Johnny Cash & Rick Rubin – Tra la rinascita nella serie american recordings ed il confronto con il nuovo panorama musicale

Johnny Cash & Rick Rubin – Tra la rinascita nella serie american recordings ed il confronto con il nuovo panorama musicale

Johnny Cash & Rick Rubin – Tra la rinascita nella serie american recordings ed il confronto con il nuovo panorama musicale

Dopo una lunga – e doverosa – introduzione alla prima parte della carriera di Johnny Cash, decisamente corposa vista la spaventosa quantità di lavori pubblicati, nella quale abbiamo trattato o per lo meno citato i lavori più meritevoli ed importanti, possiamo finalmente giungere alla parte finale della sua travagliata carriera.
Siamo nel 1993 e ormai il prode cowboy (come detto in precedenza) tiene concerti in piccoli locali di fronte a poche persone, scaricato dalle vecchie label e con l’ultima che gli riserva un pessimo trattamento, cercando di monetizzare sul suo nome, sulla sua leggenda con il minimo sforzo. Proprio quando tutto sembra perduto, ecco che arriva in scena un nome caro ai lettori di questo sito: Rick Rubin.
Il produttore fondatore della American Recordings (prima ancora con la Def Jam Recordings), famoso ai suoi esordi come stimato produttore Hip Hop e dall’86 in poi dovenuto un’autorità anche in campo squisitamente Metal (produttore tra i tanti degli Slayer dall’86 al 2009, dei System of A Down, dei primi quattro iconici lavori dei Danzig o di Death Magnetic dei Metallica), contatta Johnny Cash poiché intenzionato a produrlo e rilanciarlo, mosso da una profonda stima a livello personale. Interessato e lusingato, il cantautore accetta l’offerta del rinomato produttore, dando vita ad una lunga, solida, proficua avventura lavorativa.
Il primissimo pensiero di Rubin: “Come posso rilanciare un artista come Johnny, in piena caduta libera?”; la risposta a tale domanda è l’album acustico American Recordings: la voce baritonale, calda, fiera e potente di Cash è l’assoluta protagonista, messa in risalto anche in fase di produzione a discapito della sua chitarra, lasciata in secondo piano. La scelta è intelligente, pur notandosi quanto una chitarra più accentuata ed in risalto avrebbe fatto sicuramente meglio alla proposta, oltre a qualche variazione ritmica in più.
Per il resto, il lavoro è composto per la prevalenza di ballate melodiche e malinconiche nel quale il nostro si trova sempre a suo agio, più sparuti intermezzi squisitamente Spoken Blues e Rockabilly per vivacizzare il tutto.
Come ciliegina sulla torta vengono inoltre piazzati un paio di classici live rivisitati in questa veste molto intima e più cantautorale, ed ecco che tra l’approvazione del pubblico in Tennessee Stud e The Man Who Couldn’t Cry assistiamo ad una vera e propria resurrezione artistica. Tra l’altro, assolutamente ottima la produzione – a parte quel neo di aver voluto mettere così in secondo piano la sei corde del Man In Black – tant’è che durante l’ascolto del disco sembra quasi di trovarsi in un angolo della sala prove ad ascoltare un uomo ed il suo strumento.
Una buona partenza insomma, per questo nuovo matrimonio artistico che di colpo ci dona un Cash in gran rispolvero e pure ringiovanito, come viene testimoniato nel Glastonbury Festival tenutosi nel 1994, nel quale il repertorio storico ben si amalgama con il nuovo materiale. Al primo nato della serie American Recordings  viene tra l’altro dato molto spazio dal vivo, sintomo di un autore convinto della bontà del materiale composto di recente.

