ANNIHILATOR: l’altalena Technical Thrash canadese [Parte 1]

ANNIHILATOR: l’altalena Technical Thrash canadese [Parte 1]

ANNIHILATOR: l’altalena Technical Thrash canadese [Parte 1]

Gli Annihilator sono una band facente parte del ramo tecnico del Thrash Metal, nati in Canada nel lontano 1984. Trovano sin da subito il proprio pilastro nel membro fondatore Jeff Waters, poliedrico e talentuoso chitarrista dotato di tecnica ed estro fuori dal comune, desideroso di mettere in musica ogni suggestione e sensazione artistica lo avessero all’epoca influenzato  colpito. Un gruppo ricordato specialmente per i primi due capolavori iniziali e per un’opera discografica molto altalenante, in bilico con estrema (a tratti allarmante) “nonchalance” fra lavori ottimi ed altri anonimi o semplicemente disastrosi. Formazione fortemente discontinua in termini di sound e stili, vivrà momenti molto difficili riuscendo però a risorgere più e più volte, senza mai darsi per vinta. Molte volte citati come grande esempio di tecnica, capaci di dividere fan e critica spesso in maniera anche feroce con scelte impreviste e discutibili, visti anche i numerosi cambi di line-up subiti nel corso della carriera; tanto da divenire, oramai, un progetto solista di Jeff Waters più che un gruppo effettivo (dichiarazione più o meno esplicita estrapolata da alcune sue interviste nonché pensiero comune dei fan più “maligni”). Difficile riassumere in poche parole un percorso artistico così vasto ed importante; quel che faremo sarà dunque addentrarci nei meandri della storia degli Annihilator, andandone ad analizzare successi ma anche dei fallimenti. Il frutto del lavoro di un’infaticabile Jeff Waters, padre-padrone che spesso ha dovuto fare i conti con defezioni improvvise, cali di ispirazione e clamorosi insuccessi, pur non perdendosi mai nelle sabbie mobili ed anzi risorgendo sempre vincitore, in un modo o nell’altro.

GENERE:
Technical Thrash Metal
Thrash Metal
Heavy Metal
Groove Metal

Periodo di attività:
1984 – ancora in attività

Come detto in precedenza, gli Annihilator nascono nel 1984: un’annata a dir poco spettacolare per quanto riguarda l’Heavy Metal in generale nonché la scena Thrash Metal, segnata da lavori che saranno poi ricordati ed osannati dai posteri. Giusto un paio di nomi… Defenders of the Faith dei Judas Priest Ride the Lightning dei Metallica, per capire la portata di un periodo prolifico a dire poco. Suggestioni ed emozioni da ogni dove, le fonti di ispirazione erano moltissime vista e considerata la vastità del panorama; dopo alcuni avvicendamenti interni alla line up, la band pubblica il proprio esordio cinque anni dopo, nel 1989: e con Alice In Hell abbiamo un esordio a dir poco frizzante e scoppiettante.
I Nostri scelgono una via non certo classica o sempliciotta, andando ad entrare subito in maniera dirompente nel mondo del Thrash Metal tecnico e progressivo. D’altronde, dopo la prima bordata di band Speed/thrash, alcune compagini americane ed europee (su tutti Metallica, Megadeth, Voivod, Celtic Frost, Watchtower e Coroner) dimostrarono come fosse possibile fare del Thrash potente e terremotante ma non per forza privo di tecnica, fantasia o melodia.
Nel platter in questione abbiamo canzoni dalle strutture non ortodosse e più complesse della media, con ampie sezioni strumentali ed un certo numero di cambiamenti ritmici. Il sound è ricco di virtuosismi ed assoli vari inanellati da Waters con la sua sei corde, pregnante di melodie, parecchio impostata sull’alternanza di rasoiate di stampo Speed/Thrash vecchia scuola e fraseggi dal sapore tutto Heavy Metal britannico; in tutto questo vi è una certa ricercatezza strumentale ben superiore a quelli che erano gli standard del genere. Randy Rampage è un singer dotato di una voce stridula ma al tempo stesso graffiante, vi è qualche piccolo – e azzeccato – intervento di basso solista e dietro al drumkit Ray Hartmann stupisce per la sua fantasia ritmica e per la disinvoltura con la quale esegue efficacissimi cambi ritmici ben intelaiando il tutto.
Ecco quindi che il banchetto imbastito dagli Annihilator sorprende per la sua freschezza compositiva e per un certo allontanamento dalla parte più cafona ed oltranzista del genere, il guitarwork non guarda più a quella foga istintiva dell’hardcore ma anzi si dirige verso un qualcosa di più studiato e melodico, andando quindi ad approdare nelle frangi più nobili del Thrash nordamericano. Il classico debutto con il botto, un lavoro che ogni vero amante del Thrash Metal (che sia tecnico o meno) dovrebbe possedere o per lo meno ascoltare.

