ALGHAZANTH – Eight Coffin Nails

ALGHAZANTH – Eight Coffin Nails

ALGHAZANTH – Eight Coffin Nails

 

TITOLO: Eight Coffin Nails
ARTISTA: Alghazanth
GENERE: Melodic Black Metal
ANNO: 2018
PAESE: Finlandia
ETICHETTA: Woodcut Records

Gli Algazanth sono forse uno dei gruppi più importanti della scena Black Metal finlandese. Da definirli come dei maestri, attivi dal 1996, fonti ufficiali affermano che questa sarà la loro ultima produzione musicale; un lutto per gli amanti del genere, i Nostri si fermano al loro ottavo album ufficiale. Curioso pensare come la loro ultima registrazione corrisponda al numero dell’infinito, l’otto, appunto: per sottintendere forse l’immortale ricordo da parte dei fan?
Il complesso finlandese non è un gruppo Black Metal canonico: se sezionassimo accuratamente la scena estrema scandinava, noteremmo come ogni nazione venga ricordata per il proprio stile. Partendo dalla scena svedese, dalla melodia ossessiva unita a stilemi Thrash (Marduk, Dark Funeral, Nifelheim) arrivando sino a brani dal ritmo austero e maligno tipici della scena norvegese (Darkthrone, Gorgoroth, Mayhem, Emperor) per giungere al Raw Black Metal tipicamente finlandese ( Satanic Warmaster, Horna, Impaled Nazarene),  noteremmo senza dubbio la validità di questa tesi da me poc’anzi espressa: ogni nazione spicca per una sua particolarità.
La band in questione, al contrario, propone un interessante Melodic Black Metal, in cui i riff, mai fuorvianti o eccessivi, si sposano ad un ritmo che si pone tra l’atmosferico e il Post, con picchi compositivi che ricordano all’ascoltatore le più tradizionali espressioni estreme.  Eight Coffin Nails, un titolo che sembrerebbe alludere ad un funerale; magari quello della band stessa, la quale intende abbandonare il panorama underground di genere con un ultimo sussulto degno di nota.
Fin dalla copertina notiamo un tema malinconico e oppressivo come l’intero album: otto corpi non meglio identificati (corpi sacrificati forse), vengono posti a formare un cerchio contenente un ulteriore corpo surreale, misterioso, come l’intero paesaggio che aleggia in una pesante foschia dal cielo insanguinato. Le copertine sono da sempre state il punto forte del gruppo, basterebbe pensare all’iconico The Free Faced Pilgrim (2013), in cui due cigni s’intrecciano ricordando cromaticamente (ma anche  simbolicamente)  lo Yin e lo Yang, così come Vinum Intus (2011), in cui una giovane ninfa porge la mano all’ignaro mortale e con l’altra regge l’amaro calice, con un terrificante sole eclissato a fare da sfondo. Musicalmente parlando si ode un ritmo maturo, corroborato dagli anni di esperienza. Una melodia più meditativa rispetto a The Free Faced Pilgrim e meglio registrata si unisce a uno scream ben amalgamato nell’interezza dei brani. Da menzionare anche le chitarre, capaci di rendere questa band unica nel proprio genere e di renderla apprezzabile anche per coloro i quali si avvicinano a questa realtà estrema. The Foe Of Many Masks, è un fulgido esempio di quel che vi ho appena narrato, definirei questo brano come una sorta di catarsi compositiva: in sordina dalle prime note, ma capace di stupire proprio verso la fine; una traccia in cui un riff di chitarra decadente porta l’orecchio fino ad una voce la quale raccoglie le sue forze dalle terre più recondite dell’inferno. Un brano da copertina è proprio l’ultimo: To Flames The Flesh, che con tristezza e concupiscenza chiude l’album gridando addio, portando le chitarre a melodie che possono far rimembrare la storia di questo gruppo, con un intermezzo acustico il quale apre il brano a un riff da lode, e di contro lo chiude ponendo la fine non solo dell’album ma anche della storia di questa band. 

VOTO: 94/100

Tracklist:

  1. Self-Exiled
  2. Facing The North
  3. Aureate Water
  4. The Upright Road
  5. At Their Table
  6. The Foe Of Many Masks
  7. Twice Eleven
  8. Pohjoinen
  9. To Flames The Flesh

 

 

Line Up:

Thasmorg – Voce, Basso

Mordant – Chitarra

Vexd – Chitarra

Gorath Moonthorn: Batteria

 

WEB:

Bandcamp

Stefano Moroni

stefanomoroni

Da amante di storia ogni disco ha un qualcosa da raccontare.. è dunque il mio compito quello di farli parlare, ogni tanto aggiungendo qualche riferimento culturale per stuzzicare ancora di più l'attenzione del lettore. Recensisco principalmente Black Metal, il genere che forse nasconde di più dal punto di vista storico, nonostante adori qualunque genere musicale.

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