TITOLO: Saints Preserve Us
ARTISTA: The Rumjacks
GENERE: Punk Rock / Irish Folk
ANNO: 2018
PAESE: Australia
ETICHETTA: FOUR FOUR / Black Matilda Music

Per festeggiare i dieci anni dagli esordi con gli EP Hung Drawn And Portered e Sound As A Pound e il debut-album Gangs Of New Holland (2010) fino a giungere all’ultimo lavoro intitolato Sleepin’ Rough, gli australiani The Rumjacks, band tra le migliori in campo Punk Rock e Irish Folk dell’ultimo decennio, rilasciano il loro quarto album a riprova del fatto che la loro verve creativa e la voglia di portare avanti la loro musica non accenna a spegnersi, anzi, brucia sempre più ardentemente. Il nuovo album, intitolato Saints Preserve Us, è un nuovo manifesto dedicato ai ritmi festaioli e scanzonati dalla band capitanata da Frankie McLaughlin. Dodici tracce adrenaliniche dove il Punk Rock si mischia al Folk e ad una sottile vena Ska Punk che rende il sound ancor più festaiolo e anche irriverente. La title-track piazzata abilmente al primo posto della scaletta regala subito una panoramica a tutto tondo di cosa ci si dovrà aspettare da questo nuovo lavoro: riff graffiati, ritmiche decise e potenti, danze irlandesi portate allo stremo e flauti che fanno la loro comparsa ad incrementare gli arrangiamenti già a partire dalla seconda canzone, Billy McKinley, dove lo Spirito della Vecchia Irlanda ci trasporta all’interno di uno dei suoi pub davanti ad una pinta di Stout mentre la musica ci coccola. Di tutt’altro avviso le successive Bus Floor Bottles e An Por Ar Buile (The Mad Puck Goat) nettamente più votate a ritmi più rockeggianti anche se sempre intrisi di echi Folk; due canzoni con il chiaro intento di incitare allo scatenamento più furioso di ogni singola parte del corpo in una danza sfrenata guidata dall’istinto e dalle note. Una leggera connotazione più melodica e delicata si avverte nella prima parte di Last Orders, quando si viene accolti da una introduzione acustica che con i toni di una ballad romantica apre ad un brano tirato ed energico ma venato di quell’aura melodica che lo rende molto intrigante e trascinante che trova il suo proseguimento e il suo apice in Cold London Rain; canzone forte di un guitar-working equilibrato nell’unire riff granitici a inserti acustici con il basso ben in evidenza e patterns di batteria che sostengono con una leggerezza incredibile il muro sonoro che si crea. Un mix ben riuscito tra veloci cavalcate e intermezzi più cadenzati che concedono respiro e tengono viva l’attenzione sul pezzo. Arrivati a questo punto si potrebbe pensare che tutte le cartucce siano state sparate e che finito il giro di boa la parte rimanente ruoterebbe attorno a quanto già sentito e ad un primo momento potrebbe pure apparire non così lontano dalla realtà. Si riparte con Fare Evader dove si riprende il discorso iniziato con il duo di apertura di questo disco ma dove la componente Irish Folk guadagna più importanza e si mischia a ritmiche sincopate che ammiccano al Reggae più sanguigno mentre il Punk si trasforma in un accompagnamento per le parti più significative del testo. La strada quindi è ancora lunga e la band ha ancora qualche asso nella manica. Una vena romantica esce senza vergogna in The Foreman O’Rourke anche se vagamente nascosta dalla esuberante energia che i The Rumjacks sanno liberare nell’aria; canzone forte anche di una collaborazione di tutto rispetto nella persona del cantante e compositore Paul McKenzie (The Real McKenzies) che regala alla canzone un ulteriore scatto verso l’alto. Pronti ad un altro piccolo cambio? A Smugglers Song, nona traccia, canzone divisa in due parti, una Folk, leggera, delicata, sognante ed evocativa e una sfrenata, ribelle, roboante dove il Punk domina senza trovare resistenza alcuna. Un mix di atmosfere rilassanti e adrenalina che affascina anche se gli elementi sono già noti e come è già accaduto sia in questo album che in altre canzoni della band australiana, immaginare se stessi seduti ad un lungo tavolo di legno con una birra in mano mentre la band suona davanti ai nostri occhi diventa quasi un’idea tangibile. Arriviamo al trittico finale formato dalla goliardica A Dozen Good Reasons To Weep, dalla sognante e melodica ballad If It Kills Me e dalla ribelle Cupcakes dove la somma totale del sound del disco raggiunge il suo acme esplodendo in tutta la sua forza.

Album sublime che festeggia nella maniera migliore il traguardo raggiunto rimarcando la forza selvaggia del suo spirito e le ottime doti tecniche, esecutive e compositive oltre a dimostrare una grande unione non solo artistica nella sua formazione. Non ci sono difetti che richiedano segnalazioni o sottolineature. Un album che scorre senza intoppi e che non annoia nemmeno dopo il decimo ascolto, nemmeno se fosse in loop nello stereo. Dodici canzoni che si lasciano dietro una scia di colori e sensazioni che rimangono ben stampate nella memoria.

 

VOTO: 90 / 100

TRACKLIST:

  1. Saints Preserve Us
  2. Billy McKinley
  3. Bus Floor Bottles
  4. An Por Ar Buile (The Mad Puck Goat)
  5. Last Orders
  6. Cold London Rain
  7. Fare Evader
  8. The Foreman O’Rourke
  9. A Smugglers Song
  10. A Dozen Good Reasons To Weep
  11. If It Kills Me
  12. Cupcakes

LINE-UP:

Frankie McLaughlin – Voce / Tin Whistle / Chitarra

Johnny McKelvey – Basso / Voce

Gabriel Whitbourne – Chitarra / Voce

Adam Kenny – Mandolino / Banjo / Bouzouki / Bodhran / Chitarra acustica / Voce

Pietro Della Sala – Batteria / Voce

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