Anarchy in the UK: il punk inglese – parte 2: Teenage Kicks & Orgasm Addicts

Anarchy in the UK: il punk inglese – parte 2: Teenage Kicks & Orgasm Addicts

Anarchy in the UK: il punk inglese – parte 2: Teenage Kicks & Orgasm Addicts

Non solo Pistols, insomma, ma anche tanti gruppi che hanno coltivato parallelamente le stesse istanze, con o senza una diretta influenza dai Londinesi e ognuno (o almeno i migliori) con un proprio inconfondibile marchio di fabbrica.

Il primo gruppo che spesso (e giustamente) la storiografia affianca a Rotten e compagni è quello formato da Brian James, chitarrista; Chris Millar (rinominatosi Rat Scables) batterista; Ray Burns (aka Captain Sensible, lo stesso che tutti conoscono per il singolo solista Wot!), bassista; e il becchino Dave Vanian alla voce. Questi ragazzi sono coinvolti fino alla metà degli anni ’70 in una girandola di band, affiancati anche da altri personaggi che saranno protagonisti delle prossime pagine. Ma quello che conta, adesso, è che nel gennaio 1976 i quattro sono una band ufficiale e decidono di assumere il nome di Damned. L’esordio di questi predestinati avviene il 6 Luglio dello stesso anno di supporto ai Sex Pistols, eppure il gruppo è esattamente uno dei meno Pistolsiani di queste pagine. Se la scanzonata ironia e l’incontenibile frenesia delle loro canzoni può suscitare nell’ascoltatore una analogia con i Ramones (i Damned avevano assistito ad un loro concerto il 4 Luglio 1976), la gustosa inclinazione alla melodia pop, così come il look di Vanian, richiamano evidentemente il Glam Rock, mentre l’irruenza ritmica è un segnale della provenienza Garage di molti componenti. Questi sono gli ingredienti che fanno della musica del quartetto londinese una delle proposte più interessanti e iconiche del punk inglese. Un assaggio lo si poté avere dal loro primo singolo, che poteva vantarsi di essere anche il primo disco di punk inglese mai pubblicato (22 ottobre 1976) che presenta l’indimenticabile New Rose, che tradisce le vellità dei Damned: nel loro inconfondibile punk si nasconde un glam – pop lanciato a velocità supersoniche, come un Marc Bolan che fa le proprie cover dei Sex Pistols. Niente male per la prima canzone punk inglese! Il lato b di quel singolo è occupato da un’adrenalinica cover di Help! dei Beatles.

Il primo album, che contiene pure quel singolo al suo interno, non si fece molto aspettare: Damned Damend Damned – questo il titolo dell’LP – vide la luce nel 1977 grazie alla stessa etichetta che pubblicò New Rose/Help!, l’indipendente Stiff Records di Dave Robinson e Jake Riviera, che ebbero anche l’intuizione della bellissima copertina, con i membri del gruppo con i volti ricoperti di torta, efficace rappresentazione del suono violento e dolce insieme dei Damned. L’introduzione è affidata alla straordinaria Neat Neat Neat: si apre con un riff di basso pienamente punk, attraversa un ritornello call-and-response trasudante di Glam e quindi il breve, veloce assolo di chitarra di rito tra una strofa e la successiva: un piccolo capolavoro punk e la canzone più bella del disco. Non tutti gli altri brani sono altrettanto sorprendenti ma Fun Club, See Her Tonite e la cover di 1970 degli Stooges (qui rinominata I Feel Alright) consegnano meritatamente alla leggenda questo album povero nei mezzi ma ricco di energia. Delude invece un po’ tutti il successivo Music For Pleasure, che mitiga un l’irriverenza dell’esordio per consegnare un risultato inconcluso, tra garage rock e punk ma senza guizzi davvero memorabili se non nell’interessante lavoro chitarristico di Alone (questa volta le chitarre sono due: si è aggiunta quella di Lu Edmonds).

