Con questo titolo molto clickbait pongo l’incipit per questo nuovo excursus sulle righe di Metal Winds: titolo che in estrema sintesi può rappresentare il sound della band tedesca e che ha un suo fondo di verità.
I Rammstein sono uno dei gruppi musicali tedeschi più famosi sia in Germania che all’estero, grazie al loro cocktail personale ed unico di chitarroni pesanti abbinati a beat pregni di groove, alla fonetica dura della lingua tedesca e ritmiche coriacee; questa miscela esplosiva, insieme a tematiche irriverenti e controverse, video e live spettacolari oltre che fortemente scenografici, hanno portato grande fortuna e successo al sestetto.
Con la loro visione particolare dell’Industrial Metal, di più facile presa rispetto alla media del genere (e denominato da loro come “Tanze Metall”) sono i più noti esponenti della Neue Deutsche Härte e nonostante alcune critiche anche molto feroci, tra le quali quella di essere poco più di “un’immenso baraccone kitsch”, il loro successo è notevole da un certo numero di anni a questa parte.
In questo excursus oltre a trattare della discografia in studio della band, troverà spazio una raccolta – per via della sua ricca e particolare edizione deluxe – e il disco del progetto solista del Singer vista la sua forte correlazione musicale con la band principale.

GENERE:
Industrial Metal

Anno di formazione:
1993 – ancora in attività

La band si forma nel ’93 in Germania e già dagli inizi  il loro sound (ancora molto acerbo ed ingenuo) risulta in parte influenzato dai compatrioti KMFDM, apripista di un sound per certi versi simile, seppur più melodico. I Rammstein con il loro debutto accorpano, accanto ad un sound Heavy Metal,  influenze Industrial, EBM e Dance andando a sfornare con il loro debutto Herzeleid una loro personale visione dell’Industrial Metal; questo lavoro si farà notare nella scena Alternative grazie alla spiccata personalità (stile vocale del cantante Lindemann, uso della lingua tedesca, una mistura di influenze elettroniche nel loro sound) e alla bontà di certe canzoni che faranno incetta di consensi in sede live come ad esempio Wollt ihr das Bett in Flammen sehen?, Asche zu Asche o Du riechst so gut (questi ultimi due saranno dei fortunati singoli).
Come detto prima, si tratta di un lavoro ancora ingenuo, che presenta una certa altalena qualitativa all’interno della sua tracklist, ma che apre alla band tedesca un futuro radioso ed una solida base stilistica sulla quale lavorare e levigare il proprio stile. Le Influenze dalle quali traggono i sei sono sicuramente i Ministry (un pilastro se si parla di Industrial Metal), oltre ai conterranei OOMPH!, gli industrial sloveni Laibach e gli apripista dell’elettronica moderna, i Kraftwerk (autori di una serie di album molto importanti negli anni ’70, tra i quali si segnalano Radio-Activity del 1975 e il loro best seller planetario The Man-Machine, uscito tre anni dopo) e per i puristi del Rock duro si tratta di un imbastardimento difficilmente tollerabile, mentre i metallari più open mind e chi scommetteva sulla scena alternativa trovò in questo matrimonio musicale una band di belle speranze.

 

