Il Metal è un genere musicale che comprende varie ramificazioni, un po’ come un albero, che si estende sia in superficie sia nel sottosuolo. Pensando al sottosuolo, viene in mente l’oscurità, ed uno tra i rami principali più “lugubri” è il Doom. Ora vi starete chiedendo “Ok, e allora? C’è roba peggiore.” e su questo vi do ragione, dato che ogni ramo principale ha delle ramificazioni le quali alle volte estremizzano il suo genere madre (come il Brutal Death, giusto per fare un esempio). Ecco, i due generi che estremizzano di più il Doom sono, per come la vedo io, il Funeral e il Drone, anche se trovo quest’ultimo più ostico, per quanto riguarda il primo ascolto.
Ed oggi, vi parlerò di una delle band capostipiti di tale genere, ovvero i Sunn O))) (da leggersi come “Sun“, non come “Sun Oh“).
Formati principalmente dal duo Stephen O’Malley e Greg Anderson, nel corso della loro quasi ventennale carriera (essendo attivi dal 1998, anche se all’inizio il loro nome era Mars) hanno collaborato con più band e persone, cercando di diversificare il loro suono e prendendo spunto per creare nuove atmosfere. In questo excursus parlerò sia della loro discografia principale, sia delle loro collaborazioni, sperando di farvi avvicinare a questo gruppo poichè non troppo facile da capire a primo acchito.

 

Album studio
ØØ Void (da leggersi come “Double Null Void“) è la prima fatica, datata 2000 e rilasciata dalla Hydra Head Records. Uscito vari mesi dopo la prima demo The Grimmrobe Demos (del 1999), il lavoro fa capire in maniera abbastanza cruda il succo della loro discografia: riff lunghi, catatonici, pesanti e nessuna o poca presenza di batteria (il basso viene suonato da entrambi i membri) e minima presenza vocale (negli album successivi ciò cambierà). L’album comprende solo quattro tracce (tra le quali vi è una cover dei Melvins), ma che impegneranno l’ascoltatore per quasi un’ora. Ad accompagnare il duo troviamo Pete Stahl alla voce, Petra Haden al violino e Scott Reeder al basso.


Nel 2002 esce Flight of the Behemoth, album che aggiunge una componente noise al suono già fortemente distruttivo del duo, cosa più intuibile nelle tracce O))) Bow 1 e 2 che nel resto dell’album. Fatto interessante è che per questo album O’Malley e Anderson hanno usato pseudonimi, mentre per il resto della discografia no, salvo un solo album. Inoltre in questo album è presente una “cover” di For Whom The Bell Tolls, anche se è più una reinterpretazione della suddetta canzone, dato che è totalmente diversa (cosa che avverrà anche in uno dei successivi album). Questa volta come ospiti sono presenti Merzbow (programmazione delle batterie, voce nell’ultima traccia e noise nelle tracce bonus della versione giapponese dell’album, ovvero il concerto tenuto all’Earthdome del 2007 assieme al rumorista) e Butsy Kronos al basso nell’ultima traccia, mentre il duo si occupa di chitarre, voci e sintetizzatori.


Dopo più di un anno i Sunn fanno uscire sotto la Southern Lord Records (etichetta fondata da Anderson con la quale hanno rilasciato già il precedente album) White1 nel 2003. L’album inizia con la lenta e monolitica My Wall, dove le chitarre sono in secondo piano per tutta la parte narrata, come se fossero l’accompagnamento di un poema, mentre la seguente traccia ha il testo in norvegese, in maniera simile alla precedente (anche se dura dieci minuti in meno), inoltre presenta parti di batteria, cosa anomala per le loro canzoni, mentre la traccia di chiusura è totalmente strumentale. Come ospiti qui troviamo Joe Preston (composizioni), Rex Ritter (tastiere), Julian Cope (voce in My Wall) e Runhild Gammelsæter (voce in The Gates of Ballard).