Le difficoltà che seguono, anche a causa dell’inatteso successo e dell’abuso di droga e di pressioni, portano all’allontanamento Brian James e Rat Scabies, benché quest’ultimo avrebbe fatto ritorno pochi mesi dopo, e Captain Sensible a prendere il posto di chitarrista e, dopo un cameo addirittura di Lemmy Killmster dei Motorhead (!), Algy Ward a sostituire quest’ultimo al basso, forte della sua esperienza con i Saints con i quali aveva da poco registrato il bel Eternally Yours. Da questa formazione esce, nel novembre del 1979, un inaspettato capolavoro, Machine Gun Etiquette, che si fa forte di un apparato rock più solido, sfiorando persino alcune sonorità da opera rock alla Who (compaiono infatti le tastiere), mettendo a frutto gli elementi più ricchi del glam e ricoprendo il tutto con una inedita vena dark, pur senza rinunciare allo spiritoso ed inarrestabile punk degli esordi. È una ricetta che rende unici alcuni dei brani più brevi e diretti come il singolo Love Song e l’incontenibile Anti-Pope; ma che permette anche al gruppo di espandere i propri orizzonti sonori con brani più crepuscolari, come Plan 9 Channel 7, dalla interpretazione inconfondibilmente Joy Division-ana, I Just Can’t Be Happy Today, e soprattutto la splendida Smash It Up, con una bella apertura con una chitarra rock in primo piano tra Bowie e la rock opera, quindi una repentina accelerazione, con piano rock and roll e cori coinvolgenti e ricchi di entusiasmo. Tra le curiosità, Joe Strummer e Mick Jones a fare le backing vocals della title track e la presenza di una canzone chiamata Noise Noise Noise, forse un richiamo alle nuove sonorità giocando con il titolo di Neat Neat Neat?

La virata gotica prosegue imperterrita con il Black Album (1980), che ospita i diciassette minuti di Curtain Call e una facciata live, ma da questo momento in avanti diventa meno interessante per noi seguire le vicissitudini dei Damned, tra cambi di formazione, ritorni e dischi sempre nuovi. Quanto accaduto negli anni ’70 è assolutamente sufficiente a testimoniare l’importanza del gruppo di Londra per l’economia della musica punk e il superamento dei suoi stereotipi.

Decisamente più umile e sotto meno riflettori si è invece sviluppata una vicenda altrettanto amata, quella degli Adverts di TV Smith, Gaye Advert (questi due futuri coniugi), Howard Pickup e Laurie Driver, che pure erano compagni di etichetta dei Damned e sono anche ricordati in un manifesto il cui slogan è diventato uno dei più famosi del punk inglese: “I Damned sanno suonare tre accordi, gli Adverts uno solo. Vieni a sentirli tutti e quattro” che rappresenta la cartolina di uno dei gruppi più fedeli ai dettami dei Sex Pistols. Questo nulla toglie alla forza espressiva della combriccola di TV Smith, gruppo che più di qualunque altro ha convogliato la rabbia e l’incomprensione adolescenziale nelle schegge del disco Crossing the Red Sea With the Adverts (1978), al cui vertice non può che essere annoverata Bored Teenagers (We’re just bored teenagers/ looking for love/ or should i say/ emotional rages). Sono suoni quasi thriller quelli degli Adverts, grazie all’incedere marziale della batteria e del basso e alla chitarra tagliente, conditi dalla voce di TV Smith efficace sia nelle strofe quasi “recitativi” sia nelle sfuriate dei ritornelli. È in questo modo che a canzoni semplici è conferito un sound molto personale, che benedice One Chord Wonders (nomen omen), No Time To Be 21 (come prima), New Church e Gary Gilmore’s Eyes. È a ragione che Crossing the Red Sea è stato da subito considerato un classico. Del successivo Cast of Thousand (1979) c’è purtroppo poco da aggiungere: suona più generico e solare, con elementi new wave e pop, ma non ben innestati.

