Anarchy in the UK: il punk inglese – parte 1: self-titled

Anarchy in the UK: il punk inglese – parte 1: self-titled

Anarchy in the UK: il punk inglese – parte 1: self-titled

Assurto quasi a ragione di vita per molti, odiato visceralmente da molti altri, il punk ha marchiato a fuoco l’ultimo mezzo secolo di musica popolare, e la sua onda lunga ha invaso moltissime delle scene e delle realtà musicali rock che, negli ultimi decenni, hanno maggiormente goduto delle attenzioni del pubblico e della critica. Tutto ciò, beninteso, era prevedibile per una cultura che da un lato ha rappresentato la più grande rottura della storia della musica per chitarre, dall’altro, proprio di quella musica si è rivelato il genere più variegato, mutevole, flessibile, più disposto a rinnovarsi e più capace nel superare confini nazionali e barriere culturali. Ridiscutendo il proprio ruolo in un mondo che cambia velocemente, talvolta ridiscutendo i propri valori e le proprie priorità, il punk ha superato le porte del nuovo millennio in una moltitudine di accezioni e interpretazioni. Discuterle tutte sarebbe impossibile: in questa sede ci preme ricordare le vicende e gli attori di una stagione tra le più fondamentali: quella britannica tra il 1976 e il 1979.

La vicenda del gruppo punk più importante della storia inizia nei primi anni ’70 con due protagonisti: uno inconsapevole (ovvero la rock band senza troppe pretese The Strand, che si esibiva per i locali di Londra utilizzando strumenti ricavati dai furti del cantante Steve Jones – memorabile quello ai danni di David Bowie) e uno fin troppo consapevole, il proprietario di un negozio di abbigliamento alternativo chiamato Let it Rock: Malcom McLaren, appassionatissimo di musica underground e fermamente intenzionato a fare la storia. McLaren aveva assistito con entusiasmo ad alcuni concerti dei Losangelini New York Dolls e per un breve periodo ne divenne addirittura il manager, potendo così assistere in prima persona alle peripezie di un gruppo leggendario e quelle di un’intera scena musicale – il garage rock – alla quale i New York Dolls appartenevano come protagonisti e che si era guadagnato la fama di movimento musicale più rivoluzionario del rock dell’epoca.

McLaren aveva la chiara intenzione costruire dalla sua parte dell’Atlantico un gruppo e un movimento musicale simile, e vide nei dismessi, sporchi, ribelli Strand i protagonisti adatti: detto e fatto, ne diventò manager. Ci volle qualche tempo perché una prima formazione venisse messa a punto: a Steve Jones e al batterista Paul Cook si aggiunsero due frequentatori del negozio, scelti naturalmente dal manager e dalla moglie, Vivienne Westwood: il bassista Glen Matlock e il trasandato cantante John Lydon, il quale avrebbe scelto il nome d’arte Johnny Rotten, forse dovuto alla sua scarsa igiene personale e comunque adatta all’immaginario “punk” che dovevano trasmettere. Restava solo trovare un nome un poco più incisivo: nel 1976 divennero quindi definitivamente i Sex Pistols e poterono ufficialmente dare inizio alla propria esistenza, nonostante qualche iniziale tensione ed incomprensione tra il nuovo arrivato cantante e gli altri componenti.

Da quel momento in poi, la vicenda sei Sex Pistols è un susseguirsi di date ed eventi memorabili. A settembre dello stesso anno firmano con un colosso del mercato discografico come la EMI, segno di quanto fossero alte le aspettative sulle possibilità di successo di Rotten e compagni, e il primo giorno di dicembre si trovano in diretta cittadina come ospiti del programma televisivo Today, chiamati in extremis per sostituire la defezione dei Queen: è qui che si resero protagonisti di quello che è forse l’episodio più emblematico del punk inglese, quando ubriachi e provocatori (con tanto di svastiche al braccio) intrapresero uno scambio di frecciate ed insulti con il conduttore Bill Grundy, ubriaco quanto loro: lo scontro degenerò nel momento in cui quest’ultimo lanciò degli apprezzamenti volgari alla presente Siouxsie Sioux, cantante punk (Siouxsie and the Banshees) e amica di Rotten. Questi si rivolse a Grundy chiamandolo “sporcaccione” e “sporco maiale” e fu il primo ad urlare la parola “shit” in diretta senza essere arrestato. Il tam-tam mediatico che fece seguito nei giorni immediatamente successivi e invase tutto il regno non lasciava dubbi: quel giorno il punk era diventato una cosa seria.

