TITOLO: Spellbound
ARTISTA: Sadist
GENERE: Progressive Death Metal
PAESE: Italia
ANNO: 2018
ETICHETTA: Scarlet Records

Death Metal statunitense o Death Metal svedese?! Scelta ardua, soprattutto se andiamo a prendere in considerazione e a confrontare tra loro i grandi del passato e non solo, quali Death, Deicide, Morbid Angel, Dismember, Entombed e altri pionieri del genere. Ma che dire del panorama nazionale italiano, magari ascoltato in chiave più progressiva, offerente qualcosa di nuovo? Ecco così i Sadist, non proprio recenti ma ancora pronti a regalarci nuovi ascolti, come il loro nuovo album Spellbound, prodotto dalla Scarlet Records.

I Sadist iniziarono la loro carriera nel 1990, ma per l’uscita del loro primo full length Above the Light bisognerà aspettare il 1993; la band rimase attiva fino al 2001, per poi prendersi un periodo di pausa durato fino al 2005, dopo il quale si sono riformati e mai più fermati. Spellbound, uscito il 9 Novembre di quest’anno, è l’ultima creatura del quartetto genovese che già a partire dalla strumentale 39 Steps ripropone l’atmosfericità e la sinfonia presente già nei primi lavori della band, ricreando mediante acute sonorità l’ ingresso in un ascolto che fin da subito mette in risalto il ruolo fondamentale delle tastiere in questo disco. La seconda traccia The Birds si presenta più energica ma sempre mantenendo l’oscura atmosfera della precedente, accompagnata dal growl di Trevor Nadir e sapientemente condita da assoli di chitarra ed effetti ben assortiti. Segue la title-track Spellbound, nella quale la sinfonia fa indiscutibilmente da padrona, mentre Rear Window si sviluppa tra arpeggi distorti e breakdown, lasciando spazio all’atmosfera ricreata dalle tastiere soltanto in corso d’opera e al finale. Arriviamo a metà disco con Bloody Bates, dolcemente acuta e tuttavia provvista dell’ energia necessaria a ridestare l’ascoltatore che tende a lasciarsi trasportare emotivamente dalla bella atmosfera, cosa che non accade in Notorius, in quanto strumentale, dove nonostante l’impegno della batteria e dell’assolo di chitarra a mantenere un certo tono risulta difficile non concentrarsi sul resto. Stage Fright funge da sveglia, rilegando le sinfonie a contorno della voce di Nardir che a tratti diviene via via più acuta trasformandosi nello screamo del bassista e seconda voce Andy Marchini, identica è la situazione della successiva I am the Man Who knew Too Much, nella quale le atmosfere divengono quasi rare, ed il sound Death si fa più deciso. A presentare Frenzy sono arpeggi e un bel breakdown, che lasceranno poi spazio alle tastiere ma solo per poco, a riprendere prepotentemente la scena saranno un incattivito Nadir e una strumentazione decisa a farsi sentire. The Mountain Eagle prosegue sulla stessa lunghezza d’onda reintroducendo un pizzico di atmosfera e deliziandoci con un piacevole assolo di chitarra. Strumentale è il gran finale, Downhill, che chiude inequivocabilmente il varco aperto da 39 Steps in una breve ma secca sinfonia di tastiere.

Giudizio super positivo per la nuova proposta dei genovesi, che hanno saputo accontentare sia i gusti degli ascoltatori pro atmosfera e innovazione che quelli degli affezionati al Death Old School, senza cadere nel trito e ritrito e spingendo chi ascolta in una piacevole oscurità.

VOTO:88/100

TRACKLIST:

  1. 39 Steps
  2. The Birds
  3. Spellbound
  4. Rear Window
  5. Bloody Bates
  6. Notorius
  7. Stage Fright
  8. I am the Man Who knew too Much
  9. Frenzy
  10. The Mountain Eagle
  11. Downhill

LINE-UP:

Trevor Nadir– voce

Tommy Talamanca– chitarra, tastiere

Andy Marchini– basso, seconda voce

Alessio Spallarossa– batteria

 

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