La via pop al punk sarebbe invece stata benedetta da un altro gruppo, gigantesco, che bazzicava la Manchester di quegli anni: i Buzzcocks, la cui preistoria racconta di una fase contraddistinta dalla leadership del cantante Howard Devoto, con il quale hanno rilasciato il breve ma penetrante EP Spiral Scratch, con il caratteristico assolo “a due note” di Boredom. Tuttavia, i piani di Devoto erano altri, e lascia la band per formare i Magazine, gruppo impostato su un post punk/new wave intelligente ma piuttosto freddo (artsy, diremmo oggi), il cui esordio omonimo contiene comunque il capolavoro Shot By Both Sides, quasi un western-punk di sorprendente creatività, e si conferma un disco di buon livello grazie a Definitive Gaze, My Tulpa, The Light Pours Out of Me; frutto del distaccato sarcasmo del leader. Ma torniamo ai Buzzcocks. Il leader della formazione classica diviene il cantante e chitarrista Pete Shelley, con Steve Diggle (chitarra, basso, voce), John Maher (batteria) e Steve Garvey (basso). I nuovi Buzzcocks spogliano quasi completamente il punk delle sue istanze più strettamente politiche per scolpire una formula inimitabile (e infatti mai eguagliata nella storia) di melodie, ritornelli e lascivia ironia, unita indissolubilmente ad una certa malinconia latente. Tra il 1978 e il 1979 pubblicano un terzetto di album classici che possono tranquillamente competere con i primi dei Ramones: Another Music in A Different Kitchen, Love Bites, A Different Kind of Tension.Ma soprattutto, nel 1979 esce il testamento definitivo dei Buzzcocks: si tratta di Singles Going Steady, raccolta memorabile che, al netto di qualche mancanza (come la bellissima Nostalgia, da Love Bites, da più parti omaggiata con delle cover, come accenneremo) fa ordine tra i primi singoli e i primi due dischi in studio. L’inizio è scoppiettante con Orgasm Addict, primo singolo pubblicato e chiarissima dichiarazione degli intenti musicali del gruppo. Attraverso lussureggianti melodie come quella di Everybody’s Happy Nowadays e Harmony in My Head, pseudo-scioglilingua a rotta di collo come Ever Fallen in Love? (uno dei loro singoli più famosi) e I Don’t Mind, rimaneggiamenti di pop di altri tempi (Promises), cadenze intelligenti alla Talking Heads (Why Can’t i Touch It?) e sardonici punk (Oh Shit!) Singles Going Steady è un adrenalinico concentrato di divertimento sbarazzino e strafottente, a testimoniare quasi con imbarazzo la superiorità delle capacità di songwriting della coppia Shelley – Diggle. La ristampa su CD ospita anche brani dal terzo disco (You Say You Don’t Love Me e Raison D’Etre) come assaggio della maturazione contenutistica del gruppo, che si è ritrovato, senza rinunciare allo stile musicale inconfondibile, dal parlare di orgasmi al ragionare di Burroughs. Sfortunatamente, anche in questa ristampa manca la splendida I Promise così come un’altra perla il cui titolo è impossibile da confondere: I Don’t Know What to do With My Life.
Subito dopo, lo scioglimento. La reunion avviene precocemente, con le prime uscite discografiche del nuovo corso già alla fine degli anni Ottanta: inutile dire, tuttavia, che l’epoca d’oro dei Buzzcocks era già passata da un pezzo.Eguagliati da nessuno, come abbiamo detto, i Buzzcocks hanno comunque diffuso questo verbo di punk con sangue pop a molti discepoli. Il collegamento più diretto arriva proprio attraverso una cover di Nostalgia, come abbiamo già anticipato: gli autori sono i Penetrations, guidati dalla voce femminile di Pauline Murray, che ripropongono il classico dei Buzzcocks senza stravolgimenti melodici, ma vestito del caratteristico (e personale) approccio al punk della band: senza rinunciare all’immediatezza dei refrain, i Penetrations fanno il loro sound più tagliente e appesantito, talvolta al confine con l’Hard Rock, come giustamente sottolineato già da altri ascoltatori e critici, e un’irruenza canora non lontana da quella di una Patti Smith.Su queste coordinate si muove tutto il primo disco in studio del quintetto (le chitarre infatti erano due: quella di Fred Pursel e quella di Neale Floyd), Moving Targets. Prova ne sono Free Money, con uno degli assoli più esaltanti; la febbrile Don’t Dictate, il loro singolo più famoso, riecheggiante le Slits, e Movement, condotta da stimoli nevrotici post-punk. In ottica del superamento degli stereotipi di genere (musicale) il brano più interessante è Reunion, un recitativo quasi dark – confermato dal risuono di campane – su preziosi arpeggi di chitarra scossi da estemporanei riff hard rock. Forse scritta con la mente al rock del passato, in realtà questo brano non va lontano rispetto a quello che avrebbero fatto, da lì a poco, i Cure. Anche quando la musica si assesta sul punk melodico più tradizionale, comunque, non delude: Life’s A Gamble risulta infatti forse la canzone più elettrizzante del lotto. Seppure misconosciuto, Moving Targets è un disco di assoluto spessore, probabilmente il più sottovalutato del sottobosco inglese dell’epoca.https://www.youtube.com/watch?v=OIj5sR91alo

