Ahab

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Nel panorama musicale, oltre alla base strumentale, per un gruppo sono importanti anche i testi delle proprie canzoni, poiché sono il modo più diretto per comunicare un messaggio o una storia. Di band che utilizzano storie già esistenti e le plasmano per dargli forma come canzone ne ho già parlato, ma voglio proporvi un altro esempio questa volta: rimanendo sempre in suolo europeo, stavolta andiamo in Germania, patria del gruppo che approfondirò in questo articolo, ovvero gli Ahab.
Legati al mare e ai testi basati su di esso, il quartetto proveniente da Heidelberg propone un funeral doom metal veramente ottimo, con il giusto equilibrio tra pesantezza e parti melodiche, che sembrano riflettere proprio l’umore del mare, che può agitarsi per poi ritornare calmo nel giro di attimi.

Dopo il primo singolo The Stream del 2004 e la demo The Oath del 2005, i nostri nel 2006 fanno uscire per la Napalm Records il loro primo lavoro, The Call of the Wretched Sea. I quattro componenti del gruppo sono: Stephan Adolph (basso e voce secondaria), Daniel Droste (voce, chitarra e tastiera), Christian Hector (chitarra) e Cornelius Althammer (batterista, che qui viene citato come ospite). In maniera piuttosto ovvia, il primo album è basato su Moby Dick di Herman Melville, e il gruppo mette le cose in chiaro fin da subito: se si pensa all’inizio della traccia d’apertura Below the Sun si capisce l’intento del gruppo, ovvero quello di creare un’atmosfera particolare, che anche se appare calma riesce ad opprimere l’ascoltatore con una struttura perfetta. Particolarità di questo primo lavoro è la scarsa presenza di voci pulite, che aumenteranno nei prossimi lavori del gruppo, ma che non influiscono in maniera negativa sull’insieme.

A tre anni di distanza (cosa che sarà una sorta di costante) nel 2009 esce il secondo album, intitolato The Divinity of Oceans: in questo lavoro la line up cambia, vedendo l’entrata di Stephan Wandernoth al basso, rimpiazzando Stephan e lasciando tutti i doveri vocali a Daniel. In questo album risaltano due cose in particolare: la prima è la copertina, ovvero “Le Radeau De La Méduse” (Le zattere della Medusa) di Théodore Géricault, dipinto azzeccatissimo per quanto riguarda la storia narrata all’interno dell’album. La seconda cosa particolare è la storia narrata all’interno, questa volta tratta da un fatto avvenuto realmente: il naufragio della baleniera Essex, affondata da un capodoglio nel novembre 1820, dove l’equipaggio ha dovuto ricorrere al cannibalismo per poter sopravvivere. Il gruppo riesce ad evocare quell’atmosfera grave, soffocante, disperata attraverso la loro musica e nei loro testi, come nella strofa iniziale di O Father Sea o nella parte finale di Yet Another Raft of the Medusa (Pollard’s Weakness).

The Giant, terzo album del gruppo, esce nel 2012 e contiene al suo interno qualche cambiamento nel sound della band: innanzitutto vi è una presenza più costante di parti di voce pulita, che Daniel riesce ad usare in maniera eccezionale, inoltre vi sono più parti melodiche e in un certo senso anche più orecchiabili, che riescono ad entrare in testa più facilmente, come alcuni riff di Antartica (The Polymorphess), infine la produzione è leggermente più pulita, ma il sound rimane granitico e compatto, anche se non ai livelli dei primi due lavori. L’intero album, come da tradizione, è un concept, basato su un racconto di Edgar Allan Poe, The Narrative of Arthur Gordon Pym of Nantucket, ed ancora una volta il gruppo riesce a cogliere nel segno trasponendo l’opera in musica. Questa volta troviamo anche degli ospiti: Herbrand Larsen (voce aggiuntiva nelle tracce 4 e 6), Peter Eifflaender (chitarra aggiuntiva nella 5) e Christian Hoffart (testi per le tracce 5 e 6).

Tre anni dopo, nel 2015, esce The Boats of the Glen Carrig, il quale trova le sue fondamenta nel racconto omonimo di William Hope Hodgson. Continuando sulla scia del precedente ma senza ricalcarlo troppo, gli Ahab provano a creare un lavoro che mischi alcune delle soluzioni melodiche di The Giant con l’atmosfera di The Call of the Wretched Sea, ed il risultato è molto buono: alcuni tra gli esempi migliori sono The Weedmen e Like Red Foam (The Great Storm), che alternano sapientemente parti violente e burrascose a punti più calmi, o anche la finale The Light in the Weed (Mary Madison), punto saliente dell’opera per la sua melodia e drammaticità. Aggiungo anche che in questo album il growl di Daniel, sebbene possa sembrare più debole, riesce ad essere più evocativo ed emotivo, oltre che più chiaro.

Alessandro Saba

alessandro_saba

Penso dunque sono. Scrittore a tempo (molto) perso, avido ascoltatore di musica.

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