Questa rilevanza permise al loro primo singolo, Anarchy in the UK, pubblicato per la EMI appena cinque giorni prima, di entrare ancor più prepotentemente nelle case e nelle orecchie degli inglesi. Il brano entrò nelle charts e a ragione, come possiamo dire a posteriori: Anarchy in the UK è la più bella canzone mai registrata dai Sex Pistols, con il suo attacco indimenticabile fatto di un prepotente riff di chitarra e l’urlo minaccioso e sarcastico insieme di Lydon (right… now…) prima di alcune delle linee di testo più famose del rock in lingua inglese: “i am an antichrist/ i am an anarchist/ don’t know what i want but i know how to get it/ i wanna destroy the passer by…”. Nel mezzo, un paio di stacchi chitarra semplici ma incisivi e pure orecchiabili, fino al “destroy” e al feedback che pone fine ad un brano memorabile, iconoclasta e squisitamente punk.

Nei primi del 1977 Matlock venne sostituito (ufficialmente ma non sostanzialmente, come vedremo) da un giovane scapestrato amico di Lydon, pressoché inabile come musicista benché avesse già militato come batterista agli albori di alcune band: il suo nome era John Simon Ritchie e prese il soprannome di Sid Vicious. Fu l’inizio della fine per il giovane e già debole Vicious, che a causa del successo inatteso improvviso si ritrovò nel giro dell’eroina ed invischiato nella frequentazione con una ragazza, Nancy Spungen, per la quale era innamorato, debole e immatura quanto lui, anche lei tossicodipendente (forse fu addirittura lei ad indurre agli eccessi l’amico) ed ex prostituta. Sid avrebbe manifestato numerosi episodi di autolesionismo e molte volte fu ricoverato per la sua dipendenza; fu poi incarcerato per aver confessato l’omicidio della compagna, ritrovata senza vita in una stanza di hotel a New York (l’effettivo coinvolgimento del bassista dei Pistols, tuttavia, fu fortemente questionato sin dai giorni stessi dell’arresto). Non appena scarcerato, Sid Vicious andò incontro alla fine più prevedibile: morto per overdose. Era il 2 Febbraio 1979.

Ma torniamo a discutere fatti più o meno musicali. Dopo alcuni disordini, all’inizio del 1977, il gruppo ruppe con la EMI, e firmò per la A&M, nel cui organico non rimase però che per una settimana. Il terzo, definitivo contratto fu invece stipulato con la Virgin Records, a metà Maggio, e il 27 dello stesso mese vide la luce il secondo storico singolo della band: God Save the Queen, ancora una volta imperniato su un riff coinvolgente e proclami non esattamente rispettosi delle istituzioni (God save the Queen/ The fascist regime/ God save the queen/ She ain’t an human being) e termina con uno dei loro inni più famosi (No future/ No future/ for me). Meno eccellente di Anarchy in the Uk dal punto di vista musicale, ma egualmente distruttiva, la canzone fu censurata da più parti, ma riuscì comunque a raggiungere il primo posto delle classifiche del Regno Unito (anche se, per ragioni di ordine pubblico, venne dichiarata al secondo posto dai media ufficiali). God Save the Queen fu anche e soprattutto al centro di un altro episodio chiave per Rotten e compagni: questi affittarono una barca e decisero di suonare il proprio nuovo singolo davanti alla sede del parlamento del regno unito, in concomitanza con il Silver Jubilee che festeggiava il venticinquennio del regno della regina Elisabetta. Come prevedibile, l’evento finì interrotto dall’intervento delle forze dell’ordine, intenzionate ad arrestare i responsabili: astutamente, Rotten riuscì ad addossare le colpe al manager McLaren (come al solito presente con la band) e liberare sé stesso e i compagni. Questo nuovo evento ebbe una tale risonanza e attirò tanto odio nei confronti del gruppo e dell’entourage da costringerli a continuare il tour in segreto, sotto il falso nome (in realtà un acronimo) di SPOTS, “Sex Pistols on tour Secretly”.