White2 esce nel 2004 ed è una sorta di seguito del precedente album. Il lavoro contiene solo tre tracce (anche se in totale durano poco più di un’ora, dato che la più corta è la prima da poco più di 14 minuti) ma che in qualche modo risulta più sperimentale rispetto al predecessore. La prima canzone, Hell-O)))-Ween è la tipica traccia stile Sunn, con chitarre pesanti, accordi lunghi e catatonici, ma già dalla seconda traccia le cose sembrano cambiare: bassAliens è una sorta di “esperimento” del duo, con prevalente uso del basso, mentre la chitarra viene usata di meno e funge da sottofondo. La terza traccia, Decay2 (Nihil’s Maw), è simile a My Wall, ma più cupa e onirica, effetto dovuto all’ospite presente nella canzone; inoltre il testo è tratto dal capitolo 12, versi dal 12.2.1 fino al 12.2.22 del Shrimad Bhagavatum, parte della Veda indiana.
In questo album troviamo un ospite che accompagnerà più volte il duo nel corso della loro carriera, ovvero Attila Csihar dei Mayem, che qui fa uso della voce pulita ma in maniera molto teatrale, inoltre vi sono Nick Phit e Nate Carson (rispettivamente chitarra e timpani nella prima traccia), mentre Joe Preston, Rex Ritter e Dawn Smithson sono indicati come ospiti ma non vi è scritto con cosa hanno contribuito.


Il 2005 vede l’uscita di uno dei maggiori successi del duo, Black One: l’album fonde il drone con influenze black (riscontrabili più che altro nella voce in scream), creando un’atmosfera lugubre, decadente e maligna, specialmente nella finale Bàthory Erzsébeth, o anche nelle prime due tracce Sin Nanna e It Took the Night to Believe, diventata tra le composizioni più conosciute del gruppo.
Per quest’album O’Malley e Anderson riutilizzano gli pseudonimi adottati in Flight of the Behemoth (nell’album i loro nomi figurano come MK Ultra Blizzard e Mystik Fogg Invokator), suonando le parti di chitarra, basso, effetti, sintetizzatori e tastiere, mentre come ospiti figurano Wrest (la mente dietro Leviathan, che qui fa la voce nella seconda traccia), Malefic (Xasthur, voce nella terza e settima traccia, più tastiere e chitarra nella quinta e sesta), Mathias Schneeberg (ambientazione nella terza), John Wiese (ambientazione nella terza e parti elettroniche nella quinta) e Oren Ambarchi (voce, rumore, corna, chitarre e altro nella prima, quarta, sesta e settima).


Oracle viene rilasciato nel 2007, uscita vari mesi dopo Altar, la collaborazione con i Boris, e presenta i due lati opposti del duo americano: l’album di per se contiene solo due tracce, dato che alcune versioni dello stesso (che all’inizio era solo in quantità limitata) contengono un disco bonus che presenta una traccia live da quasi 50 minuti chiamata HeliO)))Sophist. La prima traccia, Belülről pusztít (Distruggere dall’interno in ucraino), è molto atmosferica, contenente rumori di fondo e vari effetti, ma che non sovrastano mai la parte vocale, mentre la seconda Orakulum ha anche delle parti di chitarra e risulta più in “linea” con il materiale precedentemente rilasciato dal gruppo, che in questo lavoro sono accompagnati da Attila Csihar alla voce, Atsuo Mizuno alla batteria, Joe Preston al martello pneumatico (si, avete letto bene), Oren Ambarchi per chitarra ed effetti e infine TOS Nieuwenhuizen al sintetizzatore. Consigliato l’ascolto in una camera buia e da soli.


Monoliths & Dimensions vede la luce nel 2009, e personalmente questo è il mio album loro preferito. Qui dentro c’è di tutto: chitarre pesanti, atmosfera e la voce di Attila è perfetta per questo lavoro. L’album contiene solo quattro tracce, delle quali la più corta è la seconda, che arriva a quasi 9:45 di durata, ma ciò non sembra un problema: tutte le tracce scorrono con tranquillità, senza che si senta qualcosa di “fuori posto”. Nell’album sono presenti una gran quantità di ospiti, che arricchiscono il lavoro donando, in alcune parti, quasi un’aria sacrale: oltre ad Attila, le parti vocali vengono eseguite anche da Joe Preston, Daniel Menche più altri, inoltre figurano trombe, violini, corni, tromboni, campane e altri strumenti simili, senza disdegnare la presenza di bassi e chitarre aggiuntive, effetti e parti acustiche, come se ci fosse una piccola orchestra assemblata apposta per l’album.


