TITOLO: The Hollow Connection
ARTISTA: DITE
GENERE: Progressive Rock/Metal/Alternative Rock
ANNO: 2018
PAESE: Italia
ETICHETTA: Nadir Music s.r.l.

Da un paio di anni a questa parte Belluno sembra vivere una rinascita sotto il profilo musicale rock e metal; una rinascita decisamente progressiva e sperimentale. Tra le nuove leve di questa seconda scena non si può non menzionare gruppi come i Liquid Fear, band Progressive Rock/Metal sperimentale nata a Vittorio Veneto ma composta quasi completamente da musicisti bellunesi; Hypogeum, one man band-Post Black Metal/Avant-Garde bellunese e i Dite, gruppo Progressive/Alternative Rock/Metal di cui parlerò in questa sede. I Dite, dopo un promettente EP, si presentano sulla scena italiana col primo Full Length The Hollow Connection: un album denso di musica e significato, ma dalla scorrevolezza esemplare data da intelligenti soluzioni pop utilizzate con equilibrio e dalla voce melodica e delicata di Mattia Fistarol. Siamo davanti a un Progressive complesso, ma non artificioso: decisamente lontani da pionieri del Progressive Metal come i Dream Theater. I nostri vertono su stilemi più leggeri e tendenti ad una musicalità molto personale che accomunerei in parte agli Haken e in parte al Progressive Rock italiano degli anni ’70, con influenze funky, blues e jazz. Un po’ diverso è l’approccio musicale della voce, orientata su lidi pop e a tratti “teen“: non ho potuto fare a meno di trovare delle somiglianze con Lee Ryan, storico cantante dei Blue. Se le premesse sono stranamente interessanti, l’intreccio tra la musica e le varie “storie” raccontate in The Hollow Connection  lo sono ancora di più.
Il filo conduttore è la psicologia e i testi variano tra flussi di coscienza, episodi di vita quotidiana e storie più o meno reinterpretate non sempre collegate tra loro. Si potrebbe a questo punto pensare ad un concept, tuttavia la naturale evoluzione dell’opera non ha portato (tecnicamente) a ciò: alcune tracce sono state incluse nel precedente EP e hanno un’età cronologica diversa dalle altre; basti pensare al fatto che brani come If so sono stati scritti addirittura quattro anni fa, mentre altri soltanto un paio di anni o qualche mese prima dell’uscita dell’album.
Difatti, proprio con la prima traccia, In Pills, vediamo il primo stream of consciousness dei DITE: aprire il proprio lavoro con un flusso di coscienza è di certo una scelta singolare, come singolari sono le sezioni musicali, ricche di progressioni, ma nelle quali il groove non è mai assente. Con Leap Of Faith, una delle tracce più interessanti dell’album, ci spostiamo sulla letteratura: il brano è ispirato ad un libro di Paul AusterLa musica del caso, ed ha una trama abbastanza inusuale. Due uomini di ceto medio perdono a poker contro due persone molto ricche e, come si può facilmente intuire, non hanno i soldi per pagare la sconfitta. Vengono dunque messi da costoro a costruire un enorme muro per sdebitarsi dalla sconfitta, senza mai sapere il perché di questa richiesta. I due sconfitti realizzeranno col tempo che, nonostante non riescano a capire il motivo di ciò, avranno comunque imparato il valore dell’avere un obbiettivo nella vita
Fill This Page, è una condanna alla guerra: due fratelli vanno in guerra, uno  muore, l’altro si lascia andare ad una lunga ed intensa riflessione: per cosa stiamo combattendo in realtà? Vale davvero la pena tutto ciò? “The power of love/they told me it passed through the door/his mouth never bled/he knew it ain’t worth this damned war”
Nonostante alcune lyrics possano sembrare scollegate tra di loro ed un po’ troppo “nell’aria”, l’incredibile peculiarità di The Hollow Connection sta nell’acquisire un filo logico grazie alle melodie eteree e sognanti che creano un mood coerente a queste nuvole sparse nel cielo che nient’altro sono che le tracce dell’album.