Il sodalizio comincia decisamente col piede giusto; per avere un seguito a quanto di buono fatto si dovette aspettare due anni, ed ecco che quindi nel 1996 fa la sua comparsda Unchained. Letteralmente “senza catene” è una chiara dichiarazione d’intenti da parte del nostro cantore del Folk americano: se il primo lavoro risulta imbrigliato tra il peccato e la redenzione (con una copertina che lascia trasparire tale messaggio), qui abbiamo un Cash seduto per terra dietro ad un rudere accanto alla sua chitarra riposta nell’apposita custodia, in un paesaggio squisitamente rurale. Accompagnato in questa nuova avventura da dei compagni di viaggio assolutamente di prim’ordine, tutti fra l’altro accasati nella label di Rubin, tra Tom Petty e i suoi The heartbreaks ed il bassista Flea (famoso per militare nei Red Hot Chili Peppers); una formazione – l’ennesima nella lunga carriera di Johnny – che può essere definita un super gruppo a tutti gli effetti.
In questo lavoro le cover con le varie reinterpretazioni aumentano e abbondano, visto che occupano la maggior parte del disco; accanto ad esse abbiamo un paio di songs ripescate da un passato ormai remoto, le quali vengono di colpo rinverdite da questa formazione, con una galoppante e vivace Country Boy in parte replicata da quel rodeo a metà tra il Rock e l’Honky-tonk della polverosa Mean Eyed Cat, più un solo vero e proprio inedito dal titolo di Meet Me in Heaven, struggente ballata con dei delicati archi di sottofondo nel quale spesso e volentieri il nostro artista si trova a suo agio. Tuttavia, come detto poc’anzi la vera particolarità del disco la troviamo nelle varie cover nelle quali Cash si cimenta, divertendosi a reinterpretare brani di altri artisti e pure di altre epoche, andando a confrontarsi sia con personaggi del lontano passato (Hank Snow, la Carter Family, Josh Haden) che del suo presente, non senza una certa sorpresa e una certa dose di coraggio. Fra tutti l’onore reso ad un giovane Beck do uno dei gruppi simbolo del Grunge, i Soundgarden.
Ecco quindi che il sound si fa fresco e dinamico, tra scorribande dal sentore Rockabilly nelle quali la sfrontatezza e la sfacciataggine tipiche del Rock rivivono un certo splendore grazie all’ottimo apporto di Tom Petty e dei suoi The Heartbreakers, grazie ai quali l’energia del Rock ‘N Roll si fonde con le melodie e le atmosfere tipiche del Country o del Blues, come nel galoppante rifacimento Country di Rusty Cage la quale cede successivamente spazio ad un Rock roccioso e pieno di groove nella seconda parte del pezzo. Pensiamo anche ad I’ve Been Everywhere, un altro splendido affresco Rockabilly che sa quasi di Southern Rock, senza contare poi le sognanti e ritmate I Never Picked Cotton e Rowboat. Menzione d’onore per i classici lenti acustici tanto cari al nostro cantante/chitarrista, con gli archi della title track capaci di donare un’atmosfera struggente accompagnando nel migliore dei modi il Man in Black, o il Folk deliziosamente nostalgico di Memories Are Made of This, The One Rose… più tutta un’altra serie di grandi trovate, scaturite dal cuore pulsante del redivivo Outlaw. Eccoci dunque presentato anche un certo elemento religioso; così, giusto per darci un panorama completo, vero e sincero, di quello che è il sud degli Stati Uniti D’America. Esattamente nella parte centrale del disco, la religiosità lascia la timidezza a casa ed emerge in tutta la sua drammatica e sofferta bellezza in Spiritual, la quale ci presenta un Cash molto intimo e coinvolto, portando un contrasto alla scanzonata e divertente Kneeling Drunkard’s Plea, con entrambi gli episodi ad avere quell’influenza Gospel e Spiritual tutta tipica di quei lidi nel quale il Nostro è nato e cresciuto.
D’altro canto, il Sud degli Usa è tipicamente rurale e rustico, un luogo in cui immense autostrade si vanno ad annidare in mezzo alle grandi praterie o in zone semi desertiche, nelle quali la natura ancora oggi regna – quasi – incontaminata. Immense distese di piantagioni di vario tipo (cotone, mais ecc), abitanti che tutt’oggi conservano un certo legame con la religione, sospesi a metà fra la gioia e la triste storia della guerra. Dalla secessione alle segregazioni raziali, dal KKK allo schiavismo, un contesto nel quale i canti religiosi hanno rappresentato un importantissimo sfogo, nonché tratto culturale unico e importante delle popolazioni oppresse: ecco quindi che in questo lavoro di Johnny (non solo in questo, ma qui in maniera particolare) abbiamo un ritratto fedele di questi territori molto legati alle tradizioni, ai suoi miti e alle sue leggende, in tutte le sue molteplici sfaccettature.

