SONATA ARCTICA – The Ninth Hour

SONATA ARCTICA – The Ninth Hour

SONATA ARCTICA – The Ninth Hour

TITOLO: The Ninth Hour
ARTISTA: Sonata Arctica
GENERE:  Power Metal
ANNO: 2016
PAESE: Finlandia
ETICHETTA: Nuclear Blast

I Sonata Arctica nascono nel lontano 1995 a Kemi, in Finlandia, col nome di Tricky Beans. Ventuno anni più tardi, la band ha ben otto album pubblicati e fanno parte dell’immensa storia del Power Metal, accompagnando band come Stratovarius e Rhapsody of Fire. Nonostante ormai si stiano staccando dal genere, presentandoci lavori più symphonic e a volte anche con influenze heavy/hard-rock, mantengono comunque delle atmosfere fedeli agli albori. The Ninth Hour, nono lavoro in studio della band, può essere descritto come il primo giro su una montagna russa: all’inizio ti spaventa, quando sali vorresti scendere subito, ma una volta finito il primo giro non vedi l’ora di risalirci di nuovo. Ora, lasciate che vi accompagni in questa corsa!

Kakko&Co ci hanno abituato, fin da sempre, a delle opener energiche, cariche, col doppio pedale a martello, chitarre nervose e una voce spesso ai limiti dell’urlato. Tutto ciò viene ribaltato con Closer to An Animal, prima track di questo album e primo singolo estratto. La traccia è molto tranquilla, le variazioni sono ridotte al minimo e si dimostra anche ripetitiva.
Un brano che non esplode, resta un po’ sulle sue e sembra prenderci delicatamente per mano per portarci all’interno di quello che sarà il mood dell’album: una montagna russa da cui a volte si desidera scendere, ma alla fine si rimane sopra fino alla fine e una volta scesi scopriamo pure che ci faremmo un secondo giro. Passiamo poi a Life, seconda traccia e anche secondo singolo estratto, per il quale è stato girato un videoclip dai toni nostalgici (e dalla fotografia discutibile). A differenza del primo brano, Life si distingue per la sua struttura limpida e per le linee vocali molto più studiate ad hoc per un brano dal climax crescente che vede il suo picco massimo nel ritornello. Tutto è ben bilanciato, dalla voce alla batteria, e niente sovrasta particolarmente. Le atmosfere richiamano molto quelle di brani come Cloud Factory, dal precedente Pariah’s Child. Sicuramente una delle tracce migliori dell’album per composizione. Passiamo poi alla terza traccia, Fairytale. L’atmosfera s’incupisce e le tastiere di Henrick ci regalano un’intro molto suggestiva. La voce di Kakko si fa incalzante, accompagnata da batteria e basso veloci e martellanti. La costruzione è molto più power, dimostrando ancora una volta che, nonostante gli esperimenti, la band non dimentica le proprie origini. Ottimo assolo di Elias, che ci porta ad un bridge accompagnato da un growl, giusto per non farsi mancare nulla. Torniamo ai toni drammatici con We Are What We Are, brano introdotto da flauto indiano e thin whistle, creando così un’atmosfera tanto suggestiva da preferirne l’ascolto quando si è nella calma più totale, magari all’aperto. Batteria e orchestrazioni accompagnano la voce ritmata di Tony, ogni parola è ben cadenzata e non c’è casualità nell’esecuzione. A primo ascolto può sembrare una traccia molto poco Sonata Arctica, qualcosa di cui magari non sentivamo il bisogno, invece negli ascolti successivi ci si accorge che era qualcosa di cui sentivamo la necessità. Una traccia che renderebbe forse di più in acustico, con una riflessione sul testo “We could save our world, but we are what we are”. Passiamo a una traccia che ci riporta quasi ai tempi di The Days of Grays, per la sua aggressività e per i suoi temi. Sto parlando di Till Death’s Done Us Apart, brano la cui apertura ricorda molto la splendida Deathaura e che non perde mordente per tutta la sua durata. Pianoforte alternato a scariche di doppio pedale, un Tony dalla voce flessibile come una ballerina classica, basso che non perde un colpo e chitarra perfettamente curata e bilanciata nell’insieme. “And one day he lost the girl he fell in love with, it proof forever is only a mith” è forse la frase emblema di tutto l’ottimistico testo. Il finale è un susseguirsi di momenti rapidi e isole di calma, per poi lanciarsi definitivamente nella chiusura che riprende l’intro del brano. Viene seguita da Among The Shooting Stars, immancabile traccia a tema lupi/lincantropia. L’intro è quasi