TITOLO: Errorzone
ARTISTA: Vein
GENERE: Metalcore/Sperimentale
ANNO: 2018
PAESE: USA
ETICHETTA: Closed Casket Activities

I Vein sono una band statunitense formata nel 2013, forte di una gavetta live di tutto rispetto. Rinforzate le proprie ossa a suon di tour in compagnia di band quali Code Orange e Twitching Tongues, i Nostri pubblicano quest’anno (sotto la Closed Casket Activities) l’ album Errorzone, di evidente stampo Metalcore ma con influenze che spaziano tra vari generi, quali: Nu Metal, Deathcore e Progressive. Il gruppo è formato da Anthony DiDio alla voce, Jeremy Martin e Josh Butts alle chitarre, Jon Lhaubouet al basso e Matt Wood alla batteria. Le undici canzoni del disco ci impegneranno per poco meno di una mezz’ora (la maggior parte dei brani non supera i due minuti e mezzo di lunghezza, altri sono anche sotto i due minuti).

L’album si apre con Virus://Vibrance: brano molto influenzato dal Deathcore, aggressivo ed energico che, in un certo senso, viene fatto proseguire con la traccia successiva Old Data in a Dead Machine; che risulta più lenta rispetto alla sua prima parte, ma con più cambi di tempo e con una struttura molto più intricata, rendendola musicalmente più complessa e sicuramente molto godibile. Rebirth Control, traccia più elettronica e tendente all’Hardcore Punk, è una delle più brevi del platter: solo un minuto e sette secondi per poi introdurre Broken Glass Complexion (che sicuramente si batte con la titletrack per il titolo di miglior canzone dell’album). Brano iper-articolato, continui cambi di tempo, di ritmo e di frase musicale; molto sperimentale, include tutte le influenze della band senza tralasciarne nessuna. Con una “chitarra-sirena” nel finale si passa all’intermezzo Anesthesia. C’è poco da dire, una classica “canzone-intervallo” (ma che comunque non dispiace sentire) per spezzare un po’ la tracklist e per dare un senso logico all’album. Subito dopo tocca a Demise Automation: altra canzone super aggressiva (e molto breve), ma meno complessa rispetto alle altre. Arriviamo così al brano più lungo del disco: con ben quattro minuti e quarantasette secondi di durata, si aggiudica il titolo Doomtech. Altro brano molto complesso ed articolato. Anche qui nulla da dire: sembra che ogni genere che tratti questo gruppo sia stato preso e mescolato insieme agli altri in dosi perfette, senza sbagliare assolutamente nulla. Da standing ovation e da “novantadue minuti di applausi (cit.)”. Un minuto di Untitled per poi giungere a End Eternal. Una canzone simil-elettronica tendente a quello che gli “esperti” amano definire come Math Metal. Sembra che le chitarre non sappiano fare altro che armonici, il che dona, appunto, una parvenza di elettronico al tutto. Il brano è ben strutturato nonostante la complessità musicale, rimanendo oggettivamente ben scritto ed enigmatico. La titletrack, Errorzone, continua il filone della canzone precedente, rendendo però il tutto ancora più complesso e confusionario (nel senso buono del termine). Definire un genere per questa canzone sarebbe assolutamente difficile se non inutile. Ancora una volta tutto il Metal moderno viene preso, scaraventato in un pentolone, cucinato a fuoco lento e servito con quella spruzzata di pepe che non dispiace mai. Si passa dallo scream al pulito, dal Progressive/Djent al Post-Hardcore, dall’aggressivo all’iper-sentimentale. Incredibile, immensa, stupefacente (basta, non voglio finire gli aggettivi). Giungiamo al termine con Quitting Infinity, che riporta tutto allo stato iniziale. Aggressiva, molto Deathcore e meno complicata rispetto alle altre. Rimane comunque davvero notevole.

Sia benedetta la funzione “scopri” di Apple Music per avermi fatto scoprire questo capolavoro. E lo ammetto, l’ho scoperto per caso cercando materiale da recensire (e soprattutto che mi ispirasse). Al primo ascolto, questo disco potrebbe addirittura sembrare mediocre. Basterà ascoltarlo ancora una volta, più volte, per lasciar dietro ogni pregiudizio e per poterne cogliere appieno tutte le influenze e sfumature, accorgendosi così di che gran lavoro esso sia. Assicurato, una volta messi insieme i pezzi del puzzle ci si accorgerà del fatto che, effettivamente, questo album è un capolavoro sotto tutti i punti di vista (tanto da finire nella lista dei migliori album del 2018 di RevolverMag). La voce è aggressiva, i chitarristi (soprattutto) sono incredibilmente talentuosi e i brani sono composti con squadre e compasso, legati nel disco in maniera sopraffina. Sento di consigliarlo a tutti i fan di tutti i sottogeneri del Metal, anche a chi odia i cosiddetti generi considerati “da poser” come il Metalcore e il Deathcore. Tuttavia non lo consiglierei mai ad una persona che si stia avvicinando al genere, in quanto questo album è davvero molto complesso come struttura e davvero molto, molto articolato come musicalità (ed è questo il motivo per cui non ho dato il massimo del voto). Nonostante questo, mi devo inchinare di fronte all’immensità di una band emergente come i Vein. Complimenti vivissimi!

VOTO: 90/100

TRACKLIST

  1. Virus://Vibrance

  2. Old Data in a Dead Machine

  3. Rebirth Protocol

  4. Broken Glass Complexion

  5. Anesthesia

  6. Demise Automation

  7. Doomtech

  8. Untitled

  9. End Eternal

  10. Errorzone

  11. Quitting Infinity

LINE-UP

Anthony DiDio – Voce

Jeremy Martin – Chitarra

Jon Lhaubouet – Basso

Josh Butts – Chitarra

Matt Wood – Batteria

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