Gli amanti del Country e i fans del celebre cantautore dovranno aspettare ben quattro anni prima di poter ascoltare il terzo capitolo della saga Cash/Rubin. Questo lungo lasso di tempo è dovuto soprattutto a problemi personali e in special modo di salute da parte della stella del Country.
Nel 1998 esce comunque un bel live acustico (dopotutto gli anni ’90 sono stati gli anni degli Unplugged spinti a più riprese da MTV o altre emittenti televisive) registrato con l’amico-collega Willie Nelson dal titolo non troppo originale di VH1 Storytellers: Johnny Cash & Willie Nelson, un bel divertissement con l’alternanza dei pezzi realizzati dai due artisti, con il primo a farsi valere per le melodie portanti e la sua voce che va a pennellare ballate e alcuni celebri Spoken Blues, ed il secondo che si diverte alla grande in fase solista prendendosi molto spazio.
Ed ecco che tra una polverosa (Ghost)Riders In The Sky, un’essenziale Unchained, una festaiola Night Life, il “whiskey sound” di Drive On, il classico Funny How to Slip Away o la scanzonata Me And Paul i due scherzano e si divertono, concludendo una bella esibizione ed entusiasmando a più riprese il pubblico con una piccola rappresentazione delle rispettive carriere in una chiave di lettura più intima.