narrato, spezzato dal ringhio di un lupo. La traccia è in crescendo, che vede il suo culmine in un ritornello intenso, drammatico, erede delle migliori ballad della band. Le tastiere impongono la propria presenza, rimanendo però delicate e senza togliere equilibrio al pezzo. Rise a Night, settimo pezzo del full-lenght, entra poderosa con una batteria potente, veloce, power. È un pezzo che non lascia respiro e controbilancia la drammaticità dei pezzi precedenti. Anche la chitarra ritorna ai canoni del genere, regalandoci splendidi assoli quasi eleganti. Passiamo poi a Fly, Navigate, Communicate, ottavo pezzo dell’album. L’intro è molto tranquillo, orchestrazioni e voce, a cui si aggiunge successivamente la chitarra di Elias e solo nella prima strofa si aggiunge la batteria. La voce scandisce ogni parole, mentre la batteria e il basso sottostanti cadenzano un tempo rapido e preciso. Ci sono piccoli punti di esplosione del brano, un sali-scendi continuo, come se non fossero pienamente convinti di voler accelerare. Solo nel finale abbiamo una vera e propria esplosione, con accelerazioni prorompenti e un Tony Kakko che non ci risparmia i suoi acuti graffiati. Abbiamo poi la terzultima traccia, Candle Lawns, ballad un po’ sulla falsa riga di Love (Pariah’s Child). Delicatezza e pathos in questo pezzo. Una ballata hard-rock, dai toni dolci, ma non smielati. Un brano che non stanca, di cui si cerca di carpire ogni singola sfumatura, dalla chitarra che a volte si nasconde tra i suoni e la tastiera che accompagna con una ritmica intensa. Ciò fa da apripista al brano che ogni singolo fan stava aspettando: White Pearl, Black Oceans pt.2. Una scommessa da parte della band, che ha alzato le aspettative con un piccolo pezzo pubblicato su Instragram e che ha fatto impazzire i fan. Rispetto alla parte I, risalente a Reckoning Night del 2004, la parte II sembra più colonna sonora di un film. La sensazione è quella di un risveglio, sotto al sole cocente e su una spiaggia deserta. La voce è accompagnata da pianoforte e da batteria che piano si alterna, lasciando anche momenti di vuoto. Il ritornello innalza il brano, regalandoci interessanti picchi emotivi. A metà sentiamo ripreso il riff della parte I da un pianoforte, a cui successivamente vengono uniti gli archi. Un intermezzo da brivido, che riporta la mente a un brano che fa parte del cuore di moltissime persone. Nonostante la lunghezza non indifferente (ben dieci minuti di brano), sono presenti variazioni che ne facilitano l’ascolto, rendendo questa parte II un brano mai ripetitivo e valorizzandone la composizione complessiva. Un degno secondo capitolo di un brano che ben si avvicinava alla perfezione. Abbiamo poi On the Faultline, ultima traccia del full-lenght. L’unico brano che non convince fino in fondo, soprattutto come conclusione: un pezzo lento, cadenzato, senza particolari picchi che possano farlo spiccare tra le undici tracce dell’album. Unica, reale pecca di questo album che, per quanto distaccato dai Sonata che siamo abituati a conoscere, si dimostra interessante e ben costruito. The Ninth Hour alterna momenti di vivacità a momenti di totale riflessione, qualcosa da cui non ci si può staccare finché non se ne scopre il finale. Un’altra pietra miliare per una band che non ha paura di sperimentare e fare semplicemente ciò che gli piace, senza attaccarsi a etichette.

VOTO: 90/100

LINE-UP

Tony Kakko – Voce

Tommy Portimo – Batteria

Elias Viljanen – Chitarra

Henrik Klingenberg – Tastiere

Pasi Kauppinen – Basso

 

TRACKLIST

  1. Closer to An Animal
  2. Life
  3. Fairytale
  4. We Are What We Are
  5. Till Death’s Done Us Apart
  6. Among The Shooting Stars
  7. Rise a Night
  8. Fly, Navigate, Communicate
  9. Candle Lawns
  10. White Pearl, Black Oceans pt.2.
  11. On the Faultline

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irene

Cantante fin da bambina, entrai nel mondo del metal all'età di 15 anni, grazie ad un mio amico dell'epoca. Da allora, per me è tutto un grande viaggio alla scoperta di ogni sfumatura di questo genere immenso e ricco di sorprese. La mia esperienza come recensore e reporter nasce a 16 anni, grazie a diversi progetti scolastici, per poi tuffarmi definitivamente nel mondo delle webzine a 19 anni.

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