CELTIC FROST: i Signori del Thrash più nero e malignante

CELTIC FROST: i Signori del Thrash più nero e malignante

CELTIC FROST: i Signori del Thrash più nero e malignante

Thomas Gabriel Fischer è un personaggio noto e parecchio amato nel panorama estremo. Prima con gli Hellhammer e poi con i Celtic Frost tracciò una linea indelebile nel metal più nero ed oltranzista, anticipando diverse soluzioni di parecchi anni, con step evolutivi sorprendenti sempre accompagnati da una perpetua quanto cupa atmosfera, oscura come poche.
Nonostante molti suoi lavori furono ai tempi accolti in malo modo, essi nel corso del tempo seppero prendersi una grandissima rivincita sia nei riguardi dei loro vecchi detrattori sia nei riguardi di chi parlava giusto per il puro gusto di farlo, vomitando critiche gratuite ed ingiuste. Impossibile negare un fatto più che mai oggettivo: le prime demo degli Hellhammer o dischi come Morbid Tales To Mega Therion sono pietre miliari del metal estremo, le quali hanno contribuito ed influenzato attivamente le scene Black e Death Metal, proponendo un sound  (accompagnato da liriche violente ed esplicite, a tratti stranianti) decisamente coraggioso per gli standard dell’epoca. Alla base delle idee di Tom Warrior, una certa vena sperimentale che spesso lo ha portato a rompere gli schemi, conferendogli onore e gloria sul versante artistico ma non su quello più prettamente commerciale. Benché i Celtic Frost siano annoverati in tutto il mondo fra i padrini del Black Metal, le idee spesso coraggiose e spiazzanti di Warrior fecero sì che il progetto non seguisse mai una logica troppo ferrea, spaziando da un genere all’altro: ora grezzi ed indemoniati, ora folli sperimentatori dediti a melodie oscure, ora fratelli dei Venom ora dediti ad uno strano connubio di Glam e Speed. Una girandola che da sempre attirò verso la creatura di Tom non poche critiche, minando anche la stabilità interna del terzetto. Nei primi anni ’90, difatti, la band si sciolse e per più di una decina di anni rimase silente. Solo dopo il ritorno avvenuto nel 2006 – che vide la pubblicazione di un solo disco – raccolsero quanto seminato decenni prima. Dopo il tour promozionale dell’ingiustamente criticato Monotheist, album che dopo pochi anni sarà rivalutato, la band per litigi interni si sciolse una seconda volta e per ora in maniera definitiva.

GENERE:
Black/Thrash Metal
Glam Metal
Avant-Garde Metal
Doom/Gothic Metal

Periodo di attività:
1984 – 1993

2001 – 2008

L’Esordio in EP datato 1984 ed intitolato Morbid Tales è pesantemente influenzato da quanto fatto in precedenza da Tom con gli Hellhammer, riprendendone la lezione, estremizzano il tutto. La proposta assume i connotati di uno Speed/Thrash molto cupo e duro, con parti veloci alternate a dei pesanti rallentamenti molto debitori nei riguardi del Doom Metal. Tutto ciò fa rendere il disco ancora più aggressivo ed estremo, con un guitarwork minimale ma al tempo stesso terremotante. Warrior diventa celebre grazie al suo marchio di fabbrica, quel mitologico “Uh” con il quale introduceva le canzoni o faceva da apripista a parti più estreme, o ad un cambio ritmico.
La qualità della registrazione non è delle migliori, ma dà quel tocco misterioso che non fa altro che donare ancora più punti all’atmosfera del lavoro, con un leggero effetto eco della voce di Fischer, il quale risulta ben innestato su questi lidi oscuri.
L’Ep Emperor’s Return (che sarà poi incluso nelle ristampe dell’esordio) non cambia di una virgola lo stile del gruppo, aggiungendo al carniere una cinquina di pezzi potenti e solenni. Vista la musica prodotta che risulta di non facile ascolto, la quale oltre al Doom incorporava pesanti influenze Hardcore Punk (che non facevano altro che rendere il tutto più cattivo e feroce), questi primi due EP vennero accolti in maniera contrastante dalla critica, che fu spesso spietata all’epoca: come accadde ai tempi degli Hellhammer, anche i Celtic Frost furono costretti a sopportare l’etichetta di “peggior band in circolazione”. Solo  qualche anno dopo le cose cambiarono in meglio ed il moniker Celtic Frost iniziò a diventare importantissimo per molti metalheads, soprattutto per coloro i quali – di lì a poco, siamo nel 1984 – avrebbero basato sul sound veloce, sulfureo e maledetto del terzetto i primissimi connotati della creatura altrimenti nota come Black Metal. Inutile negare quanto Warrior esercitasse un notevole ascendente sugli ancora adolescenti Varg Vikernes ed Euronymous, per non parlare di Fenriz Satyr. Sicurissimo del fatto che ogni amante del metal estremo dovrebbe aver ascoltato Morbid… ed Emperor’s almeno una volta nella vita; se siete interessati ad un loro acquisto, invece è assolutamente obbligatorio prendere la ristampa del 1999 o la recente ristampa ad opera della Noise Records.
In linea definitiva possiamo dire che questi EP hanno rappresentato e rappresentano tutt’oggi un tassello fondamentale per la triade estrema del metal (il Thrash, il Death ed il Black) oltre ad aver influenzato parte della scena Punk, che vide in questi solchi una pietra miliare per tutto il sottogenere del Crust Punk.

