, un viaggio assolutamente sfatto e stralunato.
Un lavoro immenso in tutto e per tutto che, nonostante le vicissitudini e le sfortune, alla fine non solo è considerato uno dei capolavori del genere ma addirittura ne è diventato simbolo stesso per via delle sue caratteristiche uniche e peculiari; oltre ad aver esasperato i punti di forza (e di rimando le zone d’ombra per i non avvezzi a queste sonorità) dello Stoner, grazie al passaparola dei fans, alla stima della critica, al suo stato di cult assoluto e infine, alla ristampa della Southern Lord Records.

Sciolti nel 1998 i nostri eroici Weediani si riformano nel 2009 e lo fanno imbastendo una discreta attività live: pioggia di sold out in poco tempo, decine di date in giro per il mondo letteralmente sigillate da un affetto incredibile da parte del pubblico. Piccola testimonianza del fortunato ritorno, il live album Denver Colorado 09.05.10, stampato in tiratura assai limitata. Ma cosa fu degli Sleep durante il loro periodo di inattività? Parlando del duo ritmico, Cisneros e Hakius hanno fatto ampiamente parlare di se per la fondazione degli OM, band Stoner/Psichedelica con influenze Ambient, Canti Tantrici e Musica Sacra dei quali vi segnalo l’ultimo buon lavoro, Advaitic Songs del 2012; dal canto suo, Matt Pike ha continuato la propria carriera con i suoi High On Fire, ibrido Sludge/Stoner/Doom di grande successo sia in madre patria che nel vecchio continente. Torniamo dunque al punto di partenza ed all’inaspettata riformazione, un nuovo album degli Sleep era da attendersi per via del tanto osannato come back… ed ecco che nel 2014 il trio americano sforna il singolo The Clarity, facendo ben sperare per il futuro. I dieci minuti scarsi di musica ci presentano quelli che sono gli Sleep odierni: una produzione decisamente più pulita ed elegante rispetto ai fumosi anni ’90, le chitarre sono un continuo vagito Stoner a metà tra i Black Sabbath e gli Hawkwind, il basso continua la sua opera di collante con un Al Cisneros che abbandona definitivamente le vocals acide per abbracciare uno stile canoro decisamente melodico e pacato. Da dire che alla batteria vi è una nuova entrata, con il buon Jason Roeder che si amalgama molto bene allo storico duo; da dire che il combo Pike/Cisneros non ha certo reclutato il primo musicista a caso, visto che il nostro batterista aveva indurito le proprie ossa nei seminali Neurosis, band che sperimenta tra vagiti Post Hardcore, Sludge Metal, Doom Metal e Drone andando a creare uno stile quasi inclassificabile, che alcuni critici hanno classificato come Atmospheric Sludge.

Il nuovo disco rimaneva una vera e propria incognita, fra annunci, anteprime, singoli, lyric video e trailer. Nessun indizio chiaro, nessun comunicato stampa… finché il trio Stoner per eccellenza annuncia all’ultimo secondo la data di uscita della nuova fatica, The Sciences, rilasciata tramite la Third Man Records, la label di Jack White, un nome tremendamente caro agli amanti dell’Alternative Rock e del Garage Rock del nuovo millennio (i The White Stripes nella prima decade dei 2000 hanno ottenuto un gran successo commerciale). Data del rilascio, 20/04/2018: una data tra l’altro non casuale visto l’amore che la band nutre per la foglia a sette punte.
Ecco che gli Sleep odierni sanno evolversi seppur rimangano fedeli al loro pesante passato: ecco che le esperienze fatte dai tre membri negli anni dopo il primo (e si spera ultimo) scioglimento del si riversano lungo questi solchi, a dimostrazione del fatto che non vi è solo il freddo mestiere o la pubblicazione forzata di un nuovo album come scusa per ripartire in tour. Un connubio perfetto fra storia e presente, un guitar work molto classico eppure capace di esplorare anche lidi squisitamente Sludge Metal, dandoci un Matt Pike molto ispirato e decisamente maturato grazie ai suoi High On Fire; pure in sede solista il nostro complottista è in gran spolvero grazie alla sua band secondaria, come si può sentire nella jam The Botanist posta alla fine del platter, quel ruvido riffaccio Sludge/Stoner diventa con una no chalance spaventosa una serie di assoli di assoluto livello, nei quali possiamo udire una squisita influenza da parte del buon, caro, vecchio David Gilmour, in quella che forse è la prova migliore di Pike nella sua carriera.
Jason Roeder, dietro al suo drum kit, fornisce una prova meno scolastica e più varia del suo illustre predecessore, caratterizzato da uno stile e un’attitudine decisamente più Rock ‘N Roll. Purtroppo il Nostro non va a lambire i lidi tribali già toccati nei Neurosis, ma la sua prova è degna di lode e accompagna nel migliore dei modi i suoi compari d’avventura, incorporando poi all’interno della seconda metà del disco, venature Post Metal che rendono sorprendentemente dinamico il sound, impreziosendolo.
Arriviamo infine ad Al Cisneros: come bassista in questo caso ha un ruolo secondario rispetto al passato, anche se le sue quattro corde fanno tremare le casse, facendosi notare maggiormente dietro al microfono. Una prova figlia di quanto fatto nei suoi OM: vocals non solo melodiche e pacate, ma estremamente catchy e rilassate che non solo si adattano sorprendentemente a queste canzoni, ma ci dimostrano come lui sia maturato come cantante ed interprete.

La vecchia Sonic Titan qui trova la sua versione definitiva nel suo Doom Metal lisergico ed ipnotico, mentre Marijuanaut’s Theme deve molto agli High On Fire e al loro Stoner impregnato di Punk e Rock ‘N Roll fino al midollo; non a caso è la canzone più veloce e decisa del lotto.
Un lavoro insomma decisamente convincente, classico e al tempo stesso al passo con i tempi e pure discretamente vario, quello imbastito dai nostri… che seppur si siano fatti parecchio attendere sono riusciti non solo a non deludere le aspettative, ma a convincere un po’ tutti: ed ecco che in queste sei canzoni l’ascoltatore diventa esso stesso il Marijuanauta della copertina, andando ad intraprendere un viaggio spazio-temporale più unico che raro.

Il trio americano deve aver preso tremendamente gusto nel lanciare sul mercato singoli su singoli (decisamente fuori da ogni logica commerciale, è bene dirlo), subito dopo aver fatto incetta di recensioni entusiastiche, date sold out e una fan base in fibrillazione ecco che poco tempo dopo viene rilasciata una song di sedici minuti in formato sia digitale che vinile: Leagues Beneath. Essa non fa altro che riprendere quanto detto dalla band, ma il Marijuanauta questa volta si va ad annidare in lidi ben più cupi e bui, nel quale lo Stoner va in secondo piano rispetto alla componente Doom del sound. Quest’ultimo si fa sempre più lento e ossessivo, tornando quindi a sfiorare lidi prettamente Drone.
Arrivati alla fine di questo excursus, possiamo benissimo chiudere gli occhi, fumare con un bel narghilè e farci cullare dai nostri sogni… sogni nei quali questa band più unica che rara dà alle stampe altri dischi di gran livello senza farci aspettare un’eternità. Dopotutto sognare non costa nulla, no?
Chissà come andranno le cose, forti del fatto che  i tre Sacerdoti della terra del Riff stanno vivendo letteralmente una seconda giovinezza, nella quale stanno raccogliendo tutti i frutti di quanto seminato più di vent’anni prima. Speriamo che questo meritato periodo positivo continui molto a lungo!

 

 

 

 

 

Sebastiano Dall'Armellina

sebastiano

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