GUNFIRE – Age Of Supremacy

GUNFIRE – Age Of Supremacy

GUNFIRE – Age Of Supremacy

TITOLO: Age Of Supremacy
BAND: Gunfire
ANNO: 2014
LABEL: Jolly Roger Records
GENERE: Power Metal
COUNTRY: Italia

Dopo un vuoto di dieci anni, i Gunfire ritornano con Age Of Supremacy, secondo album per il gruppo power di Ancona. Ascoltando questo album salta subito in mente una domanda: come mai una distanza così elevata tra il primo e il secondo lavoro? Parte della risposta può essere trovata nella storia che sta alla base del disco, un concept basato sull’incomprensione tra due popoli: l’umanità ha abbandonato il suo pianeta natale e si è divisa e, come per ogni storia evolutiva, ogni popolo si evolve in maniera diversa.
E sono proprio questi due popoli ad essere in guerra fra loro: i Figli di Heron e il Popolo di Mossh sono in conflitto a causa di un “qualcosa”, un’entità che li ha fatti impazzire e messi l’uno contro l’altro. L’iniziale Prelude ci fa già intuire l’ambientazione presente nel lavoro: samples meccanici e deboli note di chitarra preparano l’ascoltatore per la successiva War Extreme, che riprende i riff di chitarra ma in chiave più articolata, per poi introdurci nella vicenda narrata da Roberto Borrelli, che si destreggia bene tra parti che variano dall’epico al battagliero, accompagnato dalle chitarre di Luca Calò e Marcello Lammoglia e dalla batteria di Marco Bianchella mentre il basso di Michele Mengoni viene, purtroppo, soffocato dal resto del gruppo e trova pochi spazi all’interno dell’album. Dei tamburi quasi tribali aprono Man And Machine, raggiunti poco dopo da dei cori quasi angelici (che verranno ripresi anche alla fine) ma che non durano troppo, e catapultano subito l’ascoltatore in un campo di battaglia: la canzone rimane concitata per buona parte della sua durata, rallentando poche volte. Verso la fine delle tastiere fanno proseguire il pezzo in maniera naturale con The City Of Light (che sarebbe la città costruita dagli Heron), pezzo abbastanza ritmato e molto catchy, specie per via del ritornello che viene ripetuto più volte nel corso della canzone (anche se questo può apparire come un punto a sfavore perché sembra quasi che venga usato come riempitivo tra le parti strumentali). Piccole note acustiche introducono The Hammer of God, per poi venir raggiunte dalle chitarre dai toni epici. La canzone, dalla durata abbastanza considerevole (assieme ad altre tre tracce, è tra le più lunghe dell’album), a volte risulta essere un po’ ripetitiva e quasi senza idee: ma ciò non influisce sulla prestazione del gruppo che continua a tenersi su un buon livello, come negli assoli presenti verso la fine che risollevano un po’ la traccia. Voices From A Distant Sun viene introdotta come una ballad e qui Roberto dà buona prova anche nei registri un po’ più drammatici, cosa che non si sente molto all’interno del lavoro. Poco dopo il secondo minuto la canzone comincia ad evolversi, aggiungendo chitarre, batteria e basso al suo interno e dilungandosi in una buona sezione strumentale, venendo raggiunta dal cantante che ancora una volta dà buona prova del suo timbro epico. La traccia ritorna quasi ad essere una ballad verso il sesto minuto, venendo introdotta più o meno come all’inizio da note acustiche e un cantato un po’ più tenue e drammatico che si adatta molto bene alla situazione narrata; ma la calma dura poco e dal settimo minuto in poi questa si dimostra una signora traccia, con una sezione strumentale e un cantato tra i migliori presenti nell’album. Dei riff cattivi e cadenziati introducono l’ascoltatore a The Wizard, traccia tra le più cupe dell’intero disco.
La canzone non cambia molto di struttura e la cosa va a suo svantaggio, vista la durata di quasi otto minuti: tra i pochi cambi che ci sono, l’unico degno di nota è l’assolo. La canzone finisce e continua in Superior Mind, traccia un po’ scontata e che sa di “già sentito”. Anche questa traccia scivola via e si passa a Fire In The Sky, brano che riesce a caricare un po’ l’ascoltatore in vista della finale Exodus, introdotta dai vocalizzi di Roberto accompagnati da dei riff abbastanza simili alla precedente The Wizard ma che, a differenza di quest’ultima, risulta più convincente anche grazie ai rimandi a Voices From A Distant Sun: infatti verso metà la canzone sembra ricordare un po’ ricordare la seconda parte di quella canzone, dato che si calma un po’ e poi ritorna agguerrita, finendo in una buona parte strumentale con un assolo molto godibile che introduce Roberto nella sua parte finale, abbastanza drammatica e quasi triste.
In complesso l’album riesce a reggersi bene e anche la prestazione complessiva del gruppo è su buoni livelli, anche se il basso poteva essere sfruttato meglio poiché gli viene relegato un ruolo molto marginale.
Un buon ascolto per gli amanti del power e per chi cerca qualcosa di diverso e non troppo impegnativo.

Voto: 75/100

Tracklist:

01. Prelude
02. War Extreme
03. Man And Machine
04. The City Of Light
05. The Hammer Of God
06. Voices From A Distant Sun
07. The Wizard
08. Superior Mind
09. Fire In The Sky
10. Exodus

Alessandro Saba

alessandro_saba

Penso dunque sono. Scrittore a tempo (molto) perso, avido ascoltatore di musica.

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