Passano sei lunghi anni e nel 2015 esce Kannon, primo album non collaborativo dai tempi di Monoliths & Dimensions e senza ombra di dubbio il lavoro più corto del gruppo: solo tre tracce per un totale di quasi 34 minuti di durata. L’album presenta tutti gli elementi tipici dei Sunn: note lunghe e distorte, elementi atmosferici e la voce di Attila passa dall’essere una voce roca nella prima traccia fino al sacrale e anche a piccole parti in scream nelle restanti due. Oltre a lui, come ospiti troviamo Oren Ambarchi (chitarra e oscillatore), Randall Dunn e Steve Moore (sintetizzatori), Brad Mowen (percussioni) e Rex Ritter (tastiera).


Collaborazioni
La prima delle collaborazioni del duo americano è quella con i giapponesi Boris e altri musicisti, chiamata Altar ed uscita nel 2006. Il lavoro rappresenta un’ottima unione tra i due gruppi, e nelle varie canzoni si alternano sia parti puramente drone come la opener Etna, che ricorda più i Boris dei primi album che i Sunn, che pezzi più atmosferici come The Sinking Belle (Blue Sheep) o Fried Eagle Mind, ma in totale l’album risulta veramente buono e la performance di tutti i componenti è eccezionale. Ad accompagnare i due gruppi troviamo Joe Preston (voce in Akuma no Kuma), Jesse Skyes (voce in The Sinking Belle (Blue Sheep)), Kim Thayil (chitarra in Blood Swamp), più Rex Ritter, Bill Herzog e altri collaboratori.


Il 2011 vede l’uscita di The Iron Soul of Nothing, dove il duo collabora con il progetto solista di Steven Stampleton, Nurse With Wound. L’album è molto rilassante e in questo lavoro prevale quest’ultimo aggettivo: per poco più di un’ora l’ascoltatore è “strappato” dalla realtà e finisce altrove, e questa cosa avverrà anche nella collaborazione successiva del gruppo americano, dato che anche questa “spazialità” fa parte della loro filosofia musicale, sebbene usata in minore quantità. L’album contiene quattro tracce (tre se si tiene conto della ristampa di ØØ Void, che contiene l’album come secondo disco bonus), di cui solo una, Ash on the Trees, contiene una parte vocale, mentre in tutto il resto del lavoro prevale la parte strumentale.


Dopo tre anni dall’ultima collaborazione esce nel 2014 Terrestrials, e questa volta i collaboratori sono niente meno che i lupi norvegesi Ulver. Al pari della precedente, Terrestrials è un album molto spaziale e ricco di suoni, anche se dalla breve durata (poco più di 35 minuti per tre canzoni) ma capace di far dimenticare la cognizione temporale all’ascoltatore fin da subito. Il lavoro è molto buono, anche se si sente di più l’influenza norvegese che americana (specie nell’ultima traccia Eternal Return). Oltre ai due gruppi, collaborano anche Kari Rønnekleiv (violino), Stig Enspen Hundsnes (trombetta), Tomas Pettersen (batteria) e Ole-Henrik Moe (viola).


Verso fine 2014 i Sunn rilasciano Soused, collaborazione con Scott Walker che, per quanto mi concerne, non è tra i lavori migliori del gruppo. Forse sarà per via della voce di Walker, che in alcuni punti fa storcere il naso mentre in altri trovo usata bene, però ha un “qualcosa che non va”. Nulla da dire dal punto di vista strumentale, ed il tutto funziona, in un certo senso, abbastanza bene, alle volte creando una sorta di atmosfera onirica. Qui inoltre troviamo Mark Warman e Peter Walsh per le parti elettroniche e manipolazione sonora e TOS Nieuwenhuizen (è creditato ma non si sa in cosa ha contribuito).


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