Arriviamo quindi al 2000 con American III Solitary Man: con esso abbiamo un parziale ritorno al sound acustico del primo American Recordings ma con delle importanti differenze. In primo luogo, seppur il disco accantoni le sonorità più rockeggianti del predecessore, non si ritorna alla formula minimale di sola voce-chitarra che caratterizzò il disco del ‘94; la seconda differenza molto importante risiede invece nel fatto che le varie sonorità sono riviste sotto un’ottica decisamente più tetra e cupa, elemento da intravedersi già dal titolo del disco e dalla copertina, dalle tonalità più oscure e dark dei precedenti lavori.
Quest’ultima caratteristica verrà sempre di più accentuata con i lavori successivi, di pari passo ai quali la morte si avvicinava sempre di più, donandoci per forza di cose altri due capitoli di difficile ascolto, vista la cupezza intrinseca e le atmosfere a volte opprimenti e persino soffocanti.
Ritornando specificatamente sul disco in questione, viene anche in questo caso ripresa l’idea di dare grande spazio e importanza alle cover, mostrando grande eclettismo per le scelte compiute.
Ecco quindi una versione sacrale di One degli U2, per passare poi ad un classico popolare come la decadente e crepuscolare The Wayfaring Stranger, impreziosita da un violino malinconico e ad una fisarmonica indovinata, andando in seguito verso quel lirismo fatale e religioso di The Mercy Seat (Nick Cave), nella quale un’introduzione squisitamente Spoken Blues cede poi il passo a stilemi via via sempre più sacrali con l’harmonium a dare grande enfasi a tutto ciò. Spulciando ancor più approfonditamente troviamo la title track (Neil Diamond) nella quale un Cash più classico fa il suo ritorno, come anche in Nobody, in origine di Bert Williams. Il nostro nella sua primissima incarnazione, seppur rivista sotto i vari decenni di esperienza. Field of Diamonds ci fa tornare alla mente uno dei pochi episodi positivi degli anni ’80 (parliamo di Heroes, scritto, suonato e cantato nell’86 insieme a Waylon Jennings) e rispolvera la deliziosa ugola della moglie June Carter, rimandandoci ad alcuni dei più bei duetti mai interpretati dai due; o ancora la malinconica e nostalgica Mary of the Wild Moor (The Louvin Brothers), più Folk che Country in senso stretto, con ancora una volta il violino e la fisarmonica ad essere importanti elementi in questo scacchiere. Oltre al classico interpretato insieme allo stesso Tom Petty (I Won’t Back Down), vengono ripescate I’m Leavin’ Now nella quale si segnala l’ottimo duetto voce-chitarra con Merle Haggard nel quale il Country classico torna a farla da padrone con un grande feeling tra i due, la perla nascosta Country Trash più l’unico vero inedito, il lento e malinconico Before My Time.
Un successo sempre notevole grazie al fiuto di Rubin: con le cover scelte Cash comincia a farsi conoscere (oltre ad essere riscoperto da molti vecchi fans) ed apprezzare pure dalle nuove generazioni.
Lavori freschi ed azzeccati, grazie anche alla presenza della reginetta del Country americano Sheryl Crow più la grande interpretazione che il cantore dei reietti riesce a fornire di pezzi non propri, a volte stravolgendoli ma riuscendo nella difficile impresa di “farli suoi” nonostante la malattia si ripercuota sempre più sulla sua voce, rendendola più debole rispetto anche al recente passato. Il Nostro riesce tuttavia nell’impresa di trasformare un qualcosa di negativo in positivo, dando una certa profondità al suo timbro che ben si adatta a questo stile musicale per certi versi totalmente nuovo ma comunque ben radicato nel suo storico passato.

Ed ecco che, dopo il terzo capitolo della serie American, passano questa volta  solo due anni dal suo successore, nel quale Rubin centra definitivamente l’obiettivo di far conoscere in maniera dirompente il Nostro alle nuove generazioni. Proprio per queste ultime e The Man Comes Around risulta la testimonianza di tutto ciò: dal successo di critica grazie al quale il quarto capitolo di questa “saga” mette d’accordo un po’ tutti, per passare alle altissime vendite e alle visualizzazioni dei video Johnny Cash (specialmente per quello di Hurt, davvero commovente). Un ritorno al successo planetario che in casa Cash mancava da diversi anni.

Anche in questo caso il Cowboy al servizio del signore si diverte nell’interpretazione di svariate cover (addirittura omaggi a gruppi come Nine Inch NailsDepeche Mode), addentrandosi nei meandri del Pop-Rock americano in maniera molto personale e pure coraggiosa.
Quello che ci viene dato in pasto nel 2002, con in copertina il volto del cantautore avvolto dall’oscurità, è un piatto molto ricco che va a riprendere il filo del discorso lasciato interrotto con Solitary Man. Tornano in pompa magna le atmosfere malinconiche e nostalgiche del platter, accompagnate da paesaggi crepuscolari e intimi, dense di molte ballate o lenti sacrali molto vicini al Folk americano. Rispetto al recente passato i ritmi si fanno sempre più distesi e dilatati, presentando ben pochi andamenti decisi e vivaci (come nelle incursioni Honky-tonk di Tear Stained Letter, nel rifacimento Blues di Personal Jesus, il rifacimento tutto sfrontato di Sam Hall oppure nel Folk ritmato della title track), rifugiandosi sempre di più su sonorità intime (In My Life, Give My Love To Rose), minimali (il dialogo pianoforte-chitarra della già citata Hurt originariamente scritta da un Trent Reznor in stato di grazia), grevi (la sacrale Danny Boy) e sofferte (First Time Ever I Saw Your Face, la malinconica Streets Of Laredo), senza scordare la drammaticità di una I Hung My Head.
American IV idealmente può essere un riassunto di tutti gli aspetti positivi del primo American Recordings (del quale prende il suo minimalismo ed il suo carattere cantautorale) e di The Solitary Man (con la sua varietà stilistica e le sue atmosfere), con quel Rock frizzante ed energico di Unchained a rappresentare un capitolo a sé, senza quell’ingenua idea mutuata dal Rock mainstream d’oltreoceano di mettere in risalto la voce a discapito degli altri strumenti, che in questi lidi dimessi riescono ad accompagnare nel migliore dei modi Cash e a dare molto agli ascoltatori; ascoltatori che riconoscono un grande merito a quello che è l’ultimo capolavoro di Johnny, prima che la falce della mietitrice venisse a bussare alla sua porta per reclamarne la vita.