Passa solo un anno ed ecco che arriva folgorante come non mai il successore, quel Never, Neverland molto amato dai thrashers della vecchia guardia. E ci troviamo dinanzi ad un altro capolavoro: la band affina il suo stile: quel Thrash tecnico e fantasioso vira verso lidi più melodici, grazie anche alla voce del nuovo singer Coburn Pharr,dotato di una voce potente e pulita. Ci troviamo nuovamente dinnanzi ad un’alternanza di parti Thrash ad altre Heavy e tecniche, anche se la band decide di insistere di più sull’inserimento di strutture non banali, su di intrecci strumentali degni di nota, sino a sfornare un lavoro molto sfaccettato e complesso, che regala molte soddisfazioni sulla media/lunga distanza e che allontana sempre di più la band canadese dalla parte più estrema del genere. Come sempre il guitarwork la fa da padrone, con gli assoli di Jeff a dominare in campo aperto. Riff sempre ispirati e virtuosismi senza dubbio esaltanti: un lavoro insomma che non si allontana molto da quanto seminato ma che va ad affinare lo stile della band donandole quel pizzico di maturità e follia che forse mancava nell’esordio. Disco – tappa obbligataper ogni metalheads che si rispetti! Come riuscire a vincere e a convincere; qualora non conosceste il gruppo e le lodi vi sembrassero esagerate, il consiglio che ho da dare è solo uno: ascoltare per credere!

Arriviamo al 1993, il panorama Hard n Heavy cambia drasticamente le proprie coordinate e gli Annihilator non restano certo a guardare, vestendosi anch’essi di quel cambiamento in corso, provocando malumori tra la fanbase dei primi due mitici e scoppiettanti lavori ma aprendo ai canadesi porte che prima gli erano precluse, permettendo di raggiungere un discreto successo commerciale, per la gioia della Roadrunner Records.
Set The Worlds On Fire è proprio questo: la prima svolta stilistica del gruppo, l’approdo a sonorità più melodiche e lineari ma al tempo stesso un disco di qualità figlio del suo tempo, diventatonel corso degli anni un classico della loro discografia. I Canadesi si addentrano in territori per loro sconosciuti, fatti di pezzi semplici, ballate e love songs alternate a pezzi dal gustoso sapore Heavy Metal.
Melodia e potenza, questi sono i due lati della medaglia. Tra melodie zuccherose, i soliti assoli del buon Waters inanellati in certi riffs ispirati e a volte esaltanti (nei quali si intravedono certe reminiscenze squisitamente e tipicamente Thrash), strutture ruffiane e ritornelli catchy (dal velato sapore pop, a volte…), la band va a sfornare un disco di buon livello, sicuramente non paragonabile ai fasti dei precedenti lavori (sia per qualità, sia soprattutto per il sound che vira verso lidi più accessibili e bonaccioni) ma comunquer accettabile. Per buona pace dei thrashers più incalliti, Set The Worlds… si farà apprezzare soprattutto dagli amanti dell’Hard & Heavy. Il tutto confezionato da una formazione che vede, oltre a Jeff, un buon Aaron Randall (incredibilmente versatile e capace) più un giovane Mike Mangini dietro le pelli.
https://www.youtube.com/watch?v=b8UlPDMJWsM