Il 1985 è l’anno del mitico To Mega Therion, che rappresenta la creatura più lodata e famosa dei Celtic Frost. Il duo Gabriel e Martin (Eric Ain, storico bassista/seconda voce di Fischer che lo seguiva fin dai tempi degli Hellhammer, essendone co-fondatore) hanno dei diverbi, con quest’ultimo che alle riprese delle registrazioni dell’album sarà solo un session member. Il combo vedrà affiancato il batterista più celebre e apprezzato in seno alla band: Reed St. Mark,che porterà un innalzamento della varietà ritmica, avendo uno stile sì veloce ed aggressivo, ma anche molto preciso e marziale, nel quale veniva contemplato addirittura l’uso di percussioni atipiche nel metal come i timpani; trovate che di fatto elevarono ai massimi livelli lo stile e la solennità del lavoro. Inoltre, un’altra grossa novità fu determinata dall’uso di effetti e di musicisti ospiti che tra un ottimo uso del corno e della voce lirica riuscirono a donare al tutto un tocco epico e solenne, venendo impiegati con sorprendente maestria. Questo esperimento pseudo sinfonico, seppur presente in poco meno della metà dell’album, fa di To Mega Therion un’altra pietra miliare anticipatrice di quel Black Metal di matrice sinfonica che tanta fortuna e successo portò (e porta) a band come Dimmu Borgir o Cradle of Filth. Accanto alle solite ritmiche furiose, accompagnate dal corposo guitarwork di Warrior, eccellente a livelli superbi, vediamo il Nostro nella veste di cantante con la sua voce dura e affilata. I rallentamenti tipici del Doom Metal si arricchiscono di alcune influenze Dark Ambient e hanno contorni sempre più oscuri e marziali, con un’atmosfera tutta lovecraftiana a rendere il lotto più inquietante ma allo stesso tempo affascinante. Il sound insomma, ha subito una netta evoluzione rispetto al recente passato, grazie all’introduzione di elementi inediti nel metal estremo i quali non fanno altro che aggiungere ulteriori strati di pece all’atmosfera, presentando un lavoro più intelligente ed elaborato dei primi. Inoltre, la qualità di registrazione migliorò notevolmente, raffinando la prestazione del trio e dei vari ospiti in studio: piena testimonianza di una invidiabile maturità artistica. Come classica ciliegina sulla torta, è poi da segnalare la collaborazione a livello artistico con Hans Ruedi Giger, che conosceva ed apprezzava Fischer ed Ain dai tempi degli Hellhammer, permettendogli di utilizzare una delle sue opere (Satan I del 1977) come copertina  – celeberrima anch’essa su questi lidi – del disco in questione. Il sodalizio tra Fischer, Ain e St. Mark nonostante non diede poi delle grandi fortune commerciali, a livello puramente musicale segnò comunque lo svolgersi di una piccola “età dell’oro” in casa Celtic Frost.