E’ interessante notare come la musica acquisti un diverso colore a seconda dei pensieri espressi dai vari stream of consciousness: If so (quarta traccia), Scars Of Light (Nona traccia) e Sharp Eyes (undicesima traccia) sono accomunati da questa stilistica joyciana, per cui il mio consiglio è, qualora si volesse percepire meglio la sfumatura psicologica del tutto, di considerarle un trittico e di ascoltarle assieme: ciò permette di cogliere ancora meglio le risorse musicali decisamente varie e creative dell’estro artistico della band. Concluso il capitolo degli intensi flussi di coscienza, i nostri razionalizzano il mood con delle tematiche più quotidiane e più facilmente interpretabili: è la volta di Selling A Friend, unico pezzo con un’effettiva storia. Nell’immaginario di The Hollow Connection, il Dio cristiano è un’entita inarrivabile, troppo lontana dall’uomo, che non riceve le risposte che vorrebbe e che non riesce ad immedesimarsi in Questo. Dunque viene creato un nuovo Dio, più umano, coi difetti tipici nei quali è più realista rispecchiarsi. Un Dio ferito che ambisce alla vendetta: in poche parole, un D’io. Arriviamo dunque alla sesta traccia,  Normal Being, che con un titolo antifrastico allude ad un’evoluzione durante lo sviluppo del brano: inizialmente l’essere diversi porta a sentirci fuori posto, soli e non compresi: ma, in fondo, la cosa non ci dispiace per nulla, poiché ci dona individualità rispetto alla massa. Se Normal Being vede due fasi, lo stesso vale anche per God’s Bowl, unica traccia in cui vi è una partecipazione esterna all’album grazie alla voce di Giorgia Canton: Il tema inizialmente si concentra sulla sofferenza del vedere un’altra persona non impegnarsi come potrebbe per starti vicino e dalle conseguenze che possono portare l’autore del brano a stare molto male, sofferenza tuttavia agrodolce poichè, verso la fine del brano, la speranza di un ribaltamento della situazione insorge, lasciando una punta di dolcezza in cima a questa montagna di amarezza (“We could become the night/create a new eye/a new sight/stars have never been smiling as deeply as they do down there”).
About Chance
: brano dalle sfumature un po’ Midwest Emo e Math, parla di quanto l’uomo vorrebbe avere il controllo della sua quotidianità ed essere artefice del suo destino, ma che capisce ben presto che l’ Homo Faber è solo un’amara menzogna senza capo nè coda.
Fermiamoci a considerare il percorso fin qui. L’ultima traccia con voce è Venus, che lascerà spazio alla titletrack strumentale prima di congedarci definitivamente. Venus, dal mood decisamente malinconico pone un tema che definirei “finale” per un album del genere. Essa è una traccia che realizza, in un impeto pessimistico, un concetto chiaro: probabilmente è meglio essere aridi di sentimenti piuttosto che riuscire a percepirli e rimanerne scottati.
Siamo arrivati qui ad una conclusione alquanto geniale: se l’album non ha un filo conduttore e non ha un’evoluzione concettuale, nonostante l’ordine e le storie siano state partorite senza un’idea di base, esso [il filo] emerge prepotentemente nonostante tutto. La verità è che certe cose, per quanto ci sforziamo di nasconderle, emergeranno comunque e non possiamo fare altro che vederlo e prenderne atto. Cari Dite, non so fino a che punto vi siate resi conto di ciò, ma ci siete cascati anche voi!

VOTO: 93/100

TRACKLIST:

01. In Pills
02. Leap Of Faith
03. Fill This Page
04. If So
05. Selling A Friend
06. Normal Being
07. God’s Bowl (feat. Giorgia Canton)
08. About Chance
09. Scars Of Light
10. Venus
11. Sharp Eyes
12. The Hollow Connection

LINE UP:

Mattia Fistarol – Vocals and Guitar
Filippo Viel – Guitar
Simone Giovinazzo – Bass
Emil Bortoluzzi – Drum

WEB:

https://www.facebook.com/Diteband/

https://www.instagram.com/ditebandofficial/

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