Si giunge al ’94 (anno da ricordare per due uscite succose, visto il debutto straripante dei Machine Head più l’ennesima conferma da parte dei Pantera) e al nuovo King Of The Kill: in questo lavoro l’istrionico guitar hero si troverà nelle proverbiali braghe di tela, visto che in pratica rimarrà da solo nella formazione e la band, a conti fatti, diviene in pratica un suo progetto solista.
Arruolato un batterista (l’abile Randy Black) e con Waters polistrumentista e stacanovista nelle vesti di produttore, cantante, bassista, chitarrista sia ritmico che solista il duo pubblica questo lavoro molto discusso, sulla falsariga del precedente, scontentando sempre di più la vecchia fanbase ma dando ancora un certo successo commerciale agli Annihilator. Con l’ammissione da parte del leader maximo, in alcune interviste, di dover in un certo senso ringraziare la svolta più leggera e meno impegnata… dato il fatto che grazie ai soldi guadagnati con i dischi Set The Worlds On Fire/King Of The Kill poté continuare a fare musica nonostante lo scarso successo commerciale conosciuto in altre fasi della propria carriera.
A conti fatti si tratta più di un disco solita (c’è scritto Annihilator ma si legge Jeff Waters Band, potremmo dire con una certa malignità): il Nostro poliedrico musicista non si dà limiti e la parola d’ordine per il nuovo disco sembra essere “varietà”: abbiamo episodi thrashoni con ritmiche a rotta di collo, altri più moderni e dagli stilemi grooveggianti tipici dell’epoca, altri ancora nei quali emerge tutto l’amore che Waters ha nei confronti dell’Hard Rock classico, con un sound stradaiolo e sfacciato, più alcune “dolci” ballate. Un buon riffing, assoli come sempre di gran valore, un basso ispirato ed una discreta prova vocale (dopotutto Waters è un signor chitarrista ma non un cantante dotato di chissà quali doti) oltre ad un azzeccato ed intrigante lavoro dietro alle pelli rendono più che giustizia al duo canadese.
Un episodio a favore dell’istrionico chitarrista, capace anche questa volta di fornire una prova definitiva del suo estro nonché della sua poliedricità, risultando a tratti anarchico e folle, confezionando un lavoro sottovalutato e sicuramente più intrigante e valido del precedente.

Il 1996 è l’anno del quinto disco, Refresh The Demon; album deludente e riuscito solo a metà.
Altro lavoro in studio, altra svolta stilistica visto che si ritorna nelle amate braccia del Thrash Metal, con l’adozione di un sound energico e monolitico, sorretto da riffs possenti ed un comparto ritmico essenziale ma efficace, con Waters sempre nelle vesti di cantante. Un fondo di ripetitività permea il lavoro in esame. sfogando il crescendo di noia nella seconda metà del lavoro. Il disco parte subito in quarta con due killer songs, per poi andare piano piano ad arenarsi in alcuni episodi piatti e scialbi: altalenante, questo è l’aggettivo giusto per descrivere il platter, che a momenti di pure foga Thrash alterna brani decisamente banali e ripetitivi, i quali non trasmettono nulla se non noia. Questo Refresh The Demon, oltre alla sua altalena qualitativa, manca quasi totalmente di quei guizzi e colpi di genio tipici degli esordi, non risultando nemmeno diretto e particolare quanto i precedenti due lavori, anch’essi ben definiti da una precisa identità.

Un anno, un solo anno ci separa ad un altro disco marchiato Annihilator: dimenticate tutto quello che è stato fatto sino ad ora perché quel mattacchione di Waters, con la sua voglia di cambiare e sperimentare idee nuove e differenti, si dà all’Industrial/Alternative Metal! Remains è un lavoro criticatissimo e criticabilissimo, considerato quasi all’unanimità come un flop a livello qualitativo: ormai il musicista è completamente solo e non chiama a sé nessun batterista, rimpiazzando l’umano mediante una drum machine, rappresentante in questo disco il massimo dell’autarchia in casa Waters. Vi è una chitarra dai tratti sporchi, ruvidi e graffianti, i riff sono semplici e ritmati trovando uno stile molto vicino al Groove Metal di quel tempo, in molte canzoni è presente una forte componente elettronica di sottofondo, con le vocals spesso e volentieri pesantemente effettate (escamotage usato pure nei due lavori precedenti, ma con molta parsimonia); tutto ciò per nostra sfortuna dona al pubblico un sound molto banale e dalla qualità non esattamente esaltante (tutt’altro…); un disastro in cui qualcosa può essere clamorosamente salvato, vista la presenza di certi riff effettivamente ispirati ed un guitar work “zanzaroso” che verrà in parte ripreso in futuro, oltre ad un paio di song di gusto Speed/thrash semplicemente esaltanti. Peccato che ciò non basti a risollevare il Nostro sa questo tonfo a dir poco clamoroso e disastroso.