Ecco che nonostante l’età ormai avanzata, con gli inevitabili problemi che ciò comporta ed i suoi cronici problemi di salute, il 2002 risulta per il Nostro un anno davvero positivo. Anche troppo, vista e considerata la maledizione dalla quale Cash risulta colpito, quella di un duro colpo da incassare proprio nei momenti migliori… ed ecco che il 15 maggio del 2003 il cantore di San Quentin deve affrontare l’avvenimento più doloroso che potesse accadere: la morte della sua amatissima moglie June Carter, che devastò il suo animo. Per cercare di lenire il dolore – per quanto possibile – Johnny si rifugia quasi definitivamente nella musica, con una profonda urgenza di cantare e registrare altre canzoni, riversando su di esse questa tragedia personale.
Tra il maggio ed il settembre del 2003 Johnny Cash riesce a registrare diverso materiale… ed il 12 settembre di quell’anno giunge per lui la triste mietitrice, consegnandolo per sempre alla storia della musica americana e non.
A poco tempo di distanza dalla sua morte, la American Recordings rilascia un cofanetto molto ricco, contenente ben cinque dischi. Unearted, nei primi tre cd, presenta molte canzoni che sono rimaste inedite (nelle quali è da citare la sorprendente cover di Bob Marley con la sua Redemption Song, con il mai troppo compianto Joe Strummer, Banks Of The Ohio di Maybelle Carter, Pocahontas, Father And Son di Cat Stevens…) alternate a versioni alternative di pezzi già editati in precedenza (come Drive On, Down There By The Train, Birds On The Wire…) o rifacimenti di suoi classici lontani nel tempo (Flesh And Blood, Understand Your Man, The Caretaker…). Ed ecco che Who’s Gonna Cry, Trouble In Mind e Redemption Songs rappresentano un concentrato di qualità abbinata all’abbondanza, con un gran numero di pezzi di buon livello rimasti inediti per motivi di spazio e priorità. Episodi che già da soli sarebbero da prendere come esempio per realizzare delle raccolte che siano effettivamente utili e non solo un mero protesto per racimolare qualche soldo in maniera spesso discutibile.
Il quarto disco invece si differenzia dai precedenti sia per la musica in esso proposta sia per il fil rouge che è presente al suo interno: difatti, My Mother’s Hymn Book è una raccolta di canzoni cristiane (principalmente Spiritual e Inni vari) insegnati al Nostro da sua madre in giovane età, con uno stile musicale che va a riprendere a piene mani il primo American Recordings, con la voce e la sua chitarra ad essere gli unici elementi di un platter il quale ad onor del vero risulta essere un po’ pesante.
Il quarto disco viene comunque pubblicato stand alone l’anno successivo; ed infine arriva il quinto disco, che dopo tanta abbondanza si concede il lusso di sedersi sugli allori proponendo in Best Of Cash On American la più classica delle raccolte, con una bella selezione di quanto fatto fino ad ora con Rick Rubin, ove una Delia’s Gone apre le danze mentre Hurt chiude il sigillo su un’ottima raccolta.