Il sequel, Coming Up For Air, non porta nessuno stravolgimento, se non un certo irrobustimento del suono, fattosi più rock; e si propone come una buona appendice del predecessore. Il chitarrismo elaborato fa di nuovo capolino nel bell’assolo di Challenge e soprattutto nell’iniziale Shout Above The Noise, il brano migliore, e si distingue un tentativo di cercare nuove vie nel il drumming frenetico sulla filastrocca seguita dal coro umbratile Party’s Over, ma aumentano anche i brani secondari e dimenticabili, che non celano un certo senso di incompiutezza. Rimarrà per trentacinque anni l’ultimo capitolo discografico del gruppo, mai ufficialmente scioltosi.

Altra voce femminile iconica e per un certo senso paragonabile a quella di Pauline Murray appartiene alla scozzese Fay Fife, al secolo Sheilagh Hynde, dei Rezillos. Il gruppo di Edimburgo ha lasciato soltanto un album, Can’t Stand the Rezillos, per la verità piuttosto bello, che è riuscito nel corso degli anni a dimenarsi fino ad assurgere a “classico minore” del punk rock britannico. Presentato da una simpatica copertina coloratissima e grafiche fumettistiche, Can’t Stand the Rezillos è una piccola oasi di divertimento e ironia, pullulante di riferimenti sci-fi (come nella energetica apertura Flying Saucer Attack). Non mancano comunque altri numeri scoppiettanti, tra i quali i preferiti dei fans sono Top of the Pops e la gutturale Somebody Gonna Get Their Head Kicked in Tonight; la voce della Hynde brille comunque anche su Destination Venus, ancora insaporita da atmosfere spaziali, e I Can’t Stand my Baby. Per il resto ai Rezillos non rimase che pubblicare un disco dal vivo (Mission Accomplished…But the Beat Goes On) nel 1979 prima di uno iato di trentacinque anni, senza mai ufficialmente sciogliersi, e ripresentarsi sul mercato discografico con Zero, nel 2015.

Probabilmente, tuttavia, il ruolo di comprimari ai Buzzcocks come gruppo pop punk più iconico del decennio spetta ai Londinesi Vibrators, ovvero Knox, John Ellis, Pat Collier e Eddie Edwards. Già nel 1976 registrano nel  l’effervescente Pure Mania, che stipa in 34 minuti ben quindici canzoni, alcune delle quali ancora sporcate delle melodie languide del glam e dalla spensieratezza della beat generation: si ricordano in particolare Baby Baby  e London Girls tra la canzoni più zuccherose, ma fanno egregiamente la loro parte anche l’irruenza di Into the Future… e del rock‘n’roll di Stiff Little Fingers (nome che avrebbe ispirato quello della storica band irlandese di Jake Burns: ne parleremo). Certamente si percepiscono ancora Iggy Pop e Marc Bolan tra le note di Pure Mania, ma non potrebbe essere altrimenti vista la sorprendente precocità di questo gruppo. Poco male: i divertenti Vibrators restano giustamente, grazie al loro esordio, uno dei gruppi più coccolati dalla critica appassionata di musica punk rock delle origini. La loro carriera, tutt’altro che breve come è stato invece per altri complessi della loro generazione, è stata particolarmente lunga e prolifica (seppur con alcuni cambi di line-up, talvolta pesanti), ma i dischi successivi non avevano tanto da aggiungere a quanto offerto da Pure Mania: il sequel, V2, non fa che ripetere volenterosamente le potenzialità power-punk di cui avevano già dato prova. Un bel disco, ma consigliato solo ai veri affezionati. Abbandonati da (quasi) tutti, i VIbrators si fanno rivedere con Guilty nel 1982, per proseguire poi tutto il decennio e quello successivo con formazioni mutilate e uscite discografiche di nessun interesse.

