TITOLO: Damned if You Do
ARTISTA: Metal Church
GENERE: Heavy / Thrash / Power Metal
ANNO: 2018
PAESE: U.S.A
ETICHETTA: Rat Pak Records

In nomine patris, et filii et spiritus sancti… amen.
Tranquilli, amici lettori: non sono impazzito né tanto meno ho in serbo per voi una recensione su di un disco degli Stryper. Siamo però al cospetto di una chiesa… di certo molto più simile a quella di Argento e Soavi, ma tant’è. Prima di varcare le soglie di un luogo sacro, è bene mostrare i propri rispetti. Non trovate? Scusate, in caso contrario, se il vostro Alex decide di prostrarsi dinnanzi alla nuova creatura di Kurdt Vanderhoof, infaticabile mastemind dei Metal Church. Una band che dovrebbe far drizzare le orecchie ed i capelli a chi, come il sottoscritto, è letteralmente cresciuto a pane e classic Metal. Fra i re indiscussi di un certo tipo di underground, un gruppo che non ha purtroppo mai raccolto la fama che avrebbe letteralmente meritato; una compagine dedita ai più sacri e puri principi dell’acciaio più virile e prepotente: Power Metal delle origini, grezzo e sanguigno (alla maniera di Wild Dogs ed Attacker), misto a stilemi Thrash più un ottimo substrato di tradizione Heavy europea (dagli Accept alla NWOBHM): questa la proposta che sin da sempre ha caratterizzato il quintetto statunitense, giunto in questo 2018 alla pubblicazione del dodicesimo full-length della propria carriera. Parliamo dunque di Damned if you Do, compatto e possente, composto da dieci tracce che trasudano vecchia scuola da ogni riff, da ogni nota emessa. Del resto, non potevamo né volevamo aspettarci un qualcosa di più o di meno, da un gruppo che fa della coerenza la sua arma migliore. Un disco le cui canzoni ruotano tutte attorno ad un minimo comun denominatore, ad un perno, ad un cardine fondamentale: la passione, quella vera e genuina, inscalfibile ed impossibile da acquietare e figuriamoci sottomettere, azzerare. Proprio perché Damned if you Do non è altro che questo, l’ennesimo parto di cinque alfieri della vecchia guardia, intenzionati più che mai a far quello che sanno fare meglio. Ovvero, tener viva la fiamma e far brillare di luce propria quella fede immensa da sempre riposta nel sacro verbo dell’Heavy Metal. Keepin the faith alive, compito che solo chi ha vissuto certi anni nel pieno del loro splendore può assolvere al meglio. Ogni traccia di questo platter scorre diretta e priva di nodi, dall’inizio alla fine. Potrei prenderne a caso, ognuna di esse fungerebbe da manifesto programmatico dell’intero progetto: l’oscura e misteriosa titletrack, la cadenzata e potente Monkey FingerGuillotine… ognuna di esse riuscirebbe a spiegare in toto cosa c’è, in effetti, di speciale dietro un lavoro del genere. Un lavoro che non fa solamente felici i fan della vecchia guardia e che contemporaneamente tende la mano ai più giovani, spiegandogli come fosse inteso il metal trent’anni fa. Un tempo ormai lontano dal presente, un tempo in cui pazze creature emettevano i propri incauti vagiti in un mondo musicale ancora in fieri e per nulla saturo di proposte differenti. I tempi in cui si sgomitava per farsi avanti, in cui non sempre si riusciva a toccare l’apice, pur riuscendo a risultare speciali anche se solo per qualche anno. Inutile ribadire quanto la storia sia e non sia dalla parte dei Metal Church. Un gruppo che con il suo omonimo debutto e l’eccellente The Dark riuscì ad accaparrarsi una piccola porzione di podio, ma mai più di questo. Problemi interni alla line up, scelte sbagliate d’ogni forgia, altalene continue: i Nostri hanno superato ogni tipo di scoglio, mostrando fieramente la loro presenza agli anni duemila, superando ostacoli su ostacoli. Ed eccoli qui, ad allietare le nostre orecchie a suon di Metal appena tirato via da una scoppiettante fornace, con ancora bordate di scintille a coronare il tutto. Damned if You Do non è soltanto un disco, è un vero e proprio grido di rivalsa. Il grido di chi ancora può dire e dare tanto al mondo della musica d’acciaio, senza temere concorrenti od eventuali rivali. Un platter che mi fa sorridere felice e scuotere la testa a tempo, che mi esalta e mi catapulta nel periodo d’oro, quando girare con la battle vest ultrarattoppata sul chiodo non era considerato “demodé” ma anzi una prassi vera e propria. Una bella lezione di old school proveniente da chi, certe lezioni, può assolutamente darle. Un bel messaggio a chiunque rimpianga un qualcosa che non ha vissuto e si renda orgoglioso di un passato che non gli appartiene. Lasciate che siano i Metal Church a ricordarci come si suona l’Heavy Metal, diffidiamo di imitatori postumi e saltimbanchi delle retrovie.

VOTO: 90/100

TRACKLIST:

1. Damned if You Do
2. The Black Things
3. By The Numbers
4. Revolution Underway
5. Guillotine
6. Rot Away
7. Into The Fold
8. Monkey Finger
9. Out of Balance
10. The War Electric

LINE UP:
Mike Howe – voce
Kurdt Vanderhoof – chitarra
Rick Van Zandt – chitarra
Stet Howland – batteria
Steve Unger – basso

https://www.facebook.com/OfficialMetalChurch/

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