TITOLO: 26
ARTISTA: KZOHH
GENERE: Experimental Black Metal
ANNO: 2018
PAESE: Ucraina
ETICHETTA: Ashen Dominion

 

 

Gli KZOHH sono un gruppo che va compreso appieno prima di giudicarlo. Il progetto nasce nel 2014 in Ucraina ad opera di cinque ragazzi (dalle cui iniziali deriva il nome del gruppo)  con l’obiettivo di proporre un Black Metal con tematiche Horror. A giudicare dai primi lavori (IAOLTDOTAD e Rye. Fleas. Chrismon. rispettivamente del 2014 e 2015), il complesso proponeva un Black Metal classico, sì a tinte creepy, ma comunque canonico sul piano musicale. Poi, all’improvviso con Trilogy: Burn Out the Remains (2016), la band mette a punto una sfumatura di sperimentalismo, parola sempre odiata dai puristi Black, eppure sembrava  essere un caso isolato. Con 26, invece, pubblicato a distanza di due anni, il gruppo cambia assolutamente rotta: un Metal in cui è ricorrente l’uso dei sintetizzatori e delle atmosfere intese come veri e propri dialoghi tra un assolo e un blast beat di batteria. Un album molto difficile da giudicare, già dal numero di tracce: due soli brani sono a comporre l’album, i cui titoli vengono a presentare le coordinate vere e proprie di luoghi ancora nel ricordo di molti ucraini o russi . Il primo pezzo, 51°23’20″N,30°6’38″E, rappresenta le coordinate di Pripyat, città ancora oggi fantasma a causa delle eccessive radiazioni causate dall’incidente di Chernobyl il 26 Aprile 1986. La seconda, invece, 61°45’17″N,59°27’46″E, si riferisce alle coordinate di un luogo meno noto ma non meno tragico:  presso il passo di Djatlov (negli Urali) 9 escursionisti persero la vita  il 2 Febbraio del 1959 in circostanze sconosciute. La tenda era squarciata e i corpi presentavano forti lesioni: due di loro col cranio fratturato, altri due con le costole rotte ed uno rimasto privo di lingua. Come se non bastasse, i cadaveri erano anche misteriosamente radioattivi. A questo proposito gli KZOHH hanno un arduo compito, ovvero quello di riuscire a rendere questi tragici eventi sul piano musicale. Si tratta di un album sicuramente non di facile ascolto, da ascoltare con remissione, con inquietudine, e anche con una certa sensibilità agli argomenti trattati. La prima traccia si impegna ad essere un climax sul piano compositivo, volto a tracciare un’ascesa di preoccupazione nelle orecchie dell’ascoltatore cercando di rimembrare i fatti di Chernobyl. Strumentalmente parlando è ricorrente l’uso dei sintetizzatori e di effetti, che rendono il tutto spaventosamente concreto. Si odono inoltre le voci degli operatori sovietici che avvertono il danno e con preoccupazione cercano di uscire dalla struttura. Gli ultimi cinque minuti della prima (e penultima) traccia diventa un’atmosfera ancor più decadente, dove il canto in scream straziato si sposa perfettamente con chitarre distorte e da una batteria sempre pronta, con effetti ricorrenti in sottofondo, che rendono il contenuto più inquietante ma più soft stilisticamente parlando.L’intenzione di questo album è di includere l’ascoltatore, di intrattenerlo nella forma più macabra e meno mondana, rendere il tutto una sorta di salmo alle vittime di questi due eventi. Quanto all’ultima traccia, questa si apre con un soffio di vento che ci vuole portare lungo la catena dei monti Urali, luogo del disastro, seguita da un effetto che accompagna una timida chitarra. Una voce baritona da il “La” alla parte metal, in cui il blast beat è ricorrente. Atmosfere, voci indistinte, sospiri ed effetti che sintetizzano la situazione incredibile cui quei 9 escursionisti subirono chiudono il brano e l’album. In conclusione posso affermare che è un album sicuramente interessante e particolare, di difficile ascolto e comprensione, e difficile da digerire per i puristi del Black Metal, per il resto, molto promettente.

VOTO: 80/100

TRACKLIST:

1. 51°23’20″N,30°6’38″E
2. 61°45’17″N,59°27’46″E

LINE UP:

Khorus: Basso

Zhoth: Voce

Odalv: Batteria

Helg: Chitarra

Hyozt: Tastiere e Sintetizzatori

 

WEB:

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