Dopo il terzo, eccellente capitolo discografico il trio si presentò al cospetto del pubblico un paio di anni dopo con il suo successore: Into The Pandemonium. Il 1987, come abbiamo già visto in precedenza, è stato un anno d’oro per il Metal Estremo (d’altronde usciva il seminale EP Deathcrush dei Mayhem…) oltre che per il metal sperimentale e ciò fu grazie anche al combo svizzero. I nostri proseguono sulla scia di quanto seminato con le precedenti sperimentazioni sinfoniche, spingendo parecchio non solo su di esse, ma aggiungendo nel carniere un caleidoscopio di idee assolutamente immenso, con una componente fortemente innovatrice: idee (geniali tra l’altro) che possono da sole costituire la base per un intero lavoro in studio, vengono usate in un singolo brano per poi essere accantonate in favore di altre, dando quindi prova di una spregiudicatezza ed un estro assolutamente brillante e stupefacente. E nemmeno farlo apposta (e senza scadere su facili entusiasmi) i Celtic Frost, di nuovo, licenziarono una pietra miliare con questo importantissimo step evolutivo del metal sperimentale, il quale darà il via alla “provocazione” dell’Avant-garde Metal. La band di Thomas G. Warrior riuscì dunque a superare ogni suo limite, nonostante a livello di critica non fosse mai stata molto ben voluta e la confusione e il disorientamento dei fans dinanzi a così tante (e tali) sperimentazioni non tardò a manifestarsi: un coraggio che sfortunatamente NON premiò in alcun modo il gruppo a livello commerciale, ed anzi lo indirizzò verso feroci stroncature. Ma bando alle ciance… ora è il momento di parlare della proposta musicale presente nel quarto parto discografico di Fischer & Co.: già dall’opener abbiamo un chiaro indizio di quello che sarà il lavoro, privo di schemi e spiazzante; difatti i Celtic Frost coverizzano i Wall of Voodoo, andando a ricreare una song New Wave in salsa metal, con le sue ritmiche elettro-sincopate. Da ciò si passa in altri pezzi in puro stile Hellhammer, ma aventi un Tom G. Warrior dal canto molto più melodico, sofferto e malinconico preso di peso dal Post Punk; abbiamo poi suggestioni mediorientali (Caress into Oblivion), un uso molto più esteso e approfondito di viole, violini, violoncelli, corni francesi e cantato femminile (da citare la recitazione femminile in francese presente in Tristesse de la Lune) con un uso degli arrangiamenti sinfonici preso in prestito dal Rock Gotico. Vi è una forte componente Industrial in One in Their Pride con tanto di drum machine, voci precampionate e incursioni di violini con un flirt coraggioso e spericolato con l’Hip Hop. Inoltre, nel corso di Into The Pandemonium, riusciamo addirittura ad incontrare il Thrash Metal “danzereccio” (!!!) di I Won’t Dance ed il guitarwork di Warrior risulta spogliato di tutte le smaccate influenze Hardcore che fino a due anni fa erano molto presenti e radicate nel suo songwriting. Un vero e proprio melting pot sonoro nel quale si fanno largo sgomitando una moltitudine di influenze e sonorità extra metal, ed in questo vero e proprio “pandemonio” sonoro vi è una forte teatralità, condita da citazioni poetiche (la già citata Tristesse de la Lune o Sorrow of the Moon), da un utilizzo seminale dell’elettronica nei lidi estremi e dalla sempre presente oscurità. Le successive ristampe andranno ad impreziosire il tutto con una cinquina di tracce che non fanno altro che aumentare la golosità di Into The Pandemonium.

Per i Celtic Frost si è arrivati quindi all’importante traguardo del quinto lavoro e con esso si arriva al primo, vero e tremendo passo falso a livello qualitativo da parte di Warrior e soci. Con il tanto discusso (e discutibile) Cold Lake la band compì un’altra svolta improvvisa, abbandonando completamente il precedente crogiolo stilistico e gli elementi classici del loro sound per darsi al Glam Metal tipico del mainstream americano del periodo. Il gruppo va a sfornare un capitolo discografico totalmente anonimo, ruffiano e senza personalità, andando praticamente a ricreare una copia carbone del sound d’oltreoceano, omologandosi con voci pulite e gentili (fin troppo dati gli standard dei Nostri), mid tempos con una batteria in primo piano in sede di missaggio, ritornelli catchy, riffwork di chiaro stampo Hard Rock conditi da degli assoli tutto sommato ben riusciti. Gli elementi positivi non riescono a salvare il lavoro preso in esame il quale viene considerato come la pecora nera della discografia, rinnegato dallo stesso Fischer, con alcuni fans che in esso ne leggeranno una chiave parodistica verso tale genere.

Dopo un disco deludente (che per fortuna non è un autentico disastro, ma “solo” un lavoro insufficiente) per una band è difficile risollevarsi, ma ad un paio di anni di distanza uscì quel Vanity-Nemesis che seppe rialzare la band dal baratro della mediocrità con un ritorno alle sonorità degli esordi. Un ritorno di fiamma che però non ne replicava in toto la violenza, andando ad avere un sound sì Thrashy eppure diluito da una rilettura più pulita e melodica, riproponendo in misura minore espedienti Glam Rock (testimoniata dalla presenza di una sorprendente cover di David Bowie), con un’atmosfera fredda e glaciale molto presente e marcata. Non un capolavoro o un lavoro che rimarrà negli annali, ma un disco più che discreto che rappresentò una rivincita dopo il precedente mezzo disastro. Nel 1991 la band si sciolse e l’anno seguente verrà pubblicata una raccolta con una cernita di quanto fatto tra l’84 e il ’91 (un ottimo spunto per scoprire e studiare in maniera preliminare la storia dei Celtic Frost) dal titolo Parched with Thirst Am I and Dying.
Ci vorranno circa una quindicina di anni per avere tra le mani un altro lavoro da parte del combo elvetico.

Il loro ultimo lavoro risale (dopo anni di silenzio e attività parallele) al 2006 e si presenta con il nome di Monotheist: il ritorno è stato accolto in maniera molto tiepida da stampa e pubblico, salvo poi essere rivalutato qualche anno dopo con l’esordio dell’ultima creatura musicale di Fischer. Con Monotheist i Celtic Frost sfornano il loro album più oscuro e opprimente di sempre, portando l’ascoltatore in un vortice oscuro senza fondo, in un incubo che trova fine solo a disco concluso. Monotheist è un monolite nero intriso di riflessioni sul dolore (e la depressione) che lo stesso Tom provò negli anni antecedenti alla pubblicazione di questo lavoro. Il sound si fa sempre più asfissiante ed estremo, andando definitivamente ad abbracciare il Doom Metal più cupo, duro e drammatico con qualche sprazzo del Thrash Metal e con delle influenze Gothic Metal presenti di tanto in tanto: le ritmiche per buona parte della durata si fanno molto più lente ed ossessive, i riffs pennellano paesaggi tetri, violenti e pesanti, con una sezione che dà un tessuto ritmico all’altezza di questi lidi particolarmente ostici. Il problema, se vogliamo chiamarlo così, stava forse nel fatto che ci si aspettava un lavoro più vicino agli anni ’80 e non un disco completamente derivante dal Doom Metal; in tutto questo, grazie alle influenze Gothic/Thrash il lavoro comunque ha una sufficiente varietà, tra qualche ritmica veloce e frenetica, un uso di voci femminili, alcune sezioni di archi e qualche melodia di stampo Gothic Rock.
Un lotto molto pesante quindi che fa ritornare nel trono della “Dark Music” (espressione coniata dallo stesso leader per descrivere la sua musica) i Celtic Frost dopo decadi di silenzio, segnandone contemporaneamente la fine. Uno dei migliori canti del cigno che si sarebbe potuto chiedere, visto anche che ci troviamo dinanzi ad uno dei migliori lavori in seno alla band, che di colpo rende alcuni esponenti della scena Black Metal un’allegra combriccola di boy scout, venendo in molti casi tremendamente umiliati dall’atmosfera qui sprigionata.

Sebastiano Dall'Armellina

sebastiano

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