Negli stessi mesi si stava ultimando la registrazione del disco di esordio, che sarebbe uscito il 28 ottobre 1977. Copertina completamente gialla, con una scritta nera a caratteri tipografici allineata in modo non perfetto: “Nevermind the Bollocks, Here’s the” che si completa con il nome della band scritto, sbilenco, nello stesso giallo dello sfondo, individuato da una striscia rosa obliqua: “Sex Pistols”. Il basso era spesso stato ri-registrato da Matlock, presente come turnista, o da Jones, a causa dell’incompetenza di Sid. Molti dei brani erano comunque già stati pubblicati come singoli, lasciando di fatto che si parlasse quasi di una compilation. Molti sono notevoli: l’apertura è affidata ad Holidays in the sun, che accelera improvvisamente dopo un paio di colpi di chitarra; il brano migliore dopo i due singoli più celebri è probabilmente Pretty Vacant, che denota una certa qualità melodica, sia nelle linee di chitarra e basso, sia in quelle vocali di Lydon; senza cambiare formula, Bodies e Liar si rivelano brani trascinanti e fieramente aggressivi, mentre Problems articola il loro riff più hard-rock, insieme alla cadenzata Submission, con il classico “ritornello” corale simile a quelli che avrebbero concepito molti gruppi street-punk a venire. Doveroso chiudere con uno dei brani più distintivi del disco e più esplicativi dello stile del gruppo: EMI, vero e proprio dissing alla casa discografica che li aveva scaricati circa un anno prima. Il disco sarebbe stato (e lo è ancora) aspramente criticato per la pochezza dei mezzi tecnici e la scarsità del linguaggio musicale della band che ha reso molte tracce simili tra loro, inoltre qualcuno vi denota una certa mancanza di sincerità, interpretando i Pistols come una “rivoluzione musicale” pianificata a tavolino da McLaren. Come abbiamo già anticipato in queste righe, non si tratta di obiezioni prive di fondamento: tuttavia io non mi ritrovo tra coloro che riescono ad ignorare la potenza espressiva, l’incisività e anche la pungente ironia dei brani di Nevermind the Bollocks, e resto della ferma opinione rimanga un disco, oltre che leggendario, anche dannatamente divertente da ascoltare: e che si tratti di un’esperienza stimolante è sufficientemente dimostrato dalla mole di gruppi che, dalle due parti dell’oceano, avrebbero intrapreso le stesse orme di questi quattro teppisti londinesi.

Dall’altra parte dell’oceano, in effetti, i Sex Pistols ci sarebbero andati da lì a poco. Il tour negli USA a sostegno del disco appena uscito fu programmato per il dicembre del 1977, poi effettivamente svolto nel gennaio 1978. Fu a tutti gli effetti la croce sulla loro storia, tra disarmonie sempre più accentuate tra i membri, pessime esibizioni, scontri violenti (talvolta orchestrati dallo stesso Mclaren), e un Sid Vicious ormai al culmine della sua follia e al termine della sua folle corsa verso l’autodistruzione. Il 14 gennaio 1978, al termine di una data a San Francisco, Rotten avrebbe pronunciato la più celebre frase della sua vita e forse di tutto il punk: “Ever get the feeling you’ve been cheated?”. Un mese dopo circa, Rotten lasciò i compagni e chiuse di fatto la storia dei Sex Pistols, benché prima dello scioglimento ufficiale i rimanenti si sarebbero trascinati per circa un anno, senza alcun evento di rilievo. L’ex cantante recuperò il suo vero nome, giurò odio a Malcom McLaren e promise che non avrebbe mai più suonato un brano del suo vecchio gruppo in vita sua (mentiva, almeno su questo secondo punto), si mise in società con il primo chitarrista dei Clash, Keith Levene, e diede via alla band più importante della storia di quello che sarebbe stato chiamato post-punk: i Public Image Limited. Purtroppo, la storia del post-punk (e quella dei PiL, come viene consuetamente abbreviato il nome del progetto) è troppo nobile per farne una nota a margine di queste pagine. Della triste fine di Sid Vicious, che avrebbe anche provato a comporre un gruppo con Glen Matlock (senza alcun successo) si è detto. Cook e Jones, i due veri punti di partenza da cui la leggenda Pistols prese il via, provarono a mettere su una nuova band, i Professionals, senza grande successo, e si sono fatti vedere nel corso dei decenni successivi con qualche comparsata come turnisti, talvolta con artisti di fama come Bob Dylan e Iggy Pop. Rimane McLaren, che realizza un film sulla storia dei Sex Pistols (The Great Rock ‘n’ Roll Swindle), prima di perdere i diritti sul nome del gruppo in seguito ad una causa legale vinta da Lydon, e in seguito cerca di capitalizzare la nascente scena hip hop con alcuni lavori solista.

Malgrado quanto detto in questi ultimi paragrafi, non c’è nulla di cui disperarsi. Alla loro separazione, Lydon, Cook, Vicious e Jones lasciano un paese cambiato: nel nuovo Regno Unito sono centinaia le ragazze e i ragazzi che si uniscono a far risuonare vibrazioni punk da una città all’altra: sono tante altre storie, molte delle quali entusiasmanti, che racconteremo tra poco.

 

Avatar

mattia-panariello

Lascia un commento:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *