I Manowar sono una delle band “simbolo” dell’epic metal ed anche la più famosa quando si parla di questo determinato sottogenere metal. Sono letteralmente adorati dai loro fan, ma allo stesso tempo hanno saputo crearsi una grande fetta di haters, questo non solo per la loro musica e le loro tematiche, ma anche per l’atteggiamento, definito spocchioso ed arrogante, senza “umiltà” ed “apertura mentale”, che ha portato alla nascita delle definizioni “true metal”, “poser” e “false metal”, denigratorie nei confronti di certi sottogeneri dell’heavy metal che purtroppo vengono presi in giro. Autori di un sound unico e personale, con i loro album i Manowar hanno emozionato milioni di persone, oltre a scrivere pagine meravigliose nel metal e durante la loro carriera hanno sempre fatto discutere, divenendo una di quelle band che o si ama o sia odia. Nel corso degli anni sono arrivate diverse accuse anche molto pesanti nei loro confronti, come ad esempio di essere nazisti o di essere dei guerrafondai. In questo excursus vediamo la prima parte della carriera della band, fermandoci al 1994. Il resto della loro carriera, che però ha più dolori che gioie, sarà trattato in un secondo articolo. Detto questo rimangono due cose da dire:
– Sicuramente farà discutere l’inclusione del power metal tra i sottogeneri affrontati dalla band, perché il power metal odierno ha sonorità diverse da quelle proposte mediamente da loro, ma visto che una parte significativa della critica Ii include tra i pionieri di quel genere, oltre ad averlo estremizzato a livello lirico e d’immagine, il genere è citato volutamente come “dovere di cronaca”;
– Questi due articoli sono una personale dedica al compianto batterista storico del gruppo, Scott Columbus, che il 4 aprile 2011 è morto in circostanza mai rese “ufficiali” né dalla band, né dalla sua ragazza e che con sé ha portato alcune verità che probabilmente non verranno mai alla luce.

GENERE:
Epic Metal
Heavy Metal
Power Metal [Parte della critica gli etichetta come importanti pionieri del genere]
Symphonic Metal [Nell’Ep The Sons Of Odin, nel Full Lenght Gods Of War e nei DVD ad essi correlati]

Anno di formazione:
1980 – ancora in attività

I Manowar nascono in quel meraviglioso 1980, anno a dir poco fantastico per il metal, a cui seguì, a due anni di distanza, il loro esordio discografico. Il 1982 insomma è stato un anno molto importante per il combo americano, visto che con Battle Hymns esordirono in maniera decisamente importante nel panorama metal: un disco che mostra già in forma embrionale lo stile del gruppo che qui risulta in molti casi molto legato più all’hard rock che non all’heavy metal, che comunque non compromette la potenza del suono; esso poi già si faceva notare per una certa epicità di fondo, specialmente in un paio di episodi che sono gli highlits del loro lavoro in questione. A tal proposito è doveroso citare la collaborazione con Orson Welles che fece da voce narrante in Dark Avengers. Un buon esordio, un po’ acerbo ed anche ingenuo, che si faceva notare oltre che per la precedentemente citata epicità di fondo, per il basso prepotente e prorompente di Joey DeMaio, per un certo tocco sfacciato della chitarra di Ross the Boss e per l’ugola stellare di quell’animale di Eric Adams che con il suo timbro fiero e battagliero, ancora oggi si può annoverare, nnonostante l’età, tra i migliori cantanti che vi siano nell’universo metal, Invece dietro alle pelli il buon Donnie Hamzik sarà presto sostituito da Scott Columbus. Altre novità per l’epoca sono dettate dal fatto che alcuni testi erano incentrati sulla guerra e questo aspetto sarà molto più estremizzato ed approfondito nei dischi successivi, toccando pure la mitologia greca e quella norrena. Altro punto era sull’abbigliamento della band che prevedeva spade, asce, pellicce…definito dai loro detrattori come ridicolo ed esagerato: non furono i primi ad introdurre queste due caratteristiche nel mondo del rock e del metal (basta ricordarsi degli svedesi Heavy Load che esordirono con il botto nel 1978….), ma furono i primi a dargli un certo peso e una grande importanza anche a livello di immagine.

Un anno… Un solo anno separa quel buon esordio dal secondo disco, che risulta essere una pietra miliare dell’epic metal, nonché uno degli episodi più amati dai fan di vecchia data del gruppo. Into Glory Ride è un lavoro sicuramente molto meno catchy e più difficile del predecessore, un disco fatto di marce solenni, cavalcate epiche e che si assesta su ritmiche “mid” visto che sono pochi gli episodi in cui si avventurano su ritmiche veloci: in tutto questo, a esserne rafforzata e valorizzata è sicuramente l’atmosfera squisitamente epica che permea le canzoni di questo capolavoro. Il sound, se vogliamo, è meno energico e meno violento, ma il suono è duro e crudo oltre che, come già detto, veramente molto atmosferico. La scelta di avere delle ritmiche semplici è dettata anche dal cambio di testimone avuto alla batteria visto che il nuovo arrivato prediligeva uno stile molto più essenziale e semplice, ma allo stesso tempo, monolitico. Gli elementi hard rock del predecessore scompaiono in quello che è un capitolo fondamentale dell’epic metal e il numero dei brani diminuisce anche per il fatto che quattro canzoni hanno una durata superiore ai sei minuti – arrivando a toccare gli otto minuti e mezzo della canzone finale – e nessun pezzo dura meno di quattro minuti. Quello che ci propongono i nostri è una sorta di viaggio nell’epica battagliera squisitamente “Manowariana” che non solo tratta di guerre e conflitti, ma nella quale entrano ora in gioco in maniera dirompente, la mitologia norrena (o Vichinga che dir si voglia), e valori come l’onore e la lealtà.

Dopo questi due album, la band ottenne un certo successo tant’è che si organizzò un tour non solo negli States, ma pure in Inghilterra, che all’epoca era la nazione regina dell’heavy metal in generale. Visti alcuni gravi problemi, però,  il tour fu annullato e qui venne su un caso più unico che raro. Dicevamo, dopo un mancato tour in Inghilterra, DeMaio avrà sicuramente pensato “Come farsi perdonare dai nostri fans inglesi se non con un intero album dedicato a loro?” Detto fatto! Con questo “colpo di genio” fu dato alle stampe l’ottimo Hail To England, il cui titolo è un omaggio in perfetto stile Manowar a questa grande nazione dal passato glorioso! La band non si culla di certo sugli allori e non copia quindi la fortunata formula del predecessore, variano un po’ le carte in tavola: non temete i nostri ci propinano ancora il loro amato metallo epico, solo che in questa occasione le varie canzoni sono meno atmosferiche, più brevi (tutte, tranne la conclusiva Bridge Of Death che è l’unico episodio rimasto ancorato ai lidi stilistici di Into Glory Ride e che non a caso dura nove minuti), hanno una durata media di quattro minuti, il che lo rende meno “affascinante” rispetto all’illustre predecessore. Dove il sound perde qualcosa in atmosfera e fascino (cose che però ritroveremo tutte alla massima potenza nell’epocale song conclusiva citata poc’anzi) ne guadagna però come “tiro”, presentando un suono senza ombra di dubbio più travolgente e con un ritmo decisamente più veloce, visto che i mid tempo tipici della precedente fatica, qui vengono drasticamente ridotti. Da ricordare che l’album fu registrato in pochi giorni e pubblicato nell’84, un’annata decisamente intensa e prosperosa sia per il quartetto che per i loro fan.

Come mai poco fa abbiamo scritto che il 1984 è stato un anno particolarmente intenso per la band ed i suoi amanti? Semplicemente perché a distanza di circa dieci mesi, sempre in quell’anno, i “Kings of metal” pubblicano un altro capolavoro: Sign Of The Hammer. Esso si dimostra come il loro disco più vario e maturo fatto fino a quel momento, oltre a rappresentare uno degli apici della loro carriera. Il lavoro dimostra come i quattro abbiano fatto tesoro dei precedenti lavori: abbiamo canzoni con un ritmo indiavolato, con un Eric a tratti quasi indemoniato per come canta, sfociando in certe urla belluine di grande potenza, assoli che solitamente sono spesso e volentieri al fulmicotone, sfociando in un virtuosismo fulmineo, con riffs potenti o melodici a seconda del momento e cori e cavalcate di epica bellezza. In questo piatto decisamente ricco c’è spazio anche per una ballata di grande potenza emotiva (la mitica Mountains in cui troviamo un Eric e la band che lo segue su lidi decisamente dimessi ed emotivi), un brano più rock-oriented, una manata in pieno stile heavy metal, il classico episodio in cui DeMaio deve esternare il suo virtuosismo (inutile?) ed infine l’ending track che si tiene su coordinate decisamente atmosferiche e che quindi mantiene un punto di contatto con il mai troppo lodato Into Glory Ride. In quell’anno insomma, abbiamo una band che era semplicemente un vulcano pieno di idee  e che, nonostante la derisione dei vari detrattori (che tutt’ora continua, ma d’altro canto esiste una band o un’artista che non abbia dei detrattori?) e la feroce concorrenza (che si annidava specialmente negli States), in particolare quella dei colleghi Virgin Steele (che idealmente sono rappresentanti indiscussi di quella che è la parte più colta e raffinata di questo sottogenere, che a parte queste due band, è praticamente rimasto sempre nell’underground mondiale) ,si era seduta nel trono dell’epic metal.

Tra un tour e l’altro e qualche pausa, gli anni passano e giungiamo così al 1987: un altro anno senza dubbio di gran pregio per il nostro genere musicale preferito, grazie anche al loro ritorno targato Fighting the World. Questo disco avrà sia un successo commerciale migliore dei predecessori, sia un numero di critiche da parte di fans e addetti ai lavori sensibilmente maggiori, ma questo perché? Questo disco è per certi versi una ripresa delle strutture semplici ed ammiccanti, ma allo stesso tempo potenti e coinvolgenti di dischi come Battle Hymns e Hail To England, ma riviste sotto un’ottica hard rock molto presente e sviluppata. Questo fatto fece storcere il naso a molti fans e critici, arrivando addirittura e definire i loro quattro beniamini come “venduti”, colpevoli poi di aver fatto un disco molto semplice e lineare, che pertanto ha solo canzoni dalla breve durata e ricco di ritornelli molto orecchiabili. Nonostante le critiche comunque il sound risulta rinvigorito da questo snellimento stilistico/sonoro avuto in fatto di songwriting e presenta sempre un episodio decisamente atmosferico (con tanto di parte narrata) ed un paio di pezzi fermamente “heavy”, nei quali Eric dimostra a tutti per l’ennesima volta il grande cantante che è: un disco di buona qualità insomma, in cui è stipata una mezz’ora abbondante di musica molto intensa, che seppur fece storcere il naso ad alcuni conquistò il cuore di molti, specialmente in sede live, dove il nuovo lavoro trovò il suo habitat naturale.

E ad un solo anno di distanza i Manowar pubblicheranno il “disco simbolo” della loro discografia, amato a tal punto che diversi fans lo considerano come il loro vero capolavoro ed il loro apice discografico, da cui sarà pure tratto il loro principale soprannome: sto parlando del mitico Kings Of Metal. Ma tutto questo amore da dove deriva? Banalmente viene dall’alta qualità del disco: qui la band americana riprende la semplicità ed il sound ammiccante dell’anno prima e la uniscono con una dose ben maggiore di epicità ed atmosfera, riuscendo a fare un lavoro di qualità che non raggiunge l’eccellenza per un paio di nei, ma andiamo con ordine! Innanzitutto c’è da dire che la componente hard rock è stata sensibilmente ridotta, con grande gioia per i die hard fans e l’album, come già detto, è pieno di brani corti e semplici ma allo stesso tempo le atmosfere non sono state abbandonate anzi, negli episodi più melodici, esse esplodono in tutta la loro bellezza, dandoci una band che sa sia pestare duro, ma anche emozionare: Heart Of Steel e The Crown And The Ring sono la prova di questo ed in questi brani la band fa forse le sue performance più emozionanti oltre che dannatamente epiche. Kingdom Come presenta ancora una forte componente hard rock, Hail And Kill e Blood Of The Kings nonostante la durata sono due episodi decisamente violenti e potenti, per poi arrivare al focolaio di critiche e polemiche quale è Pleasure Slave, nella quale i Kings of metal (ve l’ho detto no che l’umiltà non è di casa loro vero?) fecero particolarmente discutere per certe frasi contenute nel testo. Wheels Of Fire e Kings Of Metal sono inni all’heavy metal e all’epic metal. E quali sono i “nei” di sopra? Beh, il primo è sicuramente il classico episodio in cui DeMaio si diverte a frantumare la pazienza dei suoi fans con i suoi assoli di basso inutili e senza un filo logico, il secondo neo invece è la narrazione contenuta in The Warriors Prayer che si dimostra essere un punto debole e che forse sarebbe stato meglio scartare…ma questi difetti non compromettono certamente la godibilità del lavoro che anzi, va di pari passo con la tamarraggine e l’immagine “esagerata” che ha la band: questo poi risulta essere anche il loro album più venduto.

All’apice del loro successo i Kings of metal hanno dei problemi: Ross the Boss dopo il tour lasciò la band per darsi al suo progetto solista e Scott Columbus lasciò la band per stare vicino al figlio che all’epoca era malato di leucemia – ma come abbiamo visto ciò fu smentito dal batterista nel 2010 – e come sostituti furono presi rispettivamente David Shankle, chitarrista noto per la sua tecnica, egli infatti dà sfoggio di una grande velocità d’esecuzione nei riffs e specialmente negli assoli, ed il batterista Kenny Earl “Rhino” Edwards* che rispetto all’illustre predecessore è dotato di una tecnica più variegata; non a caso questa è considerata come la formazione più tecnica mai avuta dai Manowar.
*Nota a parte: “Rhino” oggi fa parte della band HolyHell, dediti ad un power metal dai tocchi molto sinfonici e con voce femminile, mentre Ross the Boss non solo ha dato il via ad una discreta carriera solista, ma ritornò nella sua band precedente, i The Dictators dediti ad un hard rock decisamente grezzo, sgraziato e primitivo, tant’è che spesso e volentieri la differenza tra hard rock e punk rock nei loro album era decisamente sottile, se non impercettibile.

Dunque ora, dopo questo preambolo possiamo spostare le lancette a 4 anni dopo la pubblicazione del loro album più famoso e rappresentativo e spostarci nel 1992 e al buon The Triumph of Steel. E ora sono quindi costretto a fare un’altra premessa: il ’92 fu l’anno in cui le forme classiche del metal, chi più chi meno (il thrash metal, come abbiamo già letto negli speciali dedicati ai Metallica ed ai Megadeth, già in quell’annata subì un netto ridimensionamento) stavano avendo un certo declino, ma comunque questo non impedì ai generi più classici di fare il classico colpo di coda – e Dehumanizer terzo disco della “DIO-era” dei Black Sabbath è ancora qui a dimostrarlo – e lo stesso valse per i Manowar (mentre l’anno successivo i colleghi Virgin Steele pubblicarono il vergognoso Life Among the Ruins, per poi riprendersi alla grande successivamente, ma questa è un’altra storia…) che con  The Triumph of Steel non solo rimasero perfettamente coerenti al loro genere d’appartenenza, ma non lo annacquarono con “sperimentazioni” atte ad essere apprezzate da grandi platee e anzi fecero un disco “esagerato” in tutto e per tutto! Non solo i nostri non si son dati ad un sound modaiolo, ma partono subito con una lunga suite: parliamo di un’opener che ha una durata di ventotto minuti e trentanove secondi…sì esatto, come traccia d’apertura scelgono la celeberrima Achilles, Agony and Ecstasy in Eight Parts – non a caso canzone “simbolo” dell’album in questione – dandoci in pasto subito una suite decisamente lunga, articolata, ricca di momenti molto diversi oltre che pieni di pathos e che trasporta nell’epopea “manowariana” l’illiade di Omero, portandoci quindi con forza nei lidi della mitologia greca sulle note della song e nelle liriche del testo. Comunque rispetto al passato lo stile è più moderno, grazie anche ad una qualità di registrazione decisamente buona, ma l’epicità non ne viene intaccata. Le tematiche sono più ripetitive rispetto al passato ed in certi casi denotano poca fantasia, ed i nuovi acquisti danno man forte per la buona riuscita del disco che seppur non riesce ad eguagliare l’ingombrante predecessore è comunque un lavoro che sa farsi valere grazie al sound in parte rinnovato ed in certi casi appesantito. Nelle tematiche cito pure Spirit Horse of the Cherokee, in cui la band fa un episodio per certi versi unico nella propria carriera, andando a citare quella popolazione del nord America, fiera e potente che, nonostante il valore, non riuscì a contrastare l’inesorabile avanzata dell’uomo bianco nelle proprie terre – anche se ci furono casi isolati in cui le tribù nordamericane riuscirono a resistere, emblematico a tal riguardo è quanto successo nelle tre guerre portate avanti contro la popolazione Seminolee con cui i nostri son riusciti a fare un pezzo decisamente atmosferico. Un disco di qualità che, a parte un episodio debole (la traccia conclusiva) e qualche episodio un po’ sottotono, porta su buoni livelli il combo americano: per alcuni questo sarà il loro ultimo disco veramente bello, per altri invece già qui si intravede il declino a cui sarebbero andati incontro, quello che rimane da dire però e che se volete scoprire questo quartetto, questo è un disco sicuramente da ascoltare.E con questo disco ovviamente ci sarà il classico tour a supporto.

Ed è così che si chiude questo speciale sulla prima parte della loro storia: nella seconda parte ahimè vedremo gli anni di declino, anche se qualche colpo di coda non manca e continuano ad essere ancora oggi una macchina da guerra in sede live.