Le sorprese non finiscono qui, ed ecco che a tre anni di distanza da quel ricco cofanetto, nel 2006 (anticipato dal singolo God’s Gonna Cut You Down) esce il quinto capitolo della serie American, sottotitolato A Hundred Highways.
American V non è sullo stesso livello qualitativo dei suoi predecessori, pur stagliandosi la bontà del lavoro su livelli più che discreti, andando a riprendere lo stile di American IV senza possederne la stessa varietà stilistica ma estremizzandone ancor più le atmosfere cupe, decadenti e malinconiche, risultando per certi palati un ascolto difficile, decisamente consigliato agli ascoltatori più sensibili.
La lista degli ospiti diminuisce drasticamente ed il reietto di San Quentin sceglie di cimentarsi su cover misconosciute di artisti non molto noti, almeno nel vecchio continente. Spariscono definitivamente gli ammiccamenti al Pop Rock americano ed anche i duetti con altri artisti più o meno famosi.
Un lavoro nel quale Johnny Cash si spoglia di tutti gli orpelli dei capitoli precedenti per cantare le sue emozioni e le sue paure, nel quale si percepisce benissimo il dolore di un uomo che ha da poco perso la sua persona più cara, con le riflessioni sulla morte incombente. Un disco che si apre con la preghiera di Help Me, per poi passare al canto tradizionale di God’s Gonna Cut You Down dal suo incedere ritmato e con la sua atmosfera polverosa e desertica. Viene poi il turno del Blues dannato di Like 309 ,mentre con la cover di Bruce Springsteen (artista nel quale Cash trovava una profonda stima, come testimoniato in Johnny 99) Futher On Up The Road il Country più classico e tradizionale indossa l’abito da sera. Troviamo poi un classico di Hank Williams, la malinconica e sofferta On The Evening Train.
Nelle dodici canzoni le ballate e i lenti la fanno da padrone, con atmosfere struggenti e crepuscolari che emergono nella loro fascinosa e fatalista bellezza: A legend In My Time, Rose of My Heart più la conclusiva I’m Free From The Chain Gang Now, una chiara dichiarazione d’intenti.

Menzione d’onore anche per il buon A Hundred Highways, rilasciato da Rubin a conclusione della saga American: Ain’t No Grave. Il lavoro in questione , che raccoglie le ultime registrazioni compiute da Johnny prima di morire va comprensibilmente a parare sulla linea stilistica del predecessore, estremizzandone ancor di più il sound nudo e spoglio e le sue atmosfere spesso tragiche e drammatiche.
Il sesto American è il più debole ma è allo stesso tempo il lavoro più sofferto realizzato con Rick, visto che è stato registrato ormai sul punto di morte, con un Cash ormai fortemente debilitato dalla malattia. Una voce non più fiera e potente come in un passato nemmeno troppo lontano, bensì flebile e piegata dal tempo, la quale in alcuni episodi sembra quasi rompersi dall’emozione.
Il disco si compone solo di lenti acustici oscuri e tetri, con il Gospel della title track che vede nel banjo stranamente decadente e nell’interpretazione straziante di Cash il culmine assoluto del lavoro, un sussulto poderoso che non avrebbe affatto sfigurato nei suoi dischi precedenti. Con Redemption Day si prosegue in maniera positiva grazie alle sue atmosfere rarefatte ed oscure ma che fanno intravedere uno spiraglio di luce. Altri episodi positivi sono da rimarcare nella filastrocca Folk di I Corinthians 15:55 nella quale compaiono sue riflessioni sulla morte su una struggente base di archi ad accompagnare le delicate note di un pianoforte e di una chitarra, Sutisfied Mind e I Don’t Hurt Anymore ci restituiscono in gran spolvero un certo folklore tipico degli Stati Uniti, con una bella interpretazione di Cash, le chitarre ispirate e un Benmont Tench avvolgente e in stato di grazia nella sua prestazione sui tasti d’avorio, in special modo nella seconda song poc’anzi citata che rappresenta uno degli highlits del disco. Con la malinconica e spontanea Last Night I Had the Strangest Dream ed il tipico canto Hawaiano di Aloha Oe il Man In Black dà il suo ultimo saluto ai suoi fans, concludendo in buona maniera un lavoro discreto seppur altalenante e con alcuni momenti deboli.

Dopo la sua morte (insieme alla mastodontica raccolta licenziata da Rick Rubin della quale abbiamo ampiamente disquisito) vi fu un grandissimo prosperare di raccolte spazzatura da parte delle vecchie label, che tra un Greatest Hits e l’altro (scontati e assolutamente inadeguati, incapaci di coprire una carriera dalle mille sfaccettature) cercarono di compiere la proverbiale massima resa con la minima spesa, similmente a quanto avvenuto qui in Italia dopo la morte del tanto amato cantautore genovese Fabrizio De André. Oltre a queste raccolte inutili furono pubblicati anche alcuni live postumi (come quello avvenuto nel ’71 in Danimarca oppure a Praga), interessanti oltre che per la musica in sé (che tra ospiti d’eccezioni comunque non si discostava molto dal vetusto live al Madison Square Garden di NY City) anche per il discreto successo che questo Country Man si era ritagliato in Europa, un continente che per gusti e tradizioni musicali era decisamente avulso a questo genere musicale. Inoltre, nel 2014 venne pubblicato un disco che aveva il merito di riportare alla luce alcuni inediti rimasti nascosti per lungo tempo, composti tra il 1981 e il 1984 – quindi in pieno declino artistico e commerciale – dal titolo Out Among the Stars, di livello non esattamente esaltante.
Possiamo affermare insomma di aver trattato di un’artista che è stato spesso vero e sincero, famoso per aver trattato di tematiche tabù per il bigottismo americano – basti pensare al già citato e coraggioso Bitter Tears che nel ’64 venne ostracizzato e boicottato da molte radio ed addirittura dalla sua stessa casa discografica – oltre ad essersi battuto per diritti civili, noto per aver coverizzato canzoni di artisti molto lontani da quello che era il suo background musicale e culturale riuscendo così a travalicare i generi, facendosi apprezzare un po’ da tutti grazie anche all’importante lavoro con quella vecchia volpe di Rick Rubin.
Alla fine della fiera possiamo affermare che con i suoi alti e bassi, Johnny Cash, il Reietto di Folsom Prison, l’Outlaw del signore, ha saputo (e voluto) portare un ritratto musicale di quello che è il lato più classico, folkloristico, affascinante ma pure contradditorio della nazione nel quale è nato e cresciuto, partendo dal Country più classico (da ricordare il lontano The Fabulous Johnny Cash del 1958) per poi abbracciare a più riprese altri generi musicali tipici delle lande statunitensi, come abbiamo potuto leggere spesso in queste righe: tra leggende e miti del Far West con i suoi pistoleri e banditi, l’abuso della droga della quale ne è stato schiavo per molto tempo oltre alla sua disintossicazione grazie alla compagna di vita che fu June Carter e alla sua fede, i cowboys, crimini contro le popolazioni native degli Usa, canzoni d’amore scritte da sua moglie (o per sua moglie), riflessioni sulla morte, canti religiosi vari, preghiere, il battersi per i diritti di chi era in carcere, posti nei quali a volte ci è stato sbattuto dentro senza troppi complimenti (ma a livello generale degli ultimi e degli oppressi) e via discorrendo ha lasciato un’impronta importante pure a livello culturale oltre che musicale, facendo rivivere una fantastica epopea con la sua musica.
Hello, I’m Johnny Cash”: dopo tutto questo, altro non mi rimane da dire, se non arrivederci al prossimo excursus

Sebastiano Dall'Armellina

sebastiano

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