E siamo ora nel 1999, a dieci anni di distanza dal debutto: e Waters, dopo il precedente disastro e dopo la scia non esattamente vincente dalla quale proveniva, si gioca la carta del revival. Ritorna quindi in seno al gruppo la formazione del mitico esordio con i tanto apprezzati Rampage e Hartmann: anche la musica vira verso quella direzione, cercando di riprendere a piene mani dai gloriosi tempi che furono. Ecco quindi che si torna a quell’Heavy/thrash tecnico e fantasioso che ci aveva fatto amare tale band dieci anni prima, con strutture non banali, gli assoli ed il riffing spesso esaltanti più una discreta fantasia ritmica. Oltre a ciò, nelle varie tracce vi è un fil rouge connesso ad Alice In Hell che si riscontra in riferimenti lirici e musicali. La potenza e la melodia non mancano, con una band in ottimo stato ad esclusione del cantante: Rampage infatti svolge il suo compitino senza strafare, risultando una semplice riproposizione di ciò che era un tempo, solo più sbiadito e pallido. Nonostante questo, il platter in questione si dimostra essere un buon lavoro, che al netto di un paio di passaggi a vuoto ed un singer non esattamente in forma sa dare parecchio agli amanti del genere, risollevando le quotazioni degli Annihilator dopo due album deludenti. Un disco che oggi dai più è dimenticato e che invece merita di essere riscoperto per le sue qualità, oltre ad una ritrovata ispirazione e delle strutture divertenti da seguire. Per chi vi scrive una piccola perla.

Nel 2001 torna il tank canadese in azione con un nuovo lavoro ed una nuova formazione. Rampage, visto il suo atteggiamento decisamente troppo “rampante” e dedito agli eccessi tipici della rockstar, viene cacciato e al suo posto viene reclutato l’ex Overkill Comeau. Frutto di questa decisione e dalle idee di Waters, il gruppo va a sfornare un altro lavoro decisamente riuscito: Carnival Diablos.
Altro platter di scuola squisitamente Thrash ma questa volta più lineare, con alcuni ammiccamenti a volte più melodici, altre invece molto più moderni con tanto di delizioso omaggio all’Hard Rock più classico (genere come già detto molto amato dal leader): nelle varie song del platter si segnala un’ottima perfomance dietro alle pelli con ritmiche tritaossa alternate ad altre più controllate ma sempre ispirate, un guitarwork fulminante, incisivo e nervoso che come sempre va ad esplodere negli assoli; oltre alla voce potente, acida e velenosa del nuovo acquisto dietro il microfono. Tutto ciò contribuisce a darci un buon lavoro di stampo Thrash Metal che non va per forza a guardare indietro ai magici anni ’80, cercando anzi di proporre qualcosa di più moderno e al passo con i tempi.

Arrivati a questo punto finisce la disamina della prima parte della carriera della band proveniente dalla terra degli aceri: una discografia – è proprio il caso di dirlo! – fatta di gioie e dolori, un’altalena che andrà avanti fino ai giorni nostri. Nonostante gli insuccessi e i periodi bui il gruppo è andato avanti con un Jeff Waters che sebbene sia stato accusato a più riprese di essere un dittatore si è sempre dimostrato particolarmente umile (come testimoniano le interviste) ed ha sempre versato apprezzamenti verso le band della seconda ondata (Testament, Exodus, Overkill o Heathen soprattutto) che a suo dire non hanno mai mollato il colpo ed anzi, sono sempre andate avanti per la loro strada.

 

Sebastiano Dall'Armellina

sebastiano

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