E a proposito di icone, come non ricordare gli irlandesi del nord Undertones, (John O’Neill – chitarra, Feargal Sharkey – voce, Micheal Bradley – basso, Billy Doherty – batteria)? Ormai scolpiti nella storia, sicuramente grazie all’endorsement del leggendario giornalista e disc-jockey John Peel, che andava ribadendo come la loro Teenage Kicks (uno dei brani punk più belli di quegli anni) fosse la sua canzone preferita di sempre, ma anche grazie all’ispirato, energico capolavoro discografico del 1979, Undertones, ricco di brani irresistibili come Family Entertainment e Here Comes the Summer, testimoni dello spessore di un gruppo capace di essere versatile e divertente, capace di grandi melodie e di improvvise virate nevrotiche. Benché ricco di canzoni memorabili, tuttavia, è rigorosamente vietato accontentarsi dell’originale disco in studio: doveroso procurarsi l’edizione ristampata che presenta Teenage Kicks, insieme a molti altri singoli di assoluto interesse: sarà anche possibile ascoltare, oltre che Emergency Cases e Smarter Than You, una True Confession molto più elettrizzante dell’originale finita sul disco omonimo. Tutti questi brani citati non erano comunque inediti: provenivano da un superlativo EP di quattro canzoni in otto minuti (Teenage Kicks) che rappresenta un indimenticabile classico della storia del punk. Per l’ispirazione delle canzoni, sempre coinvolgenti e ricche di spunti melodici imprevedibili, la potenza ritmica e lo spettro stilistico capace di svariare da tematiche energetiche e giovanili ad altre più ribelli ed ansiogene, è difficile non pensare che una reissue ben curata (come la 30th anniversary edition uscita per l’etichetta Salvo nel 2009) sia uno dei più grandi dischi punk di tutti i tempi. Anche per gli Undertones si ricordano tanti dischi negli anni ’80, e qualche soddisfazione commerciale da solista per il cantante Feargal Sharkey, ma cosa si poteva davvero aggiungere di nuovo agli autori di Teenage Kicks?

Nel punk inglese c’era spazio anche per gli insospettabili. Brani come From My Heart, One Hundred Punks, Kiss me Deadly e soprattutto Ready Steady Go colorano di tinte Pistolsiane il primo disco omonimo dei Generation X, alla voce dei quali si fa le ossa la futura superstar Billy Idol. Sospeso tra rock and roll revival, notevoli incursioni più agguerrite (Your Generation) e una certa dose di citazionismo, Generation X soffre la presenza di troppi brani anonimi per essere un disco davvero bello. Un peccato, visto quanto dimostrato da una manciata di brani ispirati e energici. Il bis dell’anno successivo, Valley of the Dolls (1979) si avvale di canzoni di maggior estensione (più volte toccando o superando i cinque minuti) e della piccola hit King Rocker. Purtroppo, il risultato è un disco noioso, che ha davvero poco da dire e che può essere consigliato tuttalpiù agli aficionados del cantante. Curiosamente, Idol (così come il bassista Tony James e il batterista John Towe) vantano anche una breve militanza (siamo nel 1976) nei Chelsea del chitarrista Gene October il quale, una volta persi i futuri Gen X per strada e rimesso in piedi una nuova formazione, nel 1979 pubblica Chelsea, un disco di sorprendente carattere (si senta Decide), che riesce però solo in parte a non far rimpiangere i vibranti, feroci singoli con i quali la loro esperienza era iniziata. Si deve ricordare in particolare Right to Work, penetrante fendente politicizzato che, nel punk britannico degli albori, era meno frequente di quanto comunemente si pensi. A modo suo, un classico: per queste ragioni penso che il disco migliore attraverso il quale assaporare il repertorio dei Chelsea sia quello di procurarsi una buona raccolta, come The Punk Singles Collection 1977-82, rilasciata nel 2000, con altre chicche come High Rise Leaving. Per fortuna il tempo, spesso, sa essere riparatore…

Tra i nomi all’epoca (relativamente) popolari ma non particolarmente geniali menzioniamo i 999, vicini ai Generation X per look e le cadenze pop dei loro rock and roll. È sorprendentemente buono il successo riscosso dai loro primi due album: l’omonimo del 1978 si segnala per il grande numero di brani che sarebbero diventati delle piccole hit, già precedentemente usciti come singoli: Me and My Desire, Emergency e I’m Alive. Al di fuori di questi episodi sicuramente buoni, tuttavia, c’è poco altro, e il gruppo finì destinato a scalare “al contrario” le gerarchie del punk rock, finendo nel cassetto dei ricordi. Niente di diverso per il successivo Separates, che affianca ad alcune canzoni interessanti (Homicide e soprattutto Crime, in due parti) altre mediocri, con il solito risultato… a mezza via. Separates può essere considerato il disco più bello dei 999, ma il consiglio per ascoltare il gruppo è quello di procurarsi una raccolta che comprenda i loro brani migliori, come The 999 Singles Album (però lacunosa di Crime).

Dopo una gavetta nei territori del glam rock e in importanti gruppi proto-punk (gli Holliwood Brats per Casino Steele, i London SS per Matt Dangerfield) cinque Londinesi (Honest John Plain, Duncan Reid e Jack Black oltre ai già citati) aggiungono un pezzo importante allo scacchiere punk rock d’oltremanica: i Boys. Forti di un solido contratto discografico con la NEMS (cosa di cui ben poche band inglesi potevano contare) I loro primi singoli (I Don’t Care e First Time) impreziosiscono il disco omonimo del 1977, punk rock canonico ma di fattura rimarchevole dal cui lotto si distingue la fulminea Tonight grazie ai suoi riff “di peso”, tuttora il brano più famoso dei Boys. Così si guadagnano le attenzioni di John Peel e la visibilità per un secondo album, promosso nientemeno che con un tour insieme ai Ramones, gruppo il cui stile, tra l’altro, fa decisamente eco nelle canzoni dei Boys, come evidenziato dall’emergere di melodie “stupide” e bubblegum, seppur su ritmiche mediamente meno veloci di quelle dei quattro newyorkesi. Alternative Chartbusters esce nel 1978, a cinque mesi dal precedente, e lascia invariata la ricetta di punk rock “divertito e divertente”, se non per la spiazzante presenza della ballata T-Rex-iana di Heroine. Le morbidezze aumentano nel terzo disco, To Hell With the Boys, introdotto da una bizzarra reinterpretazione della Sabre Dance di Chacaturjan, che fa sfoggio di un melodismo più accentuato e di brani mediamente più lunghi, segno di una sorta di maturità artistica e compositiva. Quando esce il quarto disco Boys Only (1981) i Boys avevano già fatto partire il progetto parallelo The Yobs (ottenuto invertendo la B e la Y nel nome) con il quale avevano firmato nel 1980 un dissacrante album di cover di brani natalizi, Christmas Album. Il bassista con il quale fu registrato Boys Only, Howard Wall, proveniva a sua volta da un’altra piccola realtà punk Londinese coeva ai Boys, i Lurkers, che tra l’altro aveva un sound molto simile a quello della band di Steele e Dangerfield. Senz’altro niente di memorabile e decisamente inferiori ai Boys, sono autori di Fulham Fallout (1978) e God’s Lonely Man (1979), l’ascolto dei quali è consigliato però solo per completismo.

Concludiamo questa parata di gruppi punk dal sound “essenziale” con due gruppi tutto sommato secondari ma, a modo loro, curiosi: i giovanissimi Eater, che arrivano al disco d’esordio (The Album, 1977) ancora minorenni con punte come i tredici anni del batterista Dee Geenrate; e i Johnny Moped, che aprono il disco Cycledic (1978) con una delle bonus track più creative mai ideate: la prima traccia del vinile consisteva in un doppio solco, come due spirali concentriche, e solo il caso avrebbe determinato il percorso della puntina: avrebbe potuto capitarti la convenzionale VD Boiler oppure l’assurda Mystery Track. Un espediente davvero simpatico che rende in un certo senso memorabile un disco che, come quello degli Eater, non era in realtà nulla di che.

Nel frattempo, però, il punk rock aveva imboccato strade imprevedibili grazie alle intuizioni di musicisti geniali e coraggiosi…

 

 

 

 

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