Per il seguito i fan del gruppo dovranno aspettare due anni per avere un successore al buon debutto e con Sehnsucht i nostri continuano nel migliore dei modi sulla scia di quanto seminato nel 1995.
I nostri tedeschi preferiti nell’arco di due anni ci mostrano un discreto miglioramento tecnico a livello generale, con un impreziosimento a livello vocale da parte del carismatico frontman, specialmente a livello espressivo.
Come detto poco fa lo stile non si discosta più di tanto da quanto fatto prima, ma viene levigato meglio, le songs hanno tutte una struttura molto semplice, con parti soliste e virtuosismi ridotti al minimo, chitarre portanti a livello ritmico – una cosa molto comune in buona parte dei sottogeneri del metal alternativo – e la componente elettronica sempre ben in evidenza e coprotagonista della loro proposta stilistica; il sound è sempre molto eccentrico come nel predecessore, tant’è che malignamente si potrebbe definire la loro musica “Dance con i chitarroni”.
Dal punto di vista di chi vi scrive questo disco (seppur molto amato e con un notevole miglioramento rispetto al passato) non è un capolavoro visto che alcuni brani sono poco interessanti e si fanno dimenticare in fretta: tra i picchi positivi del lavoro invece mi preme citare in primis il singolo Engel (un lento melodico, caratterizzato da una suadente voce femminile ed un fischio ossessivo che si stampa subito in testa), Du Hast con il suo azzeccato andamento heavy/melodico al suo interno, la potente e fortemente ritmata Buck Dich che sarà una  delle grandi protagoniste in sede live dei Rammstein con uno dei loro siparietti più goliardici e riusciti di sempre, con una semplice simulazione di rapporto anale tra il cantante e il tastierista Flake con tanto di venuta di Lindemann per la gioia del pubblico fino alla conclusione della canzone. Proprio da qui gli spettacoli dal vivo si fanno più teatrali e via via più complessi e spettacolari, dando ulteriore fama nel corso degli anni al gruppo.

 

Dopo il successo planetario di Sehnsucht (sorretto da alcuni fortunati singoli come la già citata Engel che aprono definitivamente la strada mainstream) bisogna aspettare fino al 2001 per poter avere tra le mani il terzo lavoro della formazione tedesca: come abbiamo già citato in altri excursus il terzo lavoro in studio è un viatico importante, visto che – una specie di regola non scritta – rappresenta la definitiva consacrazione di una grande band e per nostra – oltre alla loro – fortuna, il disco in questione oltre ad ottenere uno spaventoso successo commerciale, viene considerato da buona parte di fan e addetti ai lavori come il loro capolavoro e nel mio piccolo sono totalmente concorde.
Mutter insomma, per vari motivi è per i Rammstein un disco molto importante, anche per via dell’evoluzione musicale che in questo sigillo discografico viene fatto e che pone le basi per i suoi successori, insomma un disco spartiacque come si suol dire.
La musica qui si fa molto meno danzereccia rispetto ai primi due lavori e si sposta su lidi più squisitamente Industrial, la componente melodica si prende più spazio e le melodie si fanno notare per una ricercatezza maggiore rispetto al loro passato con la presenza di alcune orchestrazioni ben inserite e curate.
Il sound si fa più dark, grazie all’atmosfera oscura, alle ritmiche più marziali, e le chitarre snocciolano una serie di riff più massici e ritmati, contribuendo a dare più corpo e peso alle composizioni nonostante, con tanto di abbellimenti e campionamenti vari a completare questo quadro dannatamente sfizioso e succulento.
Tra la seducente Mein Hernz Brennt e le sue fascinose orchestrazioni, la parata marziale di Links 2 3 4, le melodie di Sonne, la trascinante Feuer Frei!, l’emotiva title track, il groove ritmato di Rein Raus ecc. la tracklist è ricolma di classici del gruppo e il lavoro mostra una maturità invidiabile pur nella semplicità tecnica della loro proposta, che sa essere equilibrata e attenta nel dosare passaggi più pesanti ad altri più melodici con le novità apportate che danno anche una certa freschezza al disco in questione. Da qui in avanti la band giocherà molto con i singoli, nei quali saranno presenti cover, versioni alternative e remix di vario genere.

Come detto prima Mutter pone le basi del rinnovamento stilistico dei Ram+ che insieme alle caratteristiche peculiari e salienti del loro stile (unione di metal/rock e musica elettronica di vario tipo, cantante fortemente personale ed enfatico del singer, uso della lingua tedesca) introduce alcune novità per evitare una pericolosa paralisi del loro stile (orchestrazioni, direzione meno danzereccia e più industriale e maggiore melodia) ed il successivo Reise, Resie (2004) non fa altro che confermare ciò, andando a spingere il pedale dell’acelleratore sulle novità introdotte tre anni prima.
La proposta rispetto ai primi tre dischi ha uno stile più melodico, cosa che ha fatto storcere il naso a molti fan e critici, con alcuni delusi che accusano di una deriva maggiormente commerciale della band; oltre all’alleggerimento sonoro generale le parti melodiche sono maggiori, con più parti a tratti intimistiche e le orchestrazioni inserite in gran numero: quest’ultimo punto è sicuramente una cosa positiva vista la loro qualità ed esse sanno dare un tocco vagamente gotico in certi punti, mentre in altri le atmosfere si fanno più epiche.
La “Dance con i chitarroni” qui ormai è completamente accantonata e accanto ad episodi molto melodici nei quali gli archi giocano un ruolo importante (l’epica Reise Reise, l’intima Ohne Dich) vi sono dei singoli molto radio friendly (Amerika), la dimessa Amour, la semiacustica Los, oltre alle canzoni tipiche del sound di Mutter ma con una vena melodica più accentuata nel quale tornano di prepotenza campionamenti ed effetti vari (Keine Lust, Moskau, Mein Teil, Morgenstern), dando quindi una certa varietà all’interno del lavoro preso in esame, in quella che forse era l’unica evoluzione coerente possibile.
Al quarto lavoro insomma e a nove anni dall’esordio discografico i Rammstein dimostrano una certa maturità e un buon grado di ispirazione con un disco che non riesce a ripetere il livello del predecessore ma ci arriva comunque vicino.

 

Arrivati a questo punto abbiamo visto come la band si prende sempre un certo lasso di tempo nel fare uscire i suoi lavori, quindi ha destato una certa sorpresa e stupore l’uscita di Rosenrot ad un annetto circa dall’ottimo Reise, Reise.
Questo volta i nostri decidono di prendere in mano sei canzoni scartate dalle sessioni di registrazioni del precedente lavoro e accanto ad esse vengono fatte altri cinque inediti per completare il piatto. Ed ecco che esce un altro disco di successo ma con molte più critiche – giustificate – dei precedenti.
Ormai lo sappiamo fin troppo bene, gli outtakes o sono canzoni di gran livello oppure sono canzoni che era meglio lasciare nel dimenticatoio e in tale lavoro si sente questa forte altalena qualitativa e alterna ottime cose come la title track molto ispirata e sorretta da una melodia dark, la feroce e devastante opener Benzin, la potente Mann Gegen Mann o la possente Zerstören che non avrebbero di certo sfigurato nei lavori precedenti; mentre poi per par condicio la mediocrità regna sovrana in brani come la lenta ed inconcludente Spring, la melodica e dimenticabile Stirb nicht vor mir (Don’t Die Before I Do) o la semplicemente banale Hilf Mir, dando quindi un forte disappunto all’ascoltatore; discorso a parte per la latineggiante Te Quiero Puta! che ha ricevuto reazioni contrastanti da fan e critica – a mio personale avviso si tratta di un pezzo ottimo con un’idea di fondo geniale – che con il suo testo in spagnolo, le sue incursioni in salsa Mariachi a base di trombe e voci femminili danno una cosa decisamente fuori dal seminato per la band in questione.
Insomma, nel 2005 Rosenrot è stato un lavoro molto discusso – e discutibile – che per certi versi ha portato ad un passo indietro rispetto alle evoluzioni stilistiche precedenti.

 

Quella di Rosenrot è stata solo una breve parentesi, che molto maliziosamente potremmo definire come il vendere dei semplici scarti in un periodo molto prolifico per i Rammstein.
Questo lavoro non ha nemmeno avuto un tour di supporto e di lì a breve uscirà il primo progetto solista di uno dei membri del combo tedesco: nel 2007 uscirà l’esordio degli Emigrate, band capitanata dal chitarrista Richard Kruspe che qui vestirà pure i panni di cantante, al quale seguirà un secondo lavoro in studio nel 2014.
Questo b-side project musicalmente parlando è molto banale e piatto, parliamo di un rock elettronico molto generico e dozzinale, con idee e soluzioni prese in prestito da altri senza metterci un minimo di personalità propria: se non altro qui il buon Kruspse ha la possibilità di sfogarsi in un divertissment senza pensieri e pressioni oltre a non dover rendere conto degli altri cinque compagni di avventura.

 

Per aspettare un successore di Rosenrot i fans dei Rammstein dovranno aspettare ben quattro anni: un lasso di tempo molto lungo quello che ha separato il quinto lavoro in studio da Liebe ist für alle da.
Questo lavoro, ancor più dei precedenti divide stampa e fans in chi adora questa nuova fatica discografica, e chi la boccia come un grosso passo falso (esempio lampante di ciò sono le top e flop fatte dai redattori di Metal Hammer Italia alla fine del 2009).
Il disco in esame riprende lo stile adottato dalla band all’alba del nuovo millennio ma, alleggerendo di più il sound , scatenando così – ancora una volta – aspre polemiche tra i detrattori e i fans delusi. Il Lavoro in sé comunque risulta poco coeso in linea di massima, con uno stacco innaturale, poco convincente e ormai trito e ritrito tra parti pesanti alternate ad altre molto (in taluni casi troppo?) melodiche: l’esagerato singolo Pussy (diventato famoso soprattutto per il suo contenuto a luci rosse visionabile senza censure su un qualunque sito porno) ha fatto parecchio discutere per la sua naturale spudoratamente commerciale e radiofonica, la title track aimè è la fiera del già sentito, mentre la tripletta iniziale è efficace ricordando le intuizioni felici dei precedenti lavori, il lento tetro al nome di Fruehling in Paris emoziona ma oltre a queste (e alla ruffiana Pussy) c’è poco da ricordare tra canzoni poco ispirate e banali.
Un lavoro, per ora l’ultimo, certamente non brillante, che nonostante tutto riesce a vendere parecchio permettendo alla band di intraprendere parecchi tour in giro per il mondo pieni di sold out, con spettacoli più pirotecnici che mai e campando in ultima istanza da quasi una decina d’anni di rendita.

 

Solitamente nei nostri excursus non trattiamo delle raccolte fatte dalle band se non per casi particolari, come il rifacimento di vari pezzi in chiave diversa (remix vari, in chiave sinfonica o rifatti da un’altra line up) e quello di Made In Germany in effetti è un caso particolare, non tanto per “l’edizione liscia”, che in fin dei conti è una banalissima raccolta con le principali hit del combo tedesco, con il divertente ed irriverente inedito Mein Land, ma per la sua curiosa edizione deluxe.
Vi ricordate che qualche paragrafo prima dicevo che la band si è divertita nella pubblicazione di singoli contenenti remix vari? Ecco, all’interno dell’edizione speciale di Made In Germany è presente un secondo dischetto, nel quale vi è una cernita di remix fatti da altri artisti che rende il pacchetto, se non appetibile, quanto meno curioso: troviamo quindi una Ohne Dich remixata dai Laibach (gruppo che ispirò in una certa misura i Rammstein), Benzin contornata dallo stile pesante, futuristico e claustrofobico dei seminali Mesghuggah, questo un remix sicuramente coraggioso ma pure indovinato visto che non fa altro che accentuare la pesantezza del brano, o Rammlied nelle quali il poliedrico e visionario Devin Townsend si è divertito a metterci le mani sopra con un risultato senz’ombra di dubbio particolare, o Links 2 3 4 che nella visione di Westbam si fa più elettronica e ritmata di quanto non lo fosse già in origine. Ovviamente non tutti i remix sono ispirati e molti puntano di più sull’elettronica del sound, mentre altri hanno un tocco decisamente retrò.
Un disco bonus di tutto rispetto insomma, che va pienamente a giustificare l’edizione deluxe e rendendo questa raccolta qualcosa di più di un’(in)utile feticcio per i fans (visto l’inedito) o di un primo step per i neofiti (viste le hit contenute).

 

Nonostante gli infiniti tour ai quali i Rammstein prendono parte e i lavori per il successore procedono molto a rilento, alcuni membri hanno il tempo e la voglia di dedicarsi ad altro: come già detto nel 2014 esce il secondo lavoro degli Emigrate di Kruspse, anche qui con un giudizio tutt’altro che lusinghiero, mentre nel 2015 è uscito con una certa sorpresa il debutto del progetto solista del singer, con l’album omonimo Lindemann.
Il prode Till Lindemann qui si fa accompagnare da un guru del metal svedese qual è  il buon Peter Tägtgren (fondatore dei storici deathsters svedesi Hypocrisy e del suo progetto Industrial Metal Pain; ha collaborato in veste di singer nel super gruppo Bloodbath, session member molto prolifico sia in sede live che studio, oltre ad essere un produttore molto prestigioso con i suoi The Abyss nei quali ha prodotto tra i tanti At the Heart of Winter degli Immortal, Follow the Reaper dei Children of Bodom e Monotheist dei Celtic Frost), un personaggio insomma che di certo sa il fatto suo e che nonostante graviti spesso in lidi decisamente più estremi non è completamente estraneo ai sincretismi tra il metal e l’elettronica.
L’asse Berlino-Stoccolma quindi rilascia il disco omonimo, tra dubbi e speranze: infatti alcuni pensano che questa sia una semplice manovra commerciale non vedendoci una grande differenza con la band madre (tant’è che molti dicono che l’unica vera differenza sia solo la lingua usata nel cantato) e i fans del singer ormai a digiuno di musica inedita dei loro beniamini da tanto tempo.
Il duo comunque ha saputo perfettamente descrivere la musica come “un’unione tra il sound dei Rammstein per via della voce di Till e le parti strumentali fortemente debitrici dei Pain”: tra testi esasperati e dissacranti, ritornelli fortemente radiofriendly, chitarre grasse e pesanti, elettronica ben in evidenza oltre che fortemente danzereccia e ritmiche semplici: il piatto è servito. La proposta musicale è semplice ma pure dannatamente efficace, ed ecco che lenti melodici (Yukon, Home Sweet Home) diventano delle coinvolgenti ballad, episodi energici come la title track o Cowboys coinvolgono, i pezzi di lancio Praise Abort e Fish On diventano pericolosamente dei singoli che ronzano continuamente nella testa o le parodistiche Fat, Ladyboy che tra tematiche molto profonde alla “dicks and holes” divertono ed in tutto questo vi è pure spazio (solo nella special edition aimè!) per un episodio molto intimo e delicato come That’s My Heart.
Un lavoro insomma più genuino di quanto non si possa credere, un altro divertissment, ma questo giro di gran successo – oltre che commerciale anche artistico – con Till  in gran spolvero che si cimenta per la prima volta in un lavoro intero in lingua inglese, una cosa che potrebbe suonare strana a chi da anni lo ascolta cantare nella sua lingua madre, ma che grazie alla sua pronuncia storpiata dal suo accento tedesco e dalla sua voce profonda gli danno sempre una fortissima personalità e carisma: una prova questa da parte della strana coppia (il tedesco nelle vesti di cantante e paroliere, lo svedese invece a coprire tutti gli strumenti più la produzione del lavoro) di gran lunga migliore sia del progetto solista di Richard Kruspse che delle ultime prove decisamente insipide – specialmente l’ultima – in studio dei Rammstein.

 

Arrivati a questo punto ormai è palese, visto anche il gran numero di live e raccolte pubblicate (tra cui una dedicata ai video ufficiali fatti) che la band tedesca si sia adagiata sugli allori vista la loro posizione e che molto semplicemente campino di rendita, visto anche il continuo successo dei loro spettacoli dal vivo.
Di tutti i live album pubblicati comunque è consigliabile il bel doppio Paris, nel quale i sei tedeschi snocciolano quasi tutto il meglio della loro discografia, con buone perfomances da parte dei singoli membri e i soliti spettacoli pirotecnici i quali sono soliti esibire.
Alla fine di questo articolo comunque ci si pongono degli interrogativi riguardo al nuovo album, semmai uscirà visto che è dal 2012 che la band ne parla e su quale sia la direzione musicale che essa vorrà esplorare: ci sarà un revival dello stile primordiale, si continuerà sulla scia stilistica intrapresa nel nuovo millennio oppure vi sarà una nuova (e ormai giunti a questo punto pure doverosa) svolta